È il 1984: il punk è finito da un pezzo, nelle radio impazzano “Like a Virgin” di Madonna e “Thriller” di Michael Jackson. La situazione musicale italiana vede affermarsi i volti nuovi di Pino Daniele, Vasco Rossi e Zucchero, l’esplosione rock dei Litfiba e dei Diaframma, l’avanguardia postpunk dei CCCP e lo ska dei Bisca.
In questo contesto sonoro Fabrizio De André, all’apice di una carriera fatta di innumerevoli successi e nessun compromesso, registra il capolavoro “Creuza De Mä”, un’opera innovativa distante anni luce dai suoi lavori precedenti e da quelli dei suoi colleghi musicisti.
Il disco nasce dalla collaborazione con Mauro Pagani, polistrumentista della Premiata Forneria Marconi, che da tempo desiderava unire, in un unico album, sonorità mediterranee, arabe, balcaniche e nordafricane.
De André ci aggiunge la lingua della propria terra, un dialetto genovese musicale e armonioso, che si sposa alla perfezione con le avvolgenti musiche e gli strumenti etnici della tradizione popolare, shannaj, oud, bouzouki, percussioni, viole e mandolini, e insieme all’amico della PFM crea un affresco sonoro magnifico, che attinge a piene mani dai colori del Mediterraneo.
Un disco importantissimo, una pietra miliare della musica italiana, destinata ad avere, in maniera più o meno diretta, una fortissima influenza sulla “world music” degli anni successivi e su tutti gli artisti che sperimenteranno la fusione etnica tra stili e linguaggi lontani.
In un primo momento, l’intenzione di De André è quella di utilizzare una lingua inventata, musicale e misteriosa allo stesso tempo. L’intuizione della lingua genovese, invece, giunge in maniera naