È triste raccontare le Storie d’Italia. Ma è necessario, anche se queste storie sono pesanti come macigni e difficili da mandar giù. C’è chi le racconta senza peli sulla lingua, pronto a tutto pur di far salire a galla la verità con la convinzione che una canzone, oltre che essere un motivo cantabile e orecchiabile, deve comunicare qualcosa, e quel qualcosa può e deve essere a volte duro, sincero e scottante, per diventare vera e spontanea espressione artistica. Le storie d’Italia sono così, popolari, piene di vita e spesso cariche di forti invettive contro il marcio del nostro stivale: i Gang sono una rock band italiana non proprio vicina al grande pubblico, con qualche canzone passata di tanto in tanto in radio; uno sporadico concerto in piazza ha ampliato la cerchia di affezionati del gruppo, ma per il resto, a causa anche di turbolenti rapporti con la casa discografica e in generale sommersi da milioni di uscite discografiche, non sono mai riusciti a superare lo status di band di nicchia.
Folklore e passione trasudano da ogni nota di questo piccolo gioiello struggente e malinconico, “Storie d’Italia” del 1993, prodotto dal temerario Massimo Bubola, che ha partecipato anche alle musiche e ai testi regalando un tocco di esperienza ad un disco già di per sé intenso. Ed è anche grazie a Bubola che i Gang hanno goduto di un briciolo di visibilità in più. Ma non è certo la notorietà o la fama che i Gang, guidati dai due fratelli Severini, cercano di ottenere con i loro dischi: i Gang vogliono parlare con il cuore ed al cuore della gente, risultando a volte scomodi, a volte di difficile ascolto, tirandosi addosso le accuse di essere politicizzati. A tali accuse i Gang rispondono con canzoni corpose e genuine, a volte caricate di allusioni e storie che hanno a che fare con la vita del nostro paese, con gli scandali e le bugie italiane, ma sempre sospese tra magia popolare e armonie cariche di pathos, legami alla terra e con la terra amata-odiata, la nostra Italia.
Gli undici episodi di questo disco sarebbero da studiare nelle scuole, sia dal punto di vista dei testi che della musica, sia come dure e approfondite analisi della società italiana: tutte belle e profonde, a partire dalla aggressiva “Kowalsky”, dedicata alla piccola peste milanese Paolo Rossi, tamburelli e fisarmoniche a sottolineare il legame con la musica popolare. Belli gli arrangiamenti, la voce di Severini è quella di un cantore di osteria che dice sempre la verità per sottolineare le caratteristiche positive del protagonista della canzone.
Quando comincia “Cambia il vento”, leggera e romantica, si capisce il pensiero e la filosofia dei Gang, abili osservatori della realtà e speranzosi in un cambiamento nel futuro della società: “Non lo vedi che cambia il vento...” è il grido che i Gang sperano diventi al più presto reale; fiduciosa nel domani, una canzone intrisa di positività e di sguardi al passato: “Tieni il tuo spirito più in alto che i nostri occhi vedano bene questi anni scuri di cobalto questi anni lunghi di catene”.È il turno di “Via Italia”, lirica e sofisticata, nel testo e nella musica: “Ed allora ho chiesto alla polvere se davvero questo tempo è assassino la risposta è nella tela del ragno nascosta tra i fili di un burattino” . I riferimenti sono alle stragi italiane, ai misteri, alle morti insolute, alla politica incapace di rapportarsi alla storia, senza memoria e capacità di governare: Via Fani è l’emblema della sconfitta, la morte di Moro quella dell’intera società italiana, dei politici, della polizia: troppi misteri, tre scimmie (“non vedo, non sento, non parlo”) rappresentano bene quell’evento. “Itab Hassan Mustapha” è una delle canzoni più rock del disco, ricorda Bruce Springsteen nell’incipit, poi diventa arabeggiante e coinvolgente: la storia è quella di un ragazzo palestinese, la sua triste storia, difficile nel suo non - paese, impossibile in Italia, sottolinea il triste destino di chi non è fortunato come noi, l’orrore di non avere una terra dove vivere e la paura di poter morire ogni giorno. Ottime le musiche, ma passano in secondo piano rispetto alla storia.
“Dove scendono le strade” è lenta, delicata, amara e disincantata, un sincero racconto umano dell’alienazione metropolitana, la difficoltà di vivere e le strade di un uomo e una donna che si dividono, forse per sempre: “Ti han vista andare verso l’alba per una strada di Amsterdam ti ho scritto tanto e così a lungo ma tu non mi hai risposto più. Là dove scendono le strade dove finisce la città c’è una trincea di vetri e sassi dove ogni sogno è realtà”.
Il ritmo di “Il paradiso non ha confini” è invece veloce e coinvolgente, tra fisarmoniche e influenze folk; belle immagini poetiche, tanta passione e una musica coinvolgente, per una delle canzoni più orecchiabili del disco. Ballabile e da cantare a squarciagola: “aquì todo mundo ve quiere aquì todo mundo ve quiete”. Il paragone con il racconto del poema omerico per una storia ambientata durante la guerra mondiale, “Eurialo e Niso”. Splendida trasposizione dall’antica Grecia all’età contemporanea, immagini forti, la canzone, la sua forma e le parole ricordano in molti punti il grande maestro De André. Struggente e poetica, uno dei momenti più alti del disco, con splendide musiche, campanelli e musiche celestiali. “Sesto San Giovanni”, marcetta allegra e spensierata, nasconde l’alienazione della catena di montaggio nelle fabbriche dove tante anime compiono il lavoro che non hanno mai desiderato fare, trasformando gli uomini in “fantasmi, sopra una corriera”. Amara fotografia shock di un’Italia che non vorremo più conoscere, ma che è sempre presente nella vita dei milioni di operai poco retribuiti e sfruttati. Le tinte forti e la carica rabbiosa trovano sfogo nella dura invettiva “Duecento giorni a Palermo”, contro tutto e tutti, i politici, i banchieri, i mafiosi, tutti sotto la Cupola, un inno dedicato ai morti ammazzati dalla mafia, a Falcone, Borsellino, contro i sicari della mafia, costeggiando l’evento Tangentopoli e citando nomi importanti che hanno causato più di un guaio giudiziario alla band. Forte, dura, dal violento impatto sonoro, una canzone che insegna molto facendo riflettere sui brutti affari della nostra Italia, “bel paese tutto da scoprire”. “Il partito trasversale” sembra uscita da un locale country, una presa in giro dei partiti e dell’illogica formazione del partito; il testo è surreale e ironico, ricorda Gaber nelle parole, la musica è trascinante e l’episodio è simpaticamente riuscito. Allegra e reale, per sfortuna. “Buonanotte ai viaggiatori” è la canzone che chiude il disco, delicata ballata di saluto, semplice, diretta, dedicata ai poveri diavoli che non trovano riparo dalle agonie della vita: un saluto affettuoso, un arrivederci ad un altro album, magari intenso come questo.
Senza dubbio il disco più riuscito dei Gang, “Storie d’Italia” unisce con testi impegnati a musiche convincenti e orecchiabili. L’utilizzo di vari strumenti, violini, fisarmoniche e chitarre su tutti, rende il disco in apparenza leggero e scanzonato: in realtà si tratta di un’opera letteraria in musica, da comprendere con calma, metabolizzare, analizzare con cura con il libretto dei testi alla mano.
TRACKLIST:
Kowalsky
Cambia il vento
Via Italia
Itab Hassan Mustaphà
Dove scendono le strade
Il paradiso non ha confini
Eurialo e Niso
Sesto San Giovanni
Duecento giorni a Palermo
Il partito trasversale
Buonanotte ai viaggiatori
DISCOGRAFIA:
Gang e La Macina - Nel tempo ed oltre, cantando (Storie di note 2004)
Controverso (WEA 2000)
Fuori dal controllo (WEA 1997)
Una volta per sempre (CGD 1995)
Storie d'Italia (CGD 1993)
Le radici e le ali (CGD 1991)
Reds (CGD 1989)
Barricada rumble beat (Tam Tam 1987)
Tribe’s union (Tam Tam 1984)
BREVI INFORMAZIONI BIODISCOGRAFICHE
Nati agli inizi degli anni Ottanta, i Gang sono soprattutto i fratelli Marino e Sandro Severini. Dal 1984 si affacciano sulla scena italiana con il loro rock violento e coinvolgente e con i loro testi duri e controcorrente. Il loro stile, in bilico tra rock popolare, country e folk, rappresenta un unicum nel panorama musicale italiano.
“TRIBE’S UNION” è il loro primo ep autoprodotto, a cui seguono “BARRICADA RUMBLE BEAT” e “REDS” con la CGD. Poi tre dischi impedibili: “LE RADICI E LE ALI”, “STORIE D’ITALIA” e “UNA VOLTA PER SEMPRE”, tra il 1990 e il 1995. La loro attività discografica prosegue con “FUORI DAL CONTROLLO” e “CONTROVERSO”, fino all’ultimo album, “NEL TEMPO ED OLTRE, CANTANDO”, inciso insieme ai La Macina, gruppo popolare marchigiano.
Antonio Benforte, 7 aprile 2005.
Recensione apparsa originariamente sul sito www.ciao.it.
Commenti
Neo ANT!
"Folklore e passione trasudano da ogni nota di questo piccolo gioiello struggente e malinconico, ?Storie d?Italia? del 1993, prodotto dal temerario Massimo Bubola, che ha partecipato anche alle musiche e ai testi regalando un tocco di esperienza ad un disco già di per sé intenso."
> http://www.lankelot.eu/index.php/2008/10/04/strukul-matteo-il-cavaliere-... ecce liber:)