Con “Tutti morimmo a stento”, del 1968, Fabrizio De Andrè incide uno dei lavori più maturi ed importanti della propria carriera.
Prima di questa registrazione il cantastorie genovese aveva pubblicato già un lavoro di indiscusso spessore, il “Volume I”, nel 1967, ma questo successivo album evidenziò definitivamente l’importanza della sua musica nella cultura italiana.
Un poeta, un cantautore, il menestrello dei poveri e dei disadattati, il cantore delle storie degli umili e dei vinti, De Andrè in questo disco mette in mostra, con cupa e rassegnata drammaticità, storie di vita amare e desolanti, attraverso lessico ricco e colto, applicato a testi di altissimo valore, carichi di disagio e sofferenza.
La padronanza della lingua italiana e la capacità di stupire e ricreare situazioni grazie all’uso di formule particolari, metafore e splendide espressioni figurate, rendono l’ascolto di questo disco un’esperienza unica e straordinaria.
Si tratta, infatti, di una serie di racconti di vita messi in musica, storie angoscianti di poveri diavoli e anime dannate, intervallati da brevi intermezzi e riflessioni sul genere umano.
Un concept album tetro e pessimista, nel quale trovano spazio storie di drogati, ragazzine violentate, vecchi che abusano di giovani innocenti, condannati a morte, soldati e guerre.
Il cantautore, nelle dieci tracce del disco, amplifica le atmosfere tragiche già accennate nel precedente “Volume I” e si trasforma in un moderno Virgilio, sconsolato accompagnatore degli ascoltatori in una cupa discesa negli inferi della nostra quotidianità.
Con l’accompagnamento dell’Orchestra Philarmonica di Roma diretta dal maestro Giampiero Reverberi, De Andrè, durante gli anni duri della rivoluzione studentesca e della contestazione giovanile, mette in musica la vita degli emarginati sociali, dei diseredati, dei poveri indifesi: con la voce sofferente di un impotente testimone, ci parla del loro dolore, della loro solitudine e delle loro angosce, offrendoci un amaro trattato sulla morte fisica e simbolica dell’uomo. 
Attraverso l’uso di una base musicale omogenea, fatta di imponenti arrangiamenti e accordi ridondanti, in poco più di mezz’ora (33 minuti e 51 secondi) Fabrizio concentra pathos, agonia, dolore, sofferenza e speranze, dando prova tangibile ed evidente dell’inarrivabile poesia dei propri testi e della profondità angosciante della propria voce.
Nel riquadro dorato posto al centro della bianca copertina del disco, il cantautore genovese, ritratto di profilo, sembra oppresso da mille oscuri pensieri, intento a fissare un punto non ben definito di fronte a sé: forse, in realtà, il suo desiderio è soltanto quello di osservare con partecipazione e commozione il girone infernale dipinto all’interno delle sue liriche, come ognuno di noi ha la possibilità di fare, ad ogni ascolto dell’album.

Il disco si apre con l’angosciante e malinconico “Cantico Dei Drogati”. Come in un tetro monito all’ascoltatore, su un tappeto sonoro di chitarra, violini e batteria, vengono ripercorsi e esplicitati i conflitti interni di un uomo sprofondato nel baratro delle droghe.
La calda voce di Fabrizio De Andrè comunica tutta la sofferenza ed il dolore dell’uomo con le spalle al muro, incapace di vedere la realtà e di decidere per il proprio bene. Il tossicomane, che aveva trovato nell’abbandono alle droghe il rimedio e la cura per una vita migliore, si ritrova a combattere contro mostruosi fantasmi, senza più certezze nè futuro (“Ho licenziato Dio/gettato via un amore/per costruirmi il vuoto/nell'anima e nel cuore./Le parole che dico/non han più forma né accento/si trasformano i suoni/in un sordo lamento”). La nuova realtà, in un primo momento un’esperienza unica e affascinante (“oltre il confine stabilito/che qualcuno ha tracciato/ai bordi dell'infinito”), si è rivelata la rovina e la perdita di tutto. Ed è per questo motivo che subentra, nell’animo dell’uomo, un groviglio di emozioni e sensazioni, dall’ansia, al desiderio di tranquillità (“quando riascolterò/il vento tra le foglie/sussurrare i silenzi/che la sera raccoglie”), all’angoscia di dover comunicare il proprio terrore (“Come potrò dire a mia madre che ho paura?”).
