De André Fabrizio

Volume I

De André Fabrizio

Il “Volume 1” (1967), registrato ad un anno di distanza da “Tutto Fabrizio De André”, l’antologia dei primi dieci 45 giri incisa per la Karim, è il disco con il quale il giovane cantautore genovese raggiunge la notorietà. Infatti, questo intenso e commovente lavoro inaugura la brillante carriera di uno dei più importanti chansonnier italiani: è una raccolta di dieci canzoni pubblicate durante gli anni Sessanta, dall’architettura musicale semplice e lineare, che impressionano per delicatezza e profondità narrativa e rivelano tutto il talento di un artista non ancora trentenne, destinato a diventare, grazie alle sue note e alle sue parole, l’innovatore della concezione moderna di musica ed un modello da seguire per i cantautori degli anni successivi.
L’album, dalla copertina semplice e senza fronzoli, ritrae De Andrè, in primo piano, che scruta l’osservatore con l’aria malinconica e imbronciata.
All’interno, dieci canzoni, diventate tutti classici della musica moderna.
Toni smorzati, melodie ridotte a pochi, essenziali accordi, testi colti e raffinati: in questo disco ritroviamo l’ormai famoso De André degli esordi, con il suo amore per la ballata e la rima baciata, l’attrazione e l’interpretazione degli chansonnier d’oltralpe (soprattutto Brassens) ed una voce calda e profonda, in grado di evocare magiche atmosfere e far vibrare, con delicatezza, le corde dell’animo degli ascoltatori di tre generazioni differenti.

Il disco si apre con la commovente Preghiera in gennaio, poesia in musica ispirata da un testo di Brassens, tratto, a sua volta, da una lirica di Francis Jammes: “La prière”. Una base di chitarra essenziale accompagna versi magnifici, scritti per ricordare l’amico Luigi Tenco, morto suicida (o assassinato? Si potrebbe aprire un lungo capitolo a riguardo, ma non in questa occasione) in una camera d’albergo a Sanremo, durante il festival del 1967.
Un testo che evoca splendide immagini mentali, che si contrappongono alla tragicità dell’evento (“Lascia che sia fiorito / Signore il suo sentiero / quando a te la sua anima/e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare / quando verrà al tuo cielo / là dove in pieno giorno / risplendono le stelle”) e attraverso le quali De Andrè non tralascia un’aspra critica alla società, che con il suo comportamento ha avuto un ruolo fondamentale nella tragica decisione di Tenco (“Signori benpensanti spero non vi dispiaccia / se in cielo, in mezzo ai Santi / Dio, fra le sue braccia / soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte / che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”).

La seconda traccia è la Marcia Nuziale, traduzione di un testo anch’esso di Brassens (“La marche nuptiale”), intrigante e originale descrizione del matrimonio dei genitori, sull’onda di un ricordo carico d’amore (“io sempre serberò il ricordo contento / delle povere nozze di mio padre e mia madre / decisi a regolare il loro amore sull’altare”). La narrazione si sofferma sulla particolarità del matrimonio, giunto “dopo un fidanzamento durato tanti anni da chiamarsi ormai d’argento”. Non basterà il vento o la pioggia incessante a bloccare le nozze, infatti “per la gente bagnata, per gli dei dispettosi le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi”.

La terza, originale canzone è Spiritual, che ripercorre il tipico stile blues degli schiavi di colore nei campi di granturco, e coinvolge attraverso un testo particolare ed una musica molto vivace. In particolare, le strofe della canzone si rivolgono a Dio, come in una preghiera, e ricercano in Lui amore, sostegno e conforto, per tirare avanti in una vita di sofferenze (“Dio del cielo, se mi vorrai amare / scendi dalle stelle e vienimi a cercare / Dio del cielo se, mi vorrai amare / scendi dalle stelle e vienimi a cercare / Dio del cielo io ti aspetterò / nel cielo e sulla terra io ti cercherò”).

In Si chiamava Gesù viene riproposto il tema del divino, ma in una prospettiva molto più umana (“Non intendo cantare la gloria / né invocare la grazia e il perdono / di chi penso non fu altri che un uomo”). Vengono ripercorse alcune tappe della vita di Gesù, che viene visto, in questa prospettiva, soprattutto per l’amore, la grandezza del suo animo, la capacità di sopportare le sofferenze (“ma inumano è pur sempre l’amore / di chi rantola senza rancore / perdonando con l’ultima voce / chi lo uccide fra le braccia di una croce”) e non per il fatto di essere il figlio di Dio. Il discorso si conclude con una nota di sfiducia e di scetticismo sulla comprensione del suo messaggio da parte degli uomini (“E morì come tutti si muore / come tutti cambiando colore / non si può dire che sia servito a molto / perché il male dalla terra non fu tolto”) ma con la certezza effettiva della grandezza di quell’uomo (“Ebbe forse un po’ troppe virtù / ebbe un nome ed un volto: Gesù”).

Con Barbara, Fabrizio De André racconta, su una bellissima base di chitarra e violino, la storia di “una bocca infedele, che sa di fragole e miele": una donna capace di far innamorare, ma della quale non ci si può fidare, perché non ha intenzione di consacrarsi per sempre ad un uomo ("sa che ogni letto di sposa / è fatto di ortiche e mimosa / per questo ad un’alta età / l’amore vero rimanderà”). Un’affascinante storia, quella di Barbara, che ci introduce nel vero e proprio cuore del disco.

Via del Campo è una bellissima ballata, una finestra aperta su “una straducola stretta e tortuosa nel cuore di Genova vecchia, (che) appartiene a quella rete di vicoli che, collocate a ridosso dell’angiporto fa storcere il naso ai Catoni della società bene, ma piace al poeti” (note al cd). In questa splendida canzone, che si avvale degli arrangiamenti e della direzione orchestra di Giampiero Riverberi, c’è un tema caro a De Andrè, l’osservazione disincantata di un’umanità piccola, disagiata e malinconica, nella quale una prostituta con “gli occhi grandi color di foglia” può rappresentare il  “paradiso al primo piano” per un “povero illuso” innamorato. Il testo offre, nelle sue strofe, la descrizione della donna, della tristezza nei suoi occhi “color di strada”, e una massima finale difficile da dimenticare, di diritto una delle più belle nella storia della musica moderna: “Ama e ridi se amor risponde / piangi forte se non ti sente / dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior”.

Il disco continua con La stagione del tuo amore, dolce e intensa ballata dedicata all’amore e al suo possibile resistere in eterno. Grazie ad un testo metaforico e delicato, ad un arpeggio di chitarra emozionante, Fabrizio De Andrè ci offre uno dei suoi messaggi più romantici e appassionati, rivolgendosi ad una donna da amare fino alla fine della vita. Anche quando “un mattino tra i capelli troverai un po’ di neve”, quando "la stagione del tuo amore non sarà più la primavera", l'amore continuerà e sarà sempre bellissimo, come il primo giorno.

Quando ascoltiamo "Bocca di Rosa", invece, ci accorgiamo che si tratta di una canzone che parte da sempre del nostro immaginario collettivo. Una canzone che è metafora della vita, prima di essere racconto ironico e amoaro dell'amore e della passione umana ("C’è chi l’amore lo fa per noia / chi se lo sceglie per professione / bocca di rosa né l’uno né l’altro / lei lo faceva per passione”), dell'ipocrisia e del moralismo troppo facile presente nella nostra società (“Si sa che la gente dà buoni consigli / sentendosi come Gesù nel tempio / si sa che la gente dà buoni consigli / se non può più dare cattivo esempio”). Non manca la fine satira rivolta alle forze dell'ordine ("Spesso gli sbirri e i carabinieri / al proprio dovere vengono meno / ma non quando sono in alta uniforme / e l'accompagnarono al primo treno") che anticipa la splendida conclusione, a conferma della possibilità di congiungimento tra "amore sacro ed amor profano".

Dopo l’amore, La morte. La canzone è tratta da un testo di Brassens, ed è un omaggio alla potenza e all’ineluttabilità della fine della vita. Canzone tetra e lugubre, impreziosita da flauti e dalla voce baritonale di De Andrè, descrive le varie forme della morte, i vari modi di prendere e portare via con sé gli uomini, e l’impossibilità di mandarla via o annientarla, poiché “non serve colpirla nel cuore / perché la morte mai non muore”. La morte rappresenta “l’amica” dei poveri diavoli, che già hanno patito in vita; per gli altri, “Prelati, notabili e conti”, “guerrieri in punta di lancia”, chi ha vissuto nel lusso e nello sfarzo, la morte è “l’eterna nemica”, la fine di tutto, ed anche l’annullamento delle differenze sociali.

Chiude il disco la divertente e velenosa Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, scritta a quattro mani con Paolo Villaggio, intimo amico di Fabrizio.
È la storia ironica del ritorno del re Carlo dalla guerra, e di una inaspettata disavventura capitatagli a causa delle sue “bramosie d’amor”. La bellissima donna che gli si presenta davanti, incontra un re desideroso d’amore, dopo anni trascorsi a combattere contro i Mori (“mirabile visione / il simbolo d’amor / nel folto di lunghe trecce bionde / il seno si confonde / ignudo in pieno sol”), sembra non esser disposta ad offrire il suo amore al sire, anche per la sua evidente bruttezza (“un gran nasone e un volto da caprone”). Ma, dopo essersi concessa, per rispetto e timore nei suoi confronti, non per questo trascura l'importante dettaglio del pagamento ("Beh proprio perché voi siete il sire / fan cinquemila lire / è un prezzo di favor”); a questo primo “colpo di scena”, segue il secondo, con la repentina fuga del re, mentre constata che “pria di partire v’eran tariffe inferiori alle tremila lire”.
Uno strepitoso finale, in stile boccaccesco, impreziosito da un accompagnamento musicale, in stile medievale, che chiude il capitolo iniziale della carriera discografica di uno dei maggiori cantautori italiani di sempre.

In questo disco c’è il primo De Andrè, quello della ballata essenziale e degli arrangiamenti minimi, ma già autore completo e musicista indimenticabile. Una prima prova incredibilmente intensa, una raccolta di canzoni sull’amore e sull’uomo, che rappresentano soltanto il primo capitolo di una carriera straordinaria che ha attraversato più di un trentennio.
A partire dal “Volume I”, De Andrè intraprenderà un percorso di ricerca musicale e letterario unico nella storia della canzone moderna: coniugando alla perfezione la lingua colta e raffinata con la canzone popolare, sperimentando stili e combinando generi senza mai scendere a compromessi, traendo spunto dalla letteratura e dalla poesia per creare canzoni e melodie indimenticabili, De Andrè rappresenterà, nei decenni successivi, un punto di riferimento imprescindibile nella storia della musica italiana.

DISCOGRAFIA ESSENZIALE

 

BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Fabrizio De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale il padre, ricercato dai fascisti, è costretto a fuggire: per questo motivo, Fabrizio trascorre l’infanzia nella casa di campagna di Revignano d’Asti, solo con la madre, il fratello e le due nonne.
Al termine della guerra torna a Genova per frequentare, con risultati non sempre brillanti, gli studi liceali e universitari.
La sua vera, insuperabile passione è la musica. La sua unica, più sincera, compagna, la chitarra. Legge Bakunin, accostandosi al suo pensiero anarchico; scopre Brassens, traduce i suoi testi e comincia a scrivere canzoni tutte sue.
La sua carriera discografica inizia nel 1958 con il primo 45 giri contenente “Nuvole barocche” e “E fu la notte”. Ma è solo nel 1968, quando Mina incide e canta “La canzone di Marinella”, che De André ottiene la meritata consacrazione.
Da questo momento Fabrizio inizia a dedicarsi totalmente alla musica, incidendo con regolarità i suoi album, scrivendo canzoni bellissime destinate a diventare grandi classici: l’album “Volume I” è del 1967, seguito da “Tutti morimmo a stento”, e dal “Volume III”, entrambi del 1968. È del 1970 “La buona novella”, tratto dai Vangeli apocrifi, e nel 1971 esce “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirato a “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nel 1973 la contestazione del ‘68 fornisce lo spunto per album “Storia di un impiegato”, con la collaborazione di Giuseppe Bentivoglio ai testi e Nicola Piovani alle musiche. Con la partecipazione di Francesco De Gregori, nel 1975, nasce l’album “Volume VIII”. Nello stesso anno Fabrizio decide di trasferirsi Sardegna, dove acquisterà una tenuta presso Tempio Pausania: fu lì che lui e Dori Ghezzi verranno sequestrati, quattro anni più tardi, e rilasciati dopo quattro mesi di prigionia.
Nel 1979, da uno splendido tour con la Pfm, scaturisce un doppio album dal vivo, “In Concerto”. Cinque anni più tardi, nel 1984, De André realizza con Mauro Pagani, uno dei suoi album più intensi, “Creuza de mâ”, che unisce il dialetto genovese alle sonorità della tradizione sarda e mediterranea.
Del 1990 è l’album “Le nuvole”, e nel 1991 esce il doppio live “1991-Concerti”. “Anime Salve”, del 1996, è uno splendido ritorno dopo cinque anni di inattività, che si caratterizza per un lungo tour musicale, durato più di due anni, interrotto per motivi di salute durante l’estate del 1998.
L’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André si spegne, stroncato da un male incurabile, lasciando un vuoto incolmabile in tutti coloro che hanno amato la sua musica, le sue parole, la sua poesia unica e inimitabile.

Riferimenti principali
www.viadelcampo.com; L’Italia del Rock, Periodico quindicinale uscito con “La Repubblica”, 1995.

Antonio Benforte. Già pubblicato su ww.lankelot.com.

ISBN/EAN: 
0743219745729

Commenti

Anche questo non scherza: "Preghiera in gennaio" è uno dei pezzi più dolorosi e poetici mai scritti da De André

In ricordo di un altro grande artista italiano: Luigi Tenco.

Eh si. anche De Gregori fornì il suo personale omaggio a Tenco con "Festival". Altro testo molto bello.

Festival - De Gregori

Nella la città dei fiori disse chi lo vide passare
che forse aveva bevuto troppo ma per lui era normale.
Qualcuno pensò fu problema di donne,
un altro disse proprio come Marylin Monroe.
Lo portarono via in duecento,
peccato fosse solo quando se ne andò.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

E l'uomo della televisione disse:
"Nessuna lacrima vada sprecata, in fin dei conti cosa
c'è di più bello della vita, la primavera è quasi cominciata".
Qualcuno ricordò che aveva dei debiti,
mormorò sottobanco che quello era il motivo.
Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo.
La notte che presero le sue mani
e le usarono per un applauso più forte.
Chi ha ucciso il piccolo principe che non credeva nella morte?

E lontano lontano si può dire di tutto,
non che il silenzio non sia stato osservato.
L'inviato della pagina musicale scrisse:
"Tutto è stato pagato".
Si ritrovarono dietro il palco,
con gli occhi sudati e le mani in tasca,
tutti dicevano "Io sono stato suo padre!",
purchè lo spettacolo non finisca.
La notte che tutti andarono a cena
e canticchiarono "La vie en rose".
Chi ha ucciso il figlio della portiera,
che aveva fretta e che non si fermò?

E così fù la fine del gioco,
con gli amici venuti da lontano,
a deporre una rosa sulla cronaca nera,
a chiudere un occhio, a stringere una mano.
Alcuni lo ricordano ancora mentre accende una sigaretta,
altri ne hanno fatto un monumento
per dimenticare un pò più in fretta.
La notte che presero il vino e ci lavarono la strada.
Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?

Preghiera in gennaio

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

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