De André Fabrizio

Non al denaro non all'amore né al cielo

De André Fabrizio
Liberamente tratto dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, Non al denaro non all’amore nè al cielo è uno degli album più compiuti e coerenti di Fabrizio De André. Figlio d’un periodo molto prolifico e ispirato dell’autore  - in pochi anni si va dal doloroso Tutti morimmo a stento al corrosivo Storia d’un impiegato, passando per La Buona novella fino al disco in questione -, è forse la summa dei motivi essenziali ed esistenziali che lo hanno spinto a parlarci in musica. E la musica è, sempre, per De Andrè, l’unico piano possibile in cui far volteggiar vigorosamente le parole. Parole mai banali, ricercate, inclini a respirare suggestioni letterarie - un amore dichiarato per Brassens e la letteratura medievale. Qui l’ispiratore è E. L. Masters, come detto, e la sua variegata umanità che porta De Andrè a misurarvi temi a lui cari espressi già in lavori precedenti. Ma qui la ricerca è organica, e i dormienti sulle colline - tutti i morti senza pace in Dormono sulla collina - sono coloro che hanno subito l’inganno della vita o degli uomini: “Dove se ne è andato Helmer che di febbre si lasciò morire / dov’è Herman bruciato in miniera / dove sono Bert e Tom / il primo ucciso in una rissa e l’altro uscito già morto di galera / cosa ne sarà di Charlie che cadde mentre lavorava e dal ponte volò...volò sulla strada / Dormono dormono sulla collina / dormono dormono sulla collina”.
 
Ballata dalla ritmica quasi gioiosa è la successiva Un matto - dietro ogni scemo c’è un villaggio, in cui De Andrè descrive la consutudine del villaggio, in cui spicca il matto, unico vero protagonista in un mondo di routine e allontanato per la sua diversità: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore / e non riesci ad esprimerlo con le parole / e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te / lo scemo che passa / e neppure la notte ti lascia da solo / gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro”.
 
La terza traccia, Un Giudice, tra sarcasmo e ilarità, riconsegna alle invettive di De Andrè uno dei “nemici” più presenti nelle produzioni del cantautore genovese; un giudice, quello in questione, che dopo aver subito i giudizi della gente, sceglie la sua professione come via per la vendetta: “Fu nelle notti insonni / vegliate al lume del rancore / che preparai gli esami / diventai procuratore / per imboccar la strada / che dalle panche d’una cattedrale / porta alla sacrestia / quindi alla cattedra d’un tribunale / giudice finalmente / arbitro in terra del bene e del male”.
 
Un blasfemo - dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato, la quarta traccia, tratta un discorso complesso e controverso, la giustizia dell’uomo nel nome di Dio: il povero blasfemo per il sol fatto d’esser tale, sarà - anch’egli - costretto a dormir sulla collina dei non conformi e degli ingannati: “Mai più mi chinai e nemmeno su un fiore / più non arrossii nel rubare l’amore / dal momento che Inverno mi convinse che Dio / non sarebbe arrossito rubandomi il mio. / Mi arrestarono un giorno per le donne ed il vino / non avevano leggi per punire un blasfemo / non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte / mi cercarono l’anima a forza di botte”.
 
La seconda parte dell’album si snoda attraverso versi e dinamiche più introspettive, cosicchè Un malato di cuore immagina o ricorda il prato del suo amore, sublimato dal bacio come forma assoluta ed essenziale del palesarsi del sentimento: “E fra lo spettacolo dolce dell’erba / fra lunghe carezze finite sul volto / quelle sue cosce color madreperla / rimasero forse un fiore non colto / Ma che la baciai, per Dio, si lo ricordo / e il mio cuore restò sulle labbra”.
 
Parabola decisamente malinconica è anche Un medico, il quale si accorge, tristemente e suo malgrado, che la sua scienza non si può regalare alla gente - in un mondo cieco e diseguale -, pena trovarsi dalla parte degli stessi poveri malati che non possono accedervi, preso anch’egli per fame: “E allora capii fui costretto a capire / che fare il dottore è soltanto un mestiere / che la scienza non puoi regalarla alla gente / se non vuoi ammalarti dell’identico male / se non vuoi che il sistema ti pigli per fame”.
 
Il personaggio successivo è Un chimico, intento per natura a cercar la via d’unione degli elementi, incuriosito dalle incomprensibili alchimie dell’amore, in cui vede gli esseri umani cercar l’annientamento, tra gioie improbabili e immotivate - per uno scienziato della ragione, naturalmente: “Ma guardate l’idrogeno tacere sul mare / guardate l’ossigeno al suo fianco dormire / ha potuto sposarli senza farli scoppiare / soltanto una legge che io riesco a capire / Fui chimico e, no, non mi volli sposare / Non sapevo con chi e chi avrei generato / son morto in un esperimento sbagliato / proprio come gli idioti che muoion d’amore / e qualcuno dirà che c’è un modo migliore”.
 