Ma ormai, per il povero, insulso avanzo d’uomo, tutto ciò che resta da fare è attendere la morte, unico sollievo allo squallore di una vita distrutta (“Quando scadrà l'affitto/di questo corpo idiota allora avrò il mio premio come una buona nota”).
Dopo questo incipit teso e addolorato, nel “Primo intermezzo” Fabrizio continua il suo discorso fatto di sofferenza e mancanza di felicità, ma con uno stile musicale incalzante e movimentato (“Gli arcobaleni d'altri mondi hanno colori che non so/lungo i ruscelli d'altri mondi nascono fiori che non ho”).
La ballata successiva, la “Leggenda Di Natale”, influenzata da una precedente canzone di Brassens del 1958, è tinta di un’atmosfera fiabesca e, allo stesso tempo, inquietante. Un classico accompagnamento di chitarra, dolce e delicato, fa da cornice al racconto dell’amara storia di una ragazzina (“avevi l’età che non porta dolori”) costretta a subire gli abusi di un vecchio “Babbo Natale”, che “parlava d’amore”, ma i cui “occhi erano freddi e non erano buoni”. Attraverso i doni e le promesse ingannevoli (“Coprì le tue spalle d'argento e di lana/di pelle e smeraldi intrecciò una collana”), la conquista del cuore di questa giovane ragazza, Fabrizio ci racconta la storia di un morboso rapporto d’amore e la prematura privazione dell’innocenza della ragazzina (“la storia di un fiore appassito a Natale”), con chiare allusioni al tema della pedofilia.
Dopo il “Secondo Intermezzo”, che riprende il motivo musicale del primo modificandovi leggermente il testo “Sopra le tombe d'altri mondi/nascono fiori che non so/Ma tra i capelli d'altri amori/muoiono fiori che non ho”), la “Ballata degli Impiccati”, splendida e intensa poesia dedicata ai condannati a morte, conferma tutta la potenza, l’essenzialità e la durezza dei versi di De André che, con raffinatezza e capacità evocativa, riescono sempre ad analizzare temi di una certa difficoltà senza mai scadere nella pura retorica.
E così anche gli uomini costretti a morire per impiccagione (“il prezzo fu la vita/per il male fatto in un'ora”) riacquistano la loro piena dignità, ritornano persone con una precisa identità, cariche di sdegno e risentimento nei confronti dell’umanità che li ha condannati (“Coltiviamo per tutti un rancore/che ha l'odore del sangue rappreso/ciò che allora chiamammo dolore/è soltanto un discorso sospeso”).
Con la delicata e struggente “Inverno”, il cantautore genovese tinge l’album di candide tonalità invernali, offrendo un’originale metafora della caducità degli avvenimenti e della ripetitività regolare degli eventi all’interno della nostra vita. L'inverno è nebbia, è neve, luce che muore, mentre la terra sembra quasi dormire. Ma questo non è che l’anticipo della primavera, dell’estate e poi ancora dell’autunno, le stagioni che, come gli amori, le gioie e i dolori della vita, sono destinati a ripetersi ciclicamente, per sempre(“Ma tu che stai, perché rimani?/Un altro inverno tornerà domani/cadrà altra neve a consolare i campi/cadrà altra neve sui camposanti”).
Segue l’inquietante “Girotondo”, cantata da Fabrizio con l’accompagnamento di un coro di “bambini impazziti” a causa della guerra. Riprendendo un classico motivo popolare, allegro e spensierato, costruendo su questa base un inquietante testo sugli orrori e le nefandezze compiute dall’uomo, Fabrizio compie il suo più duro atto d’accusa nei confronti di un’umanità efferata e crudele che, dopo la costruzione della bomba atomica, sarà capace di distruggere l’intero pianeta. Ed il coro delirante di bambini, ultimi superstiti della guerra (“viventi siam rimasti noi e nulla più”), resi folli dal dolore e dalla sofferenza, è un terrificante e severo avvertimento agli uomini che, nel caso in cui lo vogliano, possono ancora cambiare il finale di questa orribile storia (“ci salverà il soldato che la guerra rifiuterà […] ci salva l'aviatore che la bomba non getterà”).
Il “Terzo Intermezzo”, con la chitarra e la voce delicata di Fabrizio che compie efficaci virtuosismi parlando di guerra e d’amore, sfocia nel duro “Recitativo”, con il quale Fabrizio condanna le prepotenze, le cattiverie e l’insensibilità degli esseri umani che non offrono pietà alle persone meno fortunate (“Banchieri, pizzicagnoli, notai/coi ventri obesi e le mani sudate/coi cuori a forma di salvadanai/noi che invochiam pietà fummo traviate”),gli atteggiamenti dei prepotenti “uomini di legge”, colpevoli di condanne affrettate (“Quanti innocenti all'orrenda agonia/ votaste decidendone la sorte/ e quanto giusta pensate che sia/una sentenza che decreta morte?”), ed il modo di vivere di tutte quelle persone che non hanno la voglia e la disposizione d’animo per pensare un po’ di più a chi a bisogno, e meno a sé stessi.
A loro va quest’accusa, che si trasforma in funebre suggerimento, poiché “la morte vi sorveglia/gioir nei prati o fra i muri di calce/come crescere il gran guarda il villano/finché non sia maturo per la falce”, e non basterà un rimorso dell’ultima ora o una preghiera per ottenere il perdono, in punto di morte, per essere uomini giusti.
L’ultima storia musicale è quella del “Corale (Leggenda del Re infelice)”, eseguito, per l’appunto, con la partecipazione del Coro di P. Carapellucci, diretto da Riverberi. Riprendendo e ampliando il precedente discorso sulla pietà, la canzone è il racconto di un re e della sua incessante e vana ricerca della felicità, che si conclude con una massima affascinante e bellissima: “Non cercare la felicità/in tutti quelli a cui tu hai donato/per avere un compenso/ma solo per te/nel tuo cuore/se tu avrai donato/solo per pietà”. Un inno all’umanità e all’amore per il prossimo.

Al termine dell’ascolto del disco, risalente a quasi quarant’anni fa, ciò che resta è, soprattutto, uno sconfortante senso di angoscia e malinconia, destinato a crescere dentro con il passare del tempo. Non soltanto per il fatto che le sonorità dell’album siano ricche di impressioni lugubri e sentimenti di sconforto, e gli unici momenti più scorrevoli e leggeri siano offerti dai tre provvidenziali “intermezzi”, dal ritmo più movimentato e vivace.
In tutte le tracce, infatti, ciò che prevale è un latente e onnipresente messaggio di abbandono e desolazione, che tocca da vicino i protagonisti delle storie musicali di Fabrizio De Andrè e che raggiunge la sua acmè nel “Recitativo” atto d’accusa finale.
Nei testi carichi di dolore e sofferenza, nelle musiche bellissime e particolarmente sofisticate, quest’album si presenta, ad ogni ascolto, in tutta la sua straripante pienezza musicale, sempre pronto ad offrire nuove ed intense sensazioni all’ascoltatore.
Non è certamente un album semplice, a causa della complessità testuale e musicale e dell’effettiva pesantezza di alcune melodie.
Non rappresenta, in un’ipotetica ed improbabile classifica, il lavoro più interessante, intrigante e completo di Fabrizio De Andrè.
Ma è e resterà, per sempre, uno dei dischi più importanti e prestigiosi della musica leggera italiana, un unicum musicale impedibile, una lunga, bellissima, poesia in musica.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Fabrizio De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale il padre, ricercato dai fascisti, è costretto a fuggire: per questo motivo, Fabrizio trascorre l’infanzia nella casa di campagna di Revignano d’Asti, solo con la madre, il fratello e le due nonne.
Al termine della guerra torna a Genova per frequentare, con risultati non sempre brillanti, gli studi liceali e universitari.
La sua vera, insuperabile passione è la musica. La sua unica, più sincera, compagna, la chitarra. Legge Bakunin, accostandosi al suo pensiero anarchico; scopre Brassens, traduce i suoi testi e comincia a scrivere canzoni tutte sue.
La sua carriera discografica inizia nel 1958 con il primo 45 giri contenente “Nuvole barocche” e “E fu la notte”. Ma è solo nel 1968, quando Mina incide e canta “La canzone di Marinella”, che De André ottiene la meritata consacrazione.
