Non se avete mai sentito dentro di voi un'urgenza così devastante da non riuscire a contenerla. Un'urgenza di...e puntini di sospensione da riempire con tutto quello che avete nello stomaco, nel cuore, nella testa, con tutto quello che è successo nella vostra vita presente e passata. Pensieri, ricordi, ansie, sogni, delusioni, progetti andati in fumo o che stentano a realizzarsi o anche solo ad avere un inizio. Una Fine prima di tutto. Una situazione a cui non sappiamo dare una spiegazione se non prendendocela col Destino, la Sfortuna, gli Altri, in fin dei conti con Noi stessi.
Un tipo di urgenza che si manifesta con ardore e sincerità nell'ultimo album dei milanesi Fine Before You Came, Sfortuna, un gruppo italiano con all'attivo altri due dischi che non mi avevano del tutto soddisfatto, forse troppo derivativi, il solito e vecchio vero emo-core che ho ascoltato fin dall'adolescenza (i Fugazi, gli Embrace con il seminale "Embrace" del 1987, Jawbreaker, Texas Is The Reason e tanti altri), forse troppo simili a questo e a quello e poi dietro consiglio cerco l'ultimo Sfortuna e mi ritrovo a storcere il naso al primo ascolto, dall'inglese sono passati all'italiano e al secondo pezzo trovo quel Buio che mi fa tornare alla mente un gruppo, gli Afterhours, e un uomo, Manuel Agnelli, che detesto con tutto il cuore e non riesco proprio ad ascoltarlo.
Ci provo ma lo tolgo dopo pochi minuti dallo stereo sostituendolo con un altro disco.
Tempo dopo mi capita di ascoltarli nelle cuffie, una sera, seduto in cucina, la finestra aperta sulla strada vuota, un bambino che gioca su un balcone con un trenino di plastica, le colline illuminate da un temporale in arrivo, lo stomaco aperto ed improvvisamente mi ritrovo a muovere il piede e a sentirmi la musica dentro la carne, nel fiato pronto ad urlare anche io quelle frasi "Questa volta dimmi cose che non vuoi. Solo quelle che non vuoi. Fai una lista delle cose che non vuoi." (Lista), piegato su me stesso, le braccia chiuse intorno alle mie ossa e la disperazione che sale insieme agli strumenti, alla batteria che picchia, alla voce che urla. La disperazione della solitudine, di quei quadri di Edward Hopper, lividi, perfetti nella descrizione minimale delle assenze, della quotidianità raggelante delle nostre vite, delle paure che ci circondano e che non sappiamo come scacciare, di una vita osservata distorta dal buco della serratura. "Qua intorno non c'è che buio" (Buio/Appello), senza riuscire a dormire, in una condizione che certe volte solo le canzoni, la musica sanno descrivere pienamente. Mini-racconti come scrivevano i purtroppo redivivi Massimo Volume, "Nella tua vecchia casa ora vive una coppia con un figlio" (Fede), un figlio come noi non siamo mai stati e non vorremmo mai essere, un figlio invecchiato, un figlio educato ad essere Adulto, ad invecchiare come quegli adulti che non avremmo mai voluto diventare, etica punk nel senso più intimo di rivoluzione al Dovuto, "Io non mi son mai vestito da adulto" (Fede) in un crescendo di disperazione che si trascina da un Natale all'altro, in un'esistenza la nostra dove persino la relazione amorosa s'è trasformata nient'altro che in un oggetto da possedere, in una ripetizione a comando del sorriso e dell'affetto, vissuta come costrizione, in una dolorosa presenza scomoda di cui non sappiamo come liberarci se non urlando per poi soffrire della sua assenza, "solo una piccola parte di me risponde all'appello, e tu non la senti" (Buio/Appello), quando non c'è più niente da sentire perchè si sono ormai sprecate tutte le parole che avevamo a disposizione, tutte le emozioni che provavamo, il Sentimento evaporato in una canzone che amavamo e che non riusciamo più ad ascoltare, incapaci di spiegarci, di essere amati per quello che siamo e non per quello che dovremmo essere, perchè forse non siamo altro che sfortunati, forse perchè quello che abbiamo di buono marcisce fra le nostre mani e forse è tutta colpa nostra o forse no e forse tutto quello che abbiamo fatto di buono nella nostra vista non fa altro che rivoltarcisi sempre e solo contro, mostrandoci un conto ogni volta sempre più salato.
"ho tirato pugni da ogni parte solo per uscire da un sacchetto di carta / ho scoperto posti in cui dove parcheggi, in fondo, a nessuno importa / e camminato in tondo per ore e ore / senza mai guardare in alto per paura di ammettere di avere paura / ho chiamato i miei insuccessi sfortuna / maledetta sfortuna." (Vixi)

Discografia essenziale e brevi note.
Cultivation Of Ease (Greenrecords, 2001)
Fine Before You Came (Black Candy, I Dischi dell'Immaginario, 2006)
Sfortuna (La Tempesta, 2009)
(Tracce: 01. Lista; 02. Buio/Appello; 03. Fede; 04. Natale; 05. Piovono pietre; 06. O è un cerchio che si chiude; 07. VIXI)
Appronfondimento in rete.
www.myspace.com/finebeforeyoucamerock
Commenti
A mio parere un piccolo grande disco italiano.
aggiungo il tag "musica" ;)
"il solito e vecchio vero emo-core che ho ascoltato fin dall?adolescenza (Fugazi, Embrace, Jawbreaker,"
> Embrace? Quelli di "Come back to what you know"? Emo-core?
No, non quelli, è un gruppo americano che è durato poco, con un solo album, Embrace, del 1987.
ah ecco:).
Scrivilo, nel pezzo. Per me "Embrace" significa brit pop melenso e adolescenziale (ma non spiacevole:) )
Ok. faccio subito.
;)
3.4.5. Ci sono cascato anch'io! Ricordavo il videoclip di "Save me" e non ci vedevo molto emo...
:))
Ci vuole coraggio a chiamare un album:"Sfortuna" :)
Quasi come chiamarsi:"I love you but i'm chosen darkness" ...
La Tempesta fa delle produzioni assai particolari.
Il tuo scritto invoglia all'ascolto..