L’album chiude sulle note del Suonatore Jones, inno alla libertà e al riscatto di chi ha vissuto la sua terra da schiavo e ne ricorda i dolci profumi, le immagini limpide e le inebrianti ballate: “Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati/ a cielo e denaro/ e cielo ed amore/ protetta da un filo spinato/ libertà l’ho vista svegliarsi ogni volta che ho suonato/ per un fruscio di ragazze a un ballo/ per un compagno ubriaco”.
 
Le parole di De Andrè, musicante poeta tra l’incanto e il disincanto, danzano soavi sulle musiche di Nicola Piovani, ma allo stempo forti nel voler determinare lo spazio (del corpo e dell’anima) entro cui si muovono i suoi personaggi. “Non per un Dio, ma nemmeno per gioco”, come spiega in Un medico, vorrebbe che i ciliegi tornassero in fiore (ma solo per la compiutezza del loro originario ciclo vitale, della loro natura). I ciliegi, metafora d’un umanità nascosta e da nascondere, sotto le false certezze del "migliore dei mondi possibili", sempre più in espansione. Per portarci, tra assordanti squilli di tromba, fino alle sperequazioni insensate e la conseguente inquietudine esistenziale dei tempi d’oggi: tutti sulla collina.
 
 
Testi: Fabrizio De Andrè e Giuseppe Bentivoglio.
Musiche: Fabrizio De Andrè e Nicola Piovani.
Arrangiamenti e direzione d’orchestra: Nicola Piovani.
Prodotto: Roberto Danè e Sergio Bardotti.
Tecnico del suono: Sergio Marcotulli.
 
  
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
 
 
Approfondimento in rete: Via del Campo / / Onda Rock
 
Léon, aprile 2005.


ISBN/EAN: 
0743219744425

Commenti

Uno dei dischi del grande Fabrizio al quale sono maggiormente legato.

Si, un gran disco. Concordo. Anche io ho parecchi ricordi che mi legano a De André e questo album in particolare

Si, un gran disco. Concordo. Anche io ho parecchi ricordi che mi legano a De André e questo album in particolare

Morgan lo ha rifatto in un curioso remake musicale. Lo conoscete? Ha fatto un "Dormono sulla collina" niente male.

Dai. In che disco?

Il titolo è lo stesso. Cambia solo l'autore. Che, in realtà è Rocco Siffredi. No, scherzo, è Morgan. Siffredi è solo il fratello di Raf.

No, non l'ho sentito. Sono curioso, lo ascolterò.

Anche io ne avevo sentito parlare davvero bene.
Morgan mi piace, sì.

Morgan ti piace sempre? A me piaceva a inizio carriera. Adesso non trovo accettabili queste pose da chansonnier. Sembrano autentiche seghe estetiche. Oppure lui invecchia diversamente dal suo pubblico originario.

Cominciai a sognare anch'io insieme a loro
poi l'anima d'improvviso prese il volo

Da ragazzo spiare i ragazzi giocare
al ritmo balordo del tuo cuore malato
e ti viene la voglia di uscire e provare
che cosa ti manca per correre al prato,
e ti tieni la voglia, e rimani a pensare
come diavolo fanno a riprendere fiato.

Da uomo avvertire il tempo sprecato
a farti narrare la vita dagli occhi
e mai poter bere alla coppa d'un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti,
e mai poter bere alla coppa d'un fiato
ma a piccoli sorsi interrotti.

Eppure un sorriso io l'ho regalato
e ancora ritorna in ogni sua estate
quando io la guidai o fui forse guidato
a contarle i capelli con le mani sudate.

Non credo che chiesi promesse al suo sguardo,
non mi sembra che scelsi il silenzio o la voce,
quando il cuore stordì e ora no, non ricordo
se fu troppo sgomento o troppo felice,
e il cuore impazzì e ora no, non ricordo,
da quale orizzonte sfumasse la luce.

E fra lo spettacolo dolce dell'erba
fra lunghe carezze finite sul volto,
quelle sue cosce color madreperla
rimasero forse un fiore non colto.

Ma che la baciai questo sì lo ricordo
col cuore ormai sulle labbra,
ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo,
e il mio cuore le restò sulle labbra.

E l'anima d'improvviso prese il volo
ma non mi sento di sognare con loro
no non si riesce di sognare con loro.

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