Da questo momento Fabrizio inizia a dedicarsi totalmente alla musica, incidendo con regolarità i suoi album, scrivendo canzoni bellissime destinate a diventare grandi classici: l’album “Volume I” è del 1967, seguito da “Tutti morimmo a stento”, e dal “Volume III”, entrambi del 1968. È del 1970 “La buona novella”, tratto dai Vangeli apocrifi, e nel 1971 esce “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirato a “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nel 1973 la contestazione del ‘68 fornisce lo spunto per album “Storia di un impiegato”, con la collaborazione di Giuseppe Bentivoglio ai testi e Nicola Piovani alle musiche. Con la partecipazione di Francesco De Gregori, nel 1975, nasce l’album “Volume VIII”. Nello stesso anno Fabrizio decide di trasferirsi Sardegna, dove acquisterà una tenuta presso Tempio Pausania: fu lì che lui e Dori Ghezzi verranno sequestrati, quattro anni più tardi, e rilasciati dopo quattro mesi di prigionia.
Nel 1979, da uno splendido tour con la Pfm, scaturisce un doppio album dal vivo, “In Concerto”. Cinque anni più tardi, nel 1984, De André realizza con Mauro Pagani, uno dei suoi album più intensi, “Creuza de mâ”, che unisce il dialetto genovese alle sonorità della tradizione sarda e mediterranea.
Del 1990 è l’album “Le nuvole”, e nel 1991 esce il doppio live “1991-Concerti”. “Anime Salve”, del 1996, è uno splendido ritorno dopo cinque anni di inattività, che si caratterizza per un lungo tour musicale, durato più di due anni, interrotto per motivi di salute durante l’estate del 1998.
L’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André si spegne, stroncato da un male incurabile, lasciando un vuoto incolmabile in tutti coloro che hanno amato la sua musica, le sue parole, la sua poesia unica e inimitabile.
Riferimenti principali
www.viadelcampo.com; L’Italia del Rock, Periodico quindicinale uscito con “La Repubblica”, 1995.
Antonio Benforte. Già pubblicato su ww.lankelot.com.
Commenti
Un album che è un pungno nello stomaco, il più doloroso in assoluto del cantautore genovese. "Leggenda di natale" e "Tutti morimmo a stento" sono pezzi che danno i brividi. "Il cantico dei drogati" è di un'angoscia pari alla bellezza dei versi. La conclusione è quasi didattica, si pone d'insegnamento a tutta una generazione. Attualissimo ancora oggi. Che disco! Uguale a nessun altro per forma e contenuti. Ma, a pensarci bene, sono parecchi i dischi di De André che restano ineguagliati (e difficilmente eguagliabili). "La buona novella" su tutti.
Ho licenziato Dio
gettato via un amore
per costruirmi il vuoto
nell'anima e nel cuore.
Le parole che dico
non han più forma né accento
si trasformano i suoni
in un sordo lamento.
Mentre fra gli altri nudi
io striscio verso un fuoco
che illumina i fantasmi
di questo osceno giuoco.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi.
Quando riascolterò
il vento tra le foglie
sussurrare i silenzi
che la sera raccoglie.
Io che non vedo più
che folletti di vetro
che mi spiano davanti
che mi ridono dietro.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Perchè non hanno fatto
delle grandi pattumiere
per i giorni già usati
per queste ed altre sere.
E chi, chi sarà mai
il buttafuori del sole
chi lo spinge ogni giorno
sulla scena alle prime ore.
E soprattutto chi
e perchè mi ha messo al mondo
dove vivo la mia morte
con un anticipo tremendo?
Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Quando scadrà l'affitto
di questo corpo idiota
allora avrò il mio premio
come una buona nota.
Mi citeran di monito
a chi crede sia bello
giocherellare a palla
con il proprio cervello.
Cercando di lanciarlo
oltre il confine stabilito
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell'infinito.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Tu che m'ascolti insegnami
un alfabeto che sia
differente da quello
della mia vigliaccheria.
Fabrizio De André "Cantico dei drogati"
"mette in musica la vita degli emarginati sociali, dei diseredati, dei poveri indifesi: con la voce sofferente di un impotente testimone, ci parla del loro dolore, della loro solitudine e delle loro angosce, offrendoci un amaro trattato sulla morte fisica e simbolica dell?uomo".
hai centrato lo spirito dell'album. Io ne rimasi folgorata molti anni fa, in un'età in cui le impressioni rimangono incise per sempre nell'anima.