Galaxie 500

This Is Our Music

Galaxie 500

Boston, fine anni Ottanta. Tre giovanissimi laureati di Harvard, il batterista Damon Krukowski, la bassista Naomi Yang e il cantante e chitarrista neozelandese Dean Wareham, danno vita a un progetto destinato a rimanere scolpito nelle anime degli innamorati della psichedelia e del dream pop: Galaxie 500 – nome che deriva, semplicemente, dal vecchio modello della Ford. Come diverse band divenute, negli anni successivi, oggetto di culto, dagli Hugo Largo ai Mazzy Star, i Galaxie non conquistarono fama internazionale e si separarono dopo tre album: Naomi e Damon hanno continuato a suonare assieme, mentre Wareham ha dato vita ai Luna.
Questo “This Is Our Music” è il loro terzo e ultimo album: è un congedo elegante, onirico e amaro. L’incipit è Fourth of July: predominata da un basso piacevolmente fedele alla lezione di Peter Hook, sembra già costituire una prima riflessione sul senso della ricerca estetica della band, e sull’esito della loro sperimentazione – la conclusione, naturalmente, è intimista e minimal: “And if it don’t improve / Then I have to move / I never thought that I would end up here / Maybe I should just change my style / But I feel alright when you smile
”. Segue l’elegiaca e placida Hearing Voices: matrice delle odierne introspezioni degli Wilco, per intenderci, è una sorta di punto di fusione tra la malinconia di Nick Drake e le suggestioni acide e rallentate dei Velvet Underground.
Ecco Spook, probabilmente il miglior pezzo in assoluto di questo disco: impressiona per l’intensità, la dolcezza e la classe: è una ballata che non può mancare nelle collezioni di chi adora l’indie pop e di chi sente insostenibile nostalgia del Neil Young prima maniera, e ne cerca incarnazioni, alterazioni o trasfigurazioni. Spook è un intervallo allucinato e lirico.

Summertime è languida ed estatica al contempo. L’impressione è quella di nutrirsi di raggi del sole improvvisamente liquidi – non saprei come altro definire la sensazione di rigenerazione figlia dell’ascolto di questo pezzo. Il testo è un po’ grottesco: “Nighttime at the boulevard / And I’m walkin’ home with you / The heat is just delicious / And you know just what to do / Morning is so perfect / But the noontime makes me tired / Parking in the park now / And I’m so glad that you were fired / Going to the movies / I found a shelter from the sun / Heard a gruesome story /About a couple on the run”. And I’m so glad that you were fired forse non è esattamente quel che vorrei dire a una donna in una serata del genere. Way Up High è un ritorno a precipizio nella psichedelia anni Settanta; stilemi cristallizzati e – in questa circostanza – non rinnovati. La composizione è equilibrata e lineare: non incide, graffia solo la superficie. Stesso discorso varrà per la nona traccia, King of Spain – Part Two.
Listen, the Snow is Falling – cover di un vecchio brano di Yoko Ono – avrebbe avuto una sorte diversa se fosse stata cantata da Hope Sandoval, e non da Naomi. I Galaxie s’affidano all’interpretazione, qui sgraziata e leziosa, della loro bassista; l’idea di recuperare un frammento del repertorio di lady Lennon non era sgradevole e non era sbagliata, in questo contesto. La progressione psicodrammatica, le distorsioni, le incrinature melodiche sono notevoli.

“This is our music” si avvia alla conclusione – seconda e ultima cover dell’album è Here She Comes Now: scelta non inattesa, considerando il codice genetico dei Galaxie 500 e la discendenza elettiva dalla band di Lou Reed. Sorry e Melt Away costituiscono un nuovo deragliamento psichedelico sul binario dell’intimismo e dell’essenzialità; s’insinuano tra i pensieri e disegnano curiose deviazioni sulle future rotte dello spirito, maculando il passato di un sorriso distaccato, e diversamente saggio.

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ANTOLOGIA DELLA CRITICA

Scrive Fabretti di Onda Rock: “Gli anni Novanta sono stati costantemente attraversati da una vena malinconica e indolente, da un umore depresso che ha generato una moltitudine di movimenti musicali (dal cantautorato lo-fi di Smog al tenue pop psichedelico dei Mazzy Star fino allo slo-core anemico di Low e Red House Painters). Quasi in reazione alla grande ubriacatura degli anni Ottanta, all’edonismo che li ha contraddistinti e alla (residua) rabbia post-punk, una generazione di musicisti si è dedicata alla riscoperta delle trame crepuscolari di autori come Leonard Cohen, Tim Buckley e Nick Drake, coniugandole con le partiture cerebrali del nascente post-rock. Agli sgoccioli del decennio precedente, però, i bostoniani Galaxie 500 avevano già tracciato la via, con un pugno di ballate languide e dimesse, intrise di nostalgia e desolazione (…)”.

Secondo RollingStone, “Considered legendary by many Indie Pop purists and record collectors; the sad music of the long-since-defunct Galaxie 500 put the breaks on the pristine, upbeat, Jangle Pop that swept through college radio stations of the late ‘80s. Bearing some similarity to contemporaries Rain Parade, Galaxie 500 took the Neo-Psychedelic bent of Los Angeles’ paisley underground, slowed it down, and bummed it out. Simple arrangements of somber, dreamy chord progressions and the distinctive warble of singer Dean Wareham’s falsetto crawl along, creating sad, slow, emotive songs with a dark sort of kinetic energy. Something of a luminary himself, Wareham put pen to paper again in the more upbeat Luna with members of critically acclaimed Indie Pop bands like the Chills and the Feelies. Decidedly lighter, Luna’s brand of shimmery, guitar-oriented pop is noteworthy, but approaches sonically neither the intensity nor sparse desolation of Galaxie 500”.

Sostiene il sommo Scaruffi: “I Galaxie 500 ebbero un’importanza fondamentale nella storia del rock per aver sublimato la canzone atmosferica e malinconica dal punto di vista non del poeta (il Leonard Cohen o il Nick Drake) ma dal punto di vista dell’humus culturale degli anni ‘80, segnato dalla violenza della vita di strada, dalla droga, dall’AIDS. Non a caso la loro musica è ricca di sovratoni nostalgici: è la nostalgia per un’epoca dell'ottimismo, che la loro generazione non ha mai conosciuto. Il languore della loro musica è lo stato d'animo catalettico che è subentrato alla rabbia del punk-rock. È una nevrosi cronica, che attanaglia tutti gli eventi domestici. L'unico limite della loro musica è che tutte le loro canzoni non sono altro che una ripetizione del terzo album dei Velvet Underground. (…) I Galaxie 500 vennero alla ribalta con il singolo Tugboat (Aurora), una canzone che si inseriva nel generale clima di revival della psichedelia, ma adottava un sound estremamente dimesso, tutto il contrario della foga del garage-rock. Tugboat è fondamentalmente una litania cantata senza convinzione e senz’impegno su un soffuso lirismo di accordi melodici strimpellati lentamente alla chitarra mentre la batteria tiene una cadenza ipnotica, quasi raga (…)”.

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GALAXIE 500 – THIS IS OUR MUSIC

Naomi Yang. Basso.
Damon Krukowski. Batteria.
Dean Wareham. Chitarra e voce.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE

This Is Our Music, Rough Trade, 1990.
On Fire, Rough Trade, 1989.
Today, Aurora,1988.

Boston, 1986. Tre laureati di Harvard fondano i Galaxie 500.

Approfondimento in rete:  Onda Rock / Kalporz / SentireAscoltare / Succoacido / Scaruffi.

Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Giugno 2005. Originariamente pubblicato su Lankelot.com, Supertrigger.

ISBN/EAN: 
0014431035821

Commenti

Nel tempo libero, si dedicavano a cover della madonna dei Joy Division. Cfr. "Ceremony" in versione lisergica.

copertina!

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