De André Fabrizio

La buona novella

De André Fabrizio

Ma adesso che viene la sera ed il buio / mi toglie il dolore dagli occhi / e scivola il sole al di là delle dune / a violentare altre notti: / io nel vedere quest’uomo che muore / madre, io provo dolore / nella pietà che non cede al rancore/  madre, ho imparato l’amore.

Nel 1968 uscì Tutti morimmo a stento, concept album doloroso e difficile, incentrato su un’umanità dimenticata, al margine e per questo giudicata e avversata dal mondo borghese. Nel 1970, con grandissima sorpresa dei più, esce, in uno dei periodi più caldi dell’Italia repubblicana, questo “improbabile” disco ispirato ai Vangeli Apocrifi. Com’è possibile? Mentre i cantautori impegnati si ribellano in versi al sistema, De André ci parla, ancorché a suo modo, dell’infanzia di Maria, del falegname Giuseppe e dell’esperienza terrena del Cristo. De André non è un vero rivoluzionario - pensano gli sciocchi (i più, come sempre), come può non cantare la rivolta per le piazze e per le università? Il cantautore genovese, invece, ci lascia intendere, proprio attraverso la profondità magnetica delle sue parole in musica, che questo album è il più rivoluzionario della sua discografia. L’unico, nel mezzo della contestazione giovanile, autenticamente contro. E si serve degli apocrifi, come detto, per entrare nella fiaba ed infondere magia, fino all’arresto. L’arresto della fiaba per confermarci, sotto metafora - una delle più simboliche: stigmatizzando l’arroganza del potere: umano, sempre umano -, il suo grido di rivolta assoluto. Contro un mondo che trovava la deriva delle idee e delle coscienze orientando all’omologazione sociale e culturale: escludendo chi non si integrava.
 

L’aggettivo “apocrifo”, in greco, significa: segreto, nascosto. Sembra che stesse ad indicare, fino al IV secolo d.C., alcuni scritti che qualche setta cristiana metteva a disposizione solo degli iniziati non ritenendo che gli scritti fossero di facile comprensione per le masse. Quando la Chiesa cominciò a distinguere in “ispirata e no” la letteratura su Cristo, escluse quei testi apocrifi dal codice “canonico”. Per estensione vennero chiamati apocrifi tutti gli scritti esclusi dal codice, appartenessero o meno a quelle sette. Così apocrifo divenne sinonimo di non veritiero, falso, non corretto. Ci sono vangeli, bibbia, atti, sentenze e apocalissi apocrifi. I vangeli apocrifi, in genere, vengono datati tra il I e il IV secolo d.C. Convenzionalmente portano il nome di apostoli o testimoni della vita di Cristo: Pietro, Nicodemo, Filippo, Giacomo, Tommaso, i quali parlano in prima persona o sono citati dal redattore del testo come fonte del racconto. Gli apocrifi sembrano colmare il vuoto dei quattro (di cui tre sinottici) canonici (Marco, Matteo, Luca, Giovanni) sull’infanzia di Maria, la storia di Giuseppe, l’infanzia di Gesù e la storia di Erode e Pilato. Ma la differenza più affascinante è l’attenzione che gli autori mettono anche sulla natura (evocazione di nefasti sincretismi religiosi, senso di miscredenza, impropria umanizzazione del divino: il Magistero della Chiesa lascia intendere…) comunque umana dei loro protagonisti. Pur essendo fuori dalla Chiesa, gli apocrifi hanno lasciato una traccia ben profonda; i fedeli cristiani non conoscono tanta ricchezza letteraria quasi sotterranea che la Chiesa stessa non divulga e che per secoli è stata dimenticata. Ma se leggiamo Dante, o ci lustriamo gli occhi con le opere di Tiziano, Raffaello e Michelangelo, possiamo comunque accorgerci, che questo immenso patrimonio è sopravvissuto al tempo e al suo oscuramento. Grazie anche a De André, e per sublimi versi, è possibile assaporarne ancora una volta le evocative suggestioni.
 
Così, ne L’infanzia di Maria:
 
Forse fu all’ora terza, forse alla nona / cucito qualche giglio sul vestito alla buona / forse fu per bisogno o peggio per buon esempio / presero i tuoi tre anni e lui portarono al tempio / Non fu più il seno di Anna, fra le mura discrete / a consolare il pianto, a calmarti la sete / dicono fosse un angelo a raccontarti le ore / a misurarti il tempo fra cibo e Signore…/ E quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio / avevi dodici anni e nessuna colpa addosso / ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio / e la tua verginità si tingeva di rosso / E si vuol dar marito a chi non lo voleva / si batte la campagna, si fruga la via / Popolo senza moglie, uomini d’ogni leva / del corpo di una vergine si fa lotteria…
 
Impietoso è il canto di De André, nel ricordare l’umana missione per la quale Maria, giovane vergine, fu scelta. E Giuseppe, falegname per forza e padre per professione, fu l’anello di congiunzione col destino:
 
E fosti tu, Giuseppe, un reduce del passato / falegname per forza padre per professione / a vederti assegnata da un destino sgarbato / una figlia di più senza alcuna ragione / una bimba su cui non avevi intenzione / E mentre te ne vai, stanco d’essere stanco / la bambina per mano, la tristezza di fianco / pensi: “Quei sacerdoti la diedero in sposa / a dita troppo secche per chiudersi su una rosa / a un cuore troppo vecchio che ormai si riposa”.
 
Sono versi bellissimi, intrisi d’umana compassione per Maria e Giuseppe, travolti da un insolito destino e figli d’un cielo che, di passaggio per le nostre vie - quelle degli uomini -, fagocita due umane esistenze per renderle icone, messaggere del dogma per il domani.
 
Ne Il ritorno di Giuseppe, il canto si fa poesia e i versi ci conducono in prossimità di altezze letterarie raramente raggiunte da altri cantori in musica:
 
Stelle, già dal tramonto / si contendono il cielo a frotte / luci meticolose / nell’insegnarti la notte / Un asino dai passi uguali / compagno del tuo ritorno / scandisce la distanza / lungo il morire del giorno / Ai tuoi occhi il deserto / una distesa di segatura / minuscoli frammenti/ della fatica della natura / Gli uomini della sabbia / hanno profili da assassini / rinchiusi nei silenzi / d’una prigione senza confini / Odore di Gerusalemme / la tua mano accarezza il disegno / d’una bambola magra / intagliata nel legno / “La vestirai Maria” / ritornerai a quei giochi / lasciati quando i tuoi anni / erano così pochi…
 
Giuseppe ritorna per vie impervie e trova la bambola di legno evocante l’infanzia perduta di Maria, dono che le lascerà per farle ritrovare gli anni mai avuti. E l’altezza, si supera in altezza:
 
E lei volò fra le tue braccia / come una rondine / e le sue dita come lacrime / dal tuo ciglio alla gola / suggerivano al viso / una volta ignorato / la tenerezza d’un sorriso / un affetto quasi implorato…
 
Subito dopo le nozze con Maria, Giuseppe parte, va fuori della Giudea per quattro anni. Al ritorno trova Maria in stato interessante. Maria gli corre incontro, gli butta le braccia al collo, lo abbraccia e, piangendo, gli racconta di aver fatto un sogno: ha incontrato un angelo del Signore. Così ne Il sogno di Maria:
 
Nel grembo umido, scuro del tempio / l’ombra era fredda, gonfia d’incenso / l’angelo scese, come ogni sera / ad insegnarmi una nuova preghiera / poi, d’improvviso, mi sciolse le mani / e le mie braccia divennero ali / quando mi chiese: “Conosci l’estate?” / io, per un giorno, per un momento / corsi a vedere il colore del vento…
 
Il sogno è metafora di libertà, d’abbandono alla vita - finalmente e per un momento-; l’angelo conduce sulle ali del vento, ma:
 
Le ombre lunghe dei sacerdoti / costrinsero il sogno in un cerchio di voci / Con le ali di prima pensai di scappare / ma il braccio era nudo e non seppe volare / poi vidi l’angelo mutarsi in cometa / e i volti severi divennero pietra / le loro braccia profili di rami / nei gesti immobili d’un’altra vita / foglie le mani spine le dita.
 
Maria è ricondotta alla realtà e tutto si fa pietra, l’angelo si tramuta in cometa e dalla strada:
 
Voci di strada, rumori di gente / mi rubarono al sogno per ridarmi al presente / Sbiadì l’immagine, stinse il colore / ma l’eco lontana di brevi parole / ripeteva d’un angelo la strana preghiera / dove forse era sogno ma sonno non era / “Lo chiameranno figlio di Dio” / parole confuse nella mia mente / svanite in un sogno, ma impresse nel ventre.
 
Le figure del Vangelo si umanizzano nella trasposizione apocrifa e De André, con ispiratissima capacità compositiva, se ne serve per demistificare gli eventi “ufficiali” che portarono alla nascita del Cristo, soffermandosi invece sulla forza dell’azione umana e sull’umano significato di fatti che hanno segnato la storia dell’uomo.
 
 
Dopo aver indagato l’infanzia di Maria, l’avvicinamento di Giuseppe e la nascita di Gesù, De André cambia registro e la fiaba, come accennato in fase d’introduzione, diventa tragedia che stigmatizza la crudeltà del potere costituito. Così in Via della croce:
 
Poterti smembrare coi denti e le mani / sapere i tuoi occhi bevuti dai cani / di morire in croce puoi essere grato / a un brav’uomo di nome Pilato” / Ben più della morte che oggi ti vuole / t’uccide il veleno di queste parole: / le voci dei padri di quei neonati / da Erode, per te, trucidati / Nel lugubre scherno degli abiti nuovi / misurano a gocce il dolore che provi / trent’anni hanno atteso col fegato in mano / i rantoli d’un ciarlatano…
 
E la gente, lo spettro dell’indistinto, nel simbolo del sangue può creder di lavar via tutti i peccati - umani peccati. Il domani vedrà ne la Buona Novella il racconto per tutti. Ma adesso, vince l’orrore. Umano, sempre umano:
 
Confusi alla folla ti seguono muti / sgomenti al pensiero che tu li saluti: / “A redimere il mondo” gli serve pensare / il tuo sangue può certo bastare / La semineranno per mare e per terra / tra boschi e città la tua buona novella / ma questo domani, con fede migliore / stasera è più forte il terrore / Nessuno di loro ti grida un addio / per esser scoperto cugino di Dio / gli apostoli han chiuso le gole alla voce / fratello che sanguini in croce.
 
Dalla passiva visione delle genti, con in spalla una croce, il Cristo regala un pensiero (e De André con lui) ai due ladri prossimi all’identico destino di dolore e morte (l’umanità al margine tanto cara a Fabrizio) e vittime con lui della voracità e del desiderio di vendetta degli uomini:
 
Son pallidi al volto, scavati al torace / non hanno la faccia di chi si compiace / dei gesti che ormai ti propone il dolore / eppure hanno un posto d’onore / Non hanno negli occhi scintille di pena / non sono stupiti a vederti la schiena / piegata dal legno che a stento trascini / eppure ti stanno vicini / perdonali se non ti lasciano solo / se sanno morir sulla croce anche loro / a piangerli sotto non han che le madri / in fondo, son solo due ladri.
 
E allora, i ladroni, una volta sulla croce e nell’immaginazione di De André, rileggono provocatoriamente i dieci comandamenti: prescrizione per il popolo e privilegio per il potere. Così ne Il testamento di Tito:
 
“Non nominare il nome di Dio / non nominarlo invano” / Con un coltello piantato nel fianco / gridai la mia pena e il suo nome / ma forse era stanco, forse troppo occupato / e non ascoltò il mio dolore / ma forse era stanco, forse troppo lontano / davvero lo nominai invano…/ “Ricorda di santificare le feste” / facile per noi ladroni / entrare nei templi che rigurgitan salmi / di schiavi e dei loro padroni / senza finire legati agli altari / sgozzati come animali…
 
Ma l’amore, come sempre, natura sospesa tra l’umano e il divino, redime ed insegna. Il rispetto e la pietà:
 
Ma adesso che viene la sera ed il buio / mi toglie il dolore dagli occhi / e scivola il sole al di là delle dune / a violentare altre notti: / io nel vedere quest’uomo che muore / madre, io provo dolore / nella pietà che non cede al rancore / madre, ho imparato l’amore.
 
Le ultime parole di De André, nel ricordo e nell’evocazione del percorso umano del Cristo, sono un inno all’uomo. A Gesù, colui che il cantautore genovese ha ritenuto essere il più grande rivoluzionario che l’umanità abbia mai conosciuto. E allora, Laudate hominem:
 
Il potere che cercava / il nostro umore / mentre uccideva / nel nome d’un dio / nel nome d’un dio / uccideva un uomo / nel nome di quel dio si assolse / Poi chiamò Dio / poi chiamò Dio quell’uomo / e nel suo nome / nuovo nome / altri uomini / altri uomini / uccise / Non voglio pensarti figlio di Dio / ma figlio dell’uomo, fratello anche mio...
 
Viaggio del tutto personale del grande cantautore-poeta nel mondo dei Vangeli apocrifi, La buona novella è una straordinaria opera d’esegesi filologico-letteraria che si snoda attraverso liriche che dilettano sia l'udito che l'intelletto. L’uso della metrica nei versi è pressoché perfetto e consente al cantautore genovese di argomentare a suo modo e in maniera piacevolmente scorrevole su un tema arduo e difficile. L’infanzia di Maria e l’accettazione di Giuseppe, preludono all’umanizzazione del Cristo, imperativo ultimo nell’idea divulgativa del grande Fabrizio. Un disco problematico e allora mal compreso: dalle istituzioni religiose, dai consumatori abituali di musica leggera e dai giovani in lotta - per lo più di facciata. Tutto ciò non ha impedito a De Andrè di amarlo come una delle sue creature più riuscite, al pari di Creuza de ma. Nelle sue parole l’idea che ha ispirato questo capolavoro irripetibile: “Quando ho scritto l’album non ho voluto inoltrarmi in strade per me difficilmente percorribili, come la metafisica o addirittura l’archeologia. Poi ho pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo, il che è esattamente quello che ha fatto l’uomo da quando ha messo piede sulla terra. Gli evangelisti apocrifi sono vissuti in carne e ossa, solo che la Chiesa mal sopportava che ci fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi di Gesù. Si trattava di scrittori arabi, armeni, bizantini, greci che, nell’accostarsi all’argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazareth, lo hanno fatto con grande rispetto, tanto è vero che ancora oggi il mondo dell’Islam continua a considerare Gesù di Nazareth, subito dopo Maometto e prima ancora di Abramo, come il più grande profeta mai esistito. Invece il mondo cattolico continua a considerare Maometto meno di un cialtrone, e questo è un punto che va a favore dell’Islam, l’Islam serio”.
 
Parole forti quelle di Fabrizio, che gettano una luce oscura sulla Chiesa cattolica e sul messaggio da essa divulgato, nel considerare la fede un dogma e l’uomo un cieco, obbediente e uniformato servitore. Al di là di ciò, questo è per Fabrizio l’album della piena maturità espressiva, una incantevole composizione in versi che evocano immagini di impareggiabile bellezza, accompagnata da splendide e suggestive musiche d’atmosfera: un album che, se ascoltato con empatia ed attenzione, difficilmente non si incide nel nostro intimo e nella memoria. È realmente un disco catartico. Una rivoluzione per la musica leggera d’autore italiana. Da ascoltare e riascoltare. E, soprattutto, da amare.
 
 
 
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
 
Approfondimento in rete: Via del Campo / Onda Rock
 
Léon, Agosto 2005. Originariamente apparso su www.lankelot.com
ISBN/EAN: 
0743219744524

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"Nel Grembo umido, scuro del tempio,
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali,
quando mi chiese - Conosci l'estate -
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case,
oltre i cancelli, gli orti, le strade,
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.

Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

(... e l' angelo disse: "Non
temere, Maria, infatti hai
trovato grazia presso il
Signore e per opera Sua
concepirai un figlio...)

Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio di voci.
Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un altra vita,
foglie le mani, spine le dita.

Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era

- Lo chiameranno figlio di Dio -
Parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno, ma impresse nel ventre."

E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.

E tu, piano, posati le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte.

"Il sogno di Maria", Fabrizio De André

E' SOLO L'APOTEOSI DEL GENIO.

Si, SOLO.

laudate dominum

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