De André Fabrizio

Storia di un impiegato

De André Fabrizio

Questo album, uscito nel 1973, conclude idealmente un ciclo di quattro cominciato nel 1968 con Tutti morimmo a stento. Anni di trapasso che respirarono atmosfere d’attesa e di lotta per un diverso avvenire. Dei quattro, per certi versi il più antagonista, Storia di un impiegato, è un disco concepito come atto d’accusa contro un mondo dominato dal nonsenso e dalla borghese mediocrità. Di questa mediocrità, l’impiegato ne è l’emblema, è il braccio meccanico e mimetizzato del potere, un potere che agisce nell’ombra, manovrando il suo riuscito prodotto per non sporcarsi le mani direttamente. Ma l’impiegato, figlio ed archetipo di quel tempo - tutti allora, e forse in gran parte anche oggi, sognavano e sognano d’essere impiegati a tempo indeterminato -, vive un equilibrio comunque fragile: se dal potere è guidato, per certi versi, visto il suo grigio galleggiare nell’oceano dell’indistinto, dal potere stesso vorrebbe emanciparsi. La tragicomica parabola dell’impiegato di De André comincia respirando le arie del “Maggio francese”: “Anche se il nostro maggio / ha fatto a meno del vostro coraggio / se la paura di guardare vi ha fatto chinare il mento / se il fuoco ha risparmiato / le vostre millecento /Anche se voi vi credete assolti / siete lo stesso coinvolti”

 De André rende edotti e avverte tutti, tutti coloro i quali si son voltati e si voltano vigliaccamente di fronte all’impeto giovanile di cambiamento, che non ci si è dimenticati di loro. Per quanto nascosti e apparentemente irresponsabili, una diversa e nuova giustizia dell’uomo - non di Dio - li verrà a cercare. L’impiegato, allora, sembra avere un sussulto - perchè tanti ragazzi si ribellano? -, sente di essere anch’egli in una gabbia, per quanto spesso confortevole. Ne La bomba in testa, allora, si chiede: “Chissà cosa si prova a liberare / La fiducia nelle proprie tentazioni / allontanare gli intrusi / dalle nostre emozioni / allontanarti in tempo / e prima di trovarti solo / con la paura di non tornare a lavoro”.
 
L’impiegato, però, è codardo per natura, e la paura lo porta a teorizzare una vendetta solitaria e scellerata. Oramai è tardi per unirsi ai ragazzi, dunque, imbucato ad un ballo borghese in maschera: “Ormai sono in ritardo per gli amici / per l’odio potrei farcela da solo / illuminando al tritolo / chi ha la faccia e mostra solo il viso / sempre gradevole, sempre più impreciso / E l’esplosivo spacca, taglia, fruga / tra gli ospiti di un ballo mascherato / io mi sono invitato / a rilevar l’impronta / dietro ogni maschera che salta / e a non aver pietà per la mia prima volta”.
 
L’evoluzione del dramma esistenziale dell’impiegato si sublima pienamente nella sesta traccia dell’album, la spietata Canzone del padre, in cui il cantautore genovese distrugge idealmente la famiglia media del tempo, tenuta in vita solo per sopravvivere a se stessa. Tra suggestioni oniriche ed echi vagamente psicanalitici, un padre (l’impiegato padre-figlio) sciorina il suo vuoto bilancio esistenziale: “Ho investito il denaro e gli affetti / banca e famiglia danno rendite sicure / con mia moglie si discute l’amore / ci sono distanze, non ci sono paure / ma ogni notte lei mi si arrende più tardi / vengono uomini ce n’è uno più magro / ha una valigia e due passaporti / lei ha gli occhi di una donna che pago”
 
E ancora, come in una tragedia greca: “Non ha più la faccia del suo primo hashish / è il mio ultimo figlio, il meno voluto / ha pochi stracci dove inciampare / non gli importa d’alzarsi, neppure quando è caduto/ E i miei alibi prendono fuoco / il Guttuso ancora da autenticare / adesso le fiamme mi avvolgono il letto / questi i sogni che non fanno svegliare”.
 
L’impiegato adesso non ha più nulla da perdere, apertasi definitivamente la porta sul vuoto, decide che il sogno d’emancipazione divenga realtà. Torna l’idea della bomba, l’obbiettivo è il Parlamento; in spregio agli “acrobati della rivoluzione”, egli decide di muoversi da solo, per darsi, poi, alla fuga. Così nel Bombarolo: “Intellettuali d’oggi / idioti di domani / ridatemi il cervello / che basta alle mie mani / profeti molto acrobati / della rivoluzione / oggi farò da me / senza lezione / Vi scoverò i nemici / per voi così distanti / e dopo averli uccisi / sarò tra i latitanti / ma finché li cerco io / i latitanti sono loro / ho scelto un’altra scuola / son bombarolo”.
 
Ma l’impiegato dell’universo di De André è un perdente, quindi, non tutto va come dovrebbe: “C’è chi lo vide ridere / davanti al Parlamento / aspettando l’esplosione / che provasse il suo talento / c’è chi lo vide piangere un torrente di vocali / vedendo esplodere / un chiosco di giornali”.
 
L’ottava traccia, Verranno a chiederti del nostro amore, è un canto consapevole velato di disillusione, per un amore limpido ed importante, bruciato dall’aspirazione borghese di una lei, non in tempo cambiata da un lui – che, suo malgrado, viene cambiato dal tempo e dagli eventi -, che l’ha vista legarsi ad uno status (“etico” ed estetico), più che ad un nuovo amore: “Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre / come fiori regalati a Maggio e restituiti in Novembre / i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro / i tuoi occhi assunti da tre anni/ i tuoi occhi per loro / ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo / o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo / e troppo stanchi per vergognarsi / di confessarlo nei miei / proprio identici ai tuoi / sono riusciti a cambiarci / ci son riusciti lo sai”.
 
L’album conclude il suo giro attorno alla Storia di un impiegato lasciando trasparire una qualche forma di riscatto. Nell’ultima traccia, Nella mia ora di libertà, egli (imprigionato per la bomba) riesce a “guidare” la rivolta dei detenuti di un carcere approfittando della classica ora d’aria. Ma non è solo, la sua libertà diviene un’emancipazione collettiva; tema assai caro ai dissenzienti del tempo (come lo era De André): “Di respirare la stessa aria / dei secondini non ci va / abbiam deciso di imprigionarli / durante l’ora di libertà / venite adesso alla prigione / ad ascoltare sulla porta / la nostra ultima canzone / che vi ripete un’altra volta / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti / per quanto voi vi crediate assolti / siete lo stesso coinvolti”.
 
Un album circolare questo di De André, comincia ed apre con la stessa invettiva, vede il sorgere, il naufragare e il risorgere del suo protagonista, nel panorama d’un tempo di lotta ideale, oggi si può dire, un po’ sopravvalutata – soprattutto, visto le elite culturali che ha prodotto. Ma questo, in fondo, conta poco rispetto alla coerenza dell’insieme poetico-musicale del cantautore genovese, che sembra averli respirati per intero quei tempi così complessi. Il risultato è che Storia di un impiegato è album molto comunicativo, arrangiato magistralmente dal maestro Nicola Piovani, mai come in questo lavoro in sintonia totale con la coppia De André-Bentivoglio. Se, in effetti, Non al denaro non all’amore né al cielo è insuperabile a livello di pregnanza di tematiche e di testi, qui, la musica riesce ad esser corposa messaggera dei versi: ad un tempo leggera come un soffio, ad un altro impetuosa come un’invettiva, non trascurando le cadenze inconsuete da tragicommedia.
 
In sintesi, è un’opera che va vista nell’ottica del tempo in cui è nata, perchè rivolta ai giovani degli anni Settanta, ma efficacissima anche nell’ascolto per l’oggi, soprattutto laddove una goccia d’abulia zampilli improvvisa anche in chi solitamente è portato ad osare. 
 
Testi: Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio se si eccettua Sogno numero due di De André-Danè.
Musiche: Fabrizio De André e Nicola Piovani.
Arrangiamenti e direzione d’orchestra: Nicola Piovani.
Chitarre: Fabrizio De André, Silvano Chimenti, Bruno Battisti Damario.
Basso elettrico: Daniele Petucchi.
Batteria: Enzo Restuccia.
Contrabasso: Antonio Perrelli.
Pianoforte: Nicola Piovani.
Synthesizer: Giorgio Carnini.
  
 
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
 

 

 
Approfondimento in rete: Via del Campo / / Onda Rock
 
Léon, aprile 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com
 

 

ISBN/EAN: 
0743219742421

Commenti

Disco eccezionale. Completo e interessantissimo, sia per la musica che per i testi, contiene una delle canzoni di Faber che mi hanno fatto maggiormente emozionare: Verranno a chiederti del nostro amore.
La cosa che sorprende di più, è quanto sia musicalmente validissimo ancora oggi.

Concordo sulla validità attuale del disco, e sul fatto che è tra i migliori di De André.

Ma il Fabrizio Bentivoglio dei testi che fine ha fatto?

Mica lo sò, sai. Bella domanda, sarei curioso di saperlo anch'io. Se qualcuno lo ne è a conoscenza, lo scriva pure qui.

Scusami, Giuseppe (Fabrizio è l'attore).
Ho letto da qualche parte in rete che è un letterato romano, ma mi sembra cosa un po' vaga.

Si, Bentivoglio l'autore dei testi, era ovvio:)
poche notizie, allora? Ma con chi altro ha collaborato negli ultimi trenta anni?

recensione preziosa per uno degli album più criptici di de andrè.

giusto un appunto, qui hai scritto:

Ma non è solo, la sua libertà diviene un?emancipazione collettiva; tema assai caro ai dissenzienti del tempo (come lo era De André).

In questo disco effettivamente viene fuori in maniera esplicita (per i temi trattati) e in maniera implicita (per il trattamento dei testi)la posizione di de andrè sulla realtà sociale del tempo.
d'altra parte de andrè dire avesse posizioni non da individualista ma collettivista non risolve totalmente la sua posizione che probabilmente quella di molti. Diceva: "per me il discorso collettivo abbraccia sei sette persone al massimo". :-)

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.