De André Fabrizio

Le nuvole

De André Fabrizio


L’album “Le nuvole”, registrato da Fabrizio De Andrè nel 1990, è il primo disco inciso dal cantautore genovese dopo il fantastico viaggio sonoro offerto, sei anni prima, con “Creuza de mâ”. Infatti, dopo aver rivoluzionato, nel 1984, la concezione di musica moderna attraverso la fusione di elementi musicali lontani tra loro, ed aver dato vita ad uno dei primi esempi di “World Music” italiana, Fabrizio continua il suo percorso di ricerca e sperimentazione sonora, con un album che sorprende per la sconcertante miscela di linguaggi, e disorienta per l’utilizzo di arrangiamenti, melodie e stili diversi in ogni traccia del disco.
All’interno di quest’opera, infatti, De André, pur soffermandosi, come sempre, con particolare attenzione sulla qualità e lo spessore dei testi, spazia dall’opera classica al valzer, dalla canzone napoletana a quella mediterranea, dal monologo parlato allo Jodel alpino, mescolando generi, lingue (soprattutto napoletano, sardo e genovese) e strumenti musicali dando vita ad un prodotto musicale originale e convincente, sebbene sia spesso ricordato come uno dei suoi lavori meno incisivi, probabilmente perché giunto a pochi anni di distanza dal capolavoro indiscusso “Creuza de mâ”.
Il titolo dell’album, così come l’idea che ha ispirato l’intero lavoro, deriva dall’omonima commedia di Aristofane, scritta nel 423 a.C.; a parte l’identico titolo, il disco ha, probabilmente, la stessa capacità dell’opera di Aristofane di analizzare criticamente la realtà, ed il suo stesso desiderio di cogliere gli aspetti più paradossali e avvilenti della società. Con “Le nuvole”, infatti, Fabrizio De André incide uno dei suoi dischi più riflessivi, pessimisti e, in un certo senso, politici. Non è difficile riscontrare, all’interno dell’album, numerose riflessioni, acute e amare, sul mondo moderno, sulle dinamiche del potere all’interno della società, sui rapporti e le differenze tra gli uomini, alternando ironici bozzetti e caricature di personaggi (Pasquale Cafiero in “Don Raffaè”, il medico di “Mégu Megún”, il giovane bruno e aitante di “Monti di Mola”) a tristi e rabbiose considerazioni su temi d’attualità (“La domenica delle salme”) e intriganti e romantiche storie popolari (come in “La nova gelosia” e in “'Â çímma”).
Le nuvole, sulla copertina nera del disco, sfumano e salgono leggere verso l’alto, nel cielo terso di una radiosa giornata. All’interno dell’album, invece, troviamo otto canzoni ispirate e particolarmente sentite, che si avvalgono della storica collaborazione di Mauro Pagani (ex Premiata Forneria Marconi), Massimo Bubola e degli arrangiamenti di Paolo Milesi.

 

 

  Si inizia con un’introduzione parlata su una base musicale essenziale ed intensa, dal titolo Le nuvole, che ci prende per mano e ci guida nell’esplorazione del disco, anticipandoci ed offrendoci la chiave di lettura dell’intero album. Si parla delle nuvole, appunto, attraverso le voci, una anziana e l’altra giovanile, di Lalla Pisano e Maria Mereu, del loro modo di essere mutevoli e cangianti, scure o candide, della capacità di assumere le forme più disparate e di offuscare, alle volte, la luce del sole e l’armonia delle stelle, “e ti sembra di non conoscere più il posto dove stai”. Ed è subito dopo, quindi, che viene chiarito il messaggio metaforico di De Andrè: il cantautore genovese identifica le nuvole, che “vanno, vengono, ogni tanto si fermano”, con i politici, i potenti, i governanti, che dall’alto della loro posizione prendono decisioni e condizionano la vita del popolo speranzoso, che vorrebbe osservare il cielo limpido, ma al quale resta “soltanto una voglia di pioggia”.
Il percorso prosegue con la divertente Ottocento, che in realtà nasconde una dura e aspra critica nei confronti della pervasività del capitalismo e del presunto progresso realizzato nella nostra epoca. De Andrè canta “di questo tempo l’astio e il malcontento”, e constata la presenza di “quasi tutti quanti maschi, femmine e cantanti su un tappeto di contanti”, il grande richiamo, quindi, esercitato dal denaro sugli uomini. La canzone fonde alla perfezione generi musicali distanti nel tempo e nello spazio (opera lirica, valzer, Jodel e dramma musicale) e si avvale della voce di De Andrè, in grado di cambiare rapidamente tono ed espressività, a seconda della situazione musicale. Fabrizio analizza un “tipo umano” al passo con i tempi, un padre capitalista interessato soprattutto alle “meraviglie (e agli) articoli di scambio, (alle) valvole e ai pistoni” offerte dalla modernità capitalistica, a far sposare la figlia e ad assicurarsi che il figlio mantenga saldo il patrimonio e si comporti da bravo imprenditore.
L’analisi dei nostri tempi si tinge di napoletanità in “Don Raffaè, canzone scritta a quattro mani con Massimo Bubola, su una base allegra di tarantella: è la storia surreale e paradossale di Pasquale Cafiero, secondino del carcere di Poggioreale, a Napoli (“Io mi chiamo Pasquale Cafiero / e son brigadiere del carcere oinè io / mi chiamo Cafiero Pasquale / sto a Poggio Reale dal ’53”) dove, invece di esercitare il proprio potere si rifugia sotto l’ala protettiva dei potenti boss della camorra, per i quali diventa il tuttofare, in cambio di favori. È da constatare, purtroppo, il fatto che questa sia una piccola forzatura di un problema comunque esistente, quello di una mala che riesce ad occuparsi dei poveri meglio di quanto riesca a fare lo Stato (“Prima pagina venti notizie ventuno ingiustizie e lo Stato che fa si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”). Emblematica è l’ultima richiesta di Cafiero a Don Raffaè, quella di trovare un lavoro al fratello disperato “che da quindici anni sta disoccupato”, il quale “ha fatto quaranta concorsi novanta domande e duecento ricorsi”.
Dopo la parentesi partenopea si arriva al nucleo fondamentale del disco, nonchè una delle canzoni più intense, belle e poetiche dell’intero repertorio deandreiano: “La domenica delle salme”, su una base essenziale di chitarra, esprime tutta l’arte e il lirismo letterario del cantautore, in un testo profondamente metaforico che è soprattutto una critica nei confronti del potere e della società, all’alba della caduta del muro di Berlino. Attraverso l’evocazione di una serie di immagini visive particolarmente affascinanti e suggestive ed una voce penetrante e severa, Fabrizio ripercorre l’atmosfera che si respirava in Italia, a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta: crisi delle ideologie (“gli addetti alla nostalgia / accompagnarono tra i flauti / il cadavere di Utopia”), apertura e ottimismo nei confronti del capitalismo (“il gas esilarante presidiava le strade”), corruzione del potere (“il ministro dei temporali / in un tripudio di tromboni / auspicava democrazia / con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni”), omologazione e spersonalizzazione dell’individuo, mancanza di una vera e propria reazione da parte della maggioranza della popolazione: Fabrizio osserva la realtà che gli si muove attorno, e con rabbia comprende che la voglia di cambiamento, di proposte positive, era stato sostituito da un atteggiamento fiducioso ed acritico nei confronti dell’invasione occidentale. Senza trarre giudizi sui due blocchi, semplicemente constatando la morte dell’ideale comunista (“La domenica delle salme / nessuno si fece male / tutti a seguire il feretro / del defunto ideale”) e l’affermazione incontrastata di una “pace terrificante”, grazie alla quale l’Urss usciva dai giochi planetari, lasciando agli Stati Uniti il titolo di unico arbitro del destino mondiale.
Questo brano commovente introduce l’ultima parte del disco, che mescola dialetti mediterranei creando uno splendido collage sonoro e musicale. Con “Mégu Megún” si torna al dialetto genovese, già sperimentato in “Creuza de mâ”: il testo, scritto con l’amico Ivano Fossati, ripercorre le vicissitudini di un “medicone”, sudato e insofferente, alle prese con i suoi pazienti, su una base in stile orientale e ricca di suoni particolari. In realtà, l’intero episodio può essere visto, metaforicamente, come la vita frenetica e poco allettante di un lavoratore qualsiasi, sempre costretto a correre e sfacchinare per tirare avanti, e rispondere a chi giudica le persone a seconda della “a sustànsa e ou mesté” (il patrimonio e il mestiere). Una vita difficile, in un mondo di “sûssa résca” (succhiatori di lische) cinici e senza scrupoli, nel quale il desiderio è, alle volte, di “a tià a bibbia ‘nta miàgia (e) serrà a ciàve ànche ou barcùn” (tirare la bibbia nel muro (e) chiudere a chiave anche la finestra), “durmì durmì” (dormire dormire), abbandonandosi ai sogni e alle speranze di una vita migliore.
Con il successivo episodio musicale ricompare la lingua napoletana: il brano La nova gelosia, infatti, riprende una canzone popolare partenopea del XVIII secolo, di autore anonimo, già cantata, in precedenza, da Roberto Murolo. Bellissimo è l’incipit di chitarre acustica, molto intrigante il testo, che è un appassionato elogio di un uomo alla nuova gelosia di una finestra (“tutta lucente de centrella d’oro”), colpevole di nascondere alla vista la bella amata (“tu m’annasconne Nennerella bella mia”).
'Â çímma inizia sottovoce e quasi recitata, per poi arricchirsi durante lo sviluppo dell’intera canzone: è la stravagante descrizione fatta da un cuoco, che descrive, con dovizia di particolari, la creazione della sua opera culinaria, pregando la carne di non indurirsi (“carne tènia nu fàte nèigra nu turnà dùa”) e, una volta terminata, osservandola andare via, per essere mangiata (“Poi vegnan a pigiàtela i càmè / te lascian tùttu ou fùmmu d’ou toèu mestè / tucca a ou fantin à prima coutelà / mangè mangè nu sèi chi ve mangià”). Si avvale dei preziosi arrangiamenti di Mauro Pagani, che si cimenta in splendidi assolo di ndelele e bouzouki, e dimostra la capacità di De André di rendere poetico, con le sue parole, qualsiasi argomento.
Monti di Mola, l’ultimo capitolo dell’album, è un ritorno alla Sardegna, terra amata da Fabrizio, e un nuovo esperimento sonoro e letterario, stavolta in dialetto sardo: in questa canzone, infatti, si racconta il surreale e impossibile amore, nato sui Monti di Mola (così era chiamata, un tempo, la Costa Smeralda), tra un “cioano ventaricciu e moru” (giovane aitante e moro) ed un “asina musteddina” (asina dal mantello chiaro). Una storia destinata a concludersi con il matrimonio, ma l’incombere di un problema burocratico – l’essere cugini primi – farà saltare ogni programma. Splendida la musica, mentre l’uso di un’ampia gamma di strumenti musicali e l’intenso coro dei Tazenda offrono un risultato finale magico e particolare. 

 

Con questo canto pastorale si conclude uno degli ultimi album in studio di Fabrizio De Andrè, che si spegnerà poco meno di un decennio dopo.
Il disco, dal forte impatto sonoro, non è immediatamente fruibile, forse per l’elevata quantità di linguaggi sonori. Ma, dopo aver trovato la chiave per leggere l’opera, “Le nuvole” di De André non appare più un semplice e instabile disco di transizione, ma un concept album, solido e incisivo, sui potenti e sulla gente normale, una profonda riflessione sulla nostra epoca, con un occhio benevolo al passato e poca fiducia nel futuro.
Il disco, per il brillante uso di una pluralità di sonorità e per la descrizione di un’umanità confusa che sopravvive alla società, si ricollega, seguendo un doppio filo, sia al precedente capolavoro “Creuza de mâ”, che al successivo e bellissimo “Anime salve”, nel quale verrà confermata l’ancora altissima vena poetica di un cantautore unico e inimitabile nella storia della musica italiana.

 

DISCOGRAFIA ESSENZIALE

 

BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Fabrizio De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale il padre, ricercato dai fascisti, è costretto a fuggire: per questo motivo, Fabrizio trascorre l’infanzia nella casa di campagna di Revignano d’Asti, solo con la madre, il fratello e le due nonne.
Al termine della guerra torna a Genova per frequentare, con risultati non sempre brillanti, gli studi liceali e universitari.
La sua vera, insuperabile passione è la musica. La sua unica, più sincera, compagna, la chitarra. Legge Bakunin, accostandosi al suo pensiero anarchico; scopre Brassens, traduce i suoi testi e comincia a scrivere canzoni tutte sue.
La sua carriera discografica inizia nel 1958 con il primo 45 giri contenente “Nuvole barocche” e “E fu la notte”. Ma è solo nel 1968, quando Mina incide e canta “La canzone di Marinella”, che De André ottiene la meritata consacrazione.
Da questo momento Fabrizio inizia a dedicarsi totalmente alla musica, incidendo con regolarità i suoi album, scrivendo canzoni bellissime destinate a diventare grandi classici: l’album “Volume I” è del 1967, seguito da “Tutti morimmo a stento”, e dal “Volume III”, entrambi del 1968. È del 1970 “La buona novella”, tratto dai Vangeli apocrifi, e nel 1971 esce “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirato a “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nel 1973 la contestazione del ‘68 fornisce lo spunto per album “Storia di un impiegato”, con la collaborazione di Giuseppe Bentivoglio ai testi e Nicola Piovani alle musiche. Con la partecipazione di Francesco De Gregori, nel 1975, nasce l’album “Volume VIII”. Nello stesso anno Fabrizio decide di trasferirsi Sardegna, dove acquisterà una tenuta presso Tempio Pausania: fu lì che lui e Dori Ghezzi verranno sequestrati, quattro anni più tardi, e rilasciati dopo quattro mesi di prigionia.
Nel 1979, da uno splendido tour con la Pfm, scaturisce un doppio album dal vivo, “In Concerto”. Cinque anni più tardi, nel 1984, De André realizza con Mauro Pagani, uno dei suoi album più intensi, “Creuza de mâ”, che unisce il dialetto genovese alle sonorità della tradizione sarda e mediterranea.
Del 1990 è l’album “Le nuvole”, e nel 1991 esce il doppio live “1991-Concerti”. “Anime Salve”, del 1996, è uno splendido ritorno dopo cinque anni di inattività, che si caratterizza per un lungo tour musicale, durato più di due anni, interrotto per motivi di salute durante l’estate del 1998.
L’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André si spegne, stroncato da un male incurabile, lasciando un vuoto incolmabile in tutti coloro che hanno amato la sua musica, le sue parole, la sua poesia unica e inimitabile.

Riferimenti principali
www.viadelcampo.com; L’Italia del Rock, Periodico quindicinale uscito con “La Repubblica”, 1995.

Antonio Benforte. Già pubblicato su ww.lankelot.com.

ISBN/EAN: 
0743219744623

Commenti

"Ottocento" è un pezzo che mi è rimasto dentro: una scrittura perfetta che parla di una dramma con irridente, ma dolente sarcasmo. Su una musica che sottilinea magistralmente i differenti momenti del pezzo.

"Le nuvole", il brano: pochi secondi di poesia pura.

Cantami di questo tempo
l?astio e il malcontento
di chi è sottovento
e non vuol sentir l?odore
di questo motor
che ci porta avanti
quasi tutti quanti
maschi , femmine e cantanti
su un tappeto di contanti
nel cielo blu

Figlia della famiglia
sei la meraviglia
già matura e ancora pura
come la verdura di papà

Figlio bello e audace
bronzo di Versace
figlio sempre più capace
di giocare in borsa
di stuprare in corsa tu
moglie dalle larghe maglie
dalle molte voglie
esperta di anticaglie
scatole d?argento ti regalerò

Ottocento
Novecento
Millecinquecento scatole d?argento
fine Settecento ti regalerò

Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar

Figlio figlio
povero figlio
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio figlio
unico sbaglio
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell?orgoglio
a me a me
che ti trattavo come un figlio
povero me
domani andrà meglio

Ein klein pinzimonie
wunder matrimonie
krauten und erbeeren
und patellen und arsellen
fischen Zanzibar
und einige krapfen
frùer vor schlafen
und erwachen mit walzer
und Alka-Seltzer fùr
dimenticar

Un piccolo pinzimonio
splendido matrimonio
cavoli e fragole
e patelle ed arselle
pescate a Zanzibar
e qualche krapfen
prima di dormire
ed un risveglio con valzer
e un Alka-Seltzer per
dimenticar.

Quanti pezzi di ricambio
quante meraviglie
quanti articoli di scambio
quante belle figlie da sposar
e quante belle valvole e pistoni
fegati e polmoni
e quante belle biglie a rotolar
e quante belle triglie nel mar.

Fabrizio De André "Ottocento"

Corretta qualche minima distrazione, Antonio (ripetizione di "una serie di" e "ciglioni" invece di... beh). Comunque precisa e condivisibile analisi, nei tuoi altissimi standard.

tra gli articoli più letti nel gennaio 2009!

É il decennale della morte......penso c'entri.

probabile. So che "Smisurate preghiere" (Arcana) sta andando forte in libreria...

E' un bel libro, "Smisurate preghiere". Una bella introduzione a De Andrè, anche per chi non è ferratissimo in materia. Me lo hanno regalato lo scorso anno ed ho molto apprezzato.

credo sia una delle edizioni Arcana più gradite degli ultimi anni, in effetti.

[de andrè] ronci, in

[de andrè] ronci, in Paradiso, racconta una delle stranezze di quest'estate 2010...  http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=attualita&Chiave=191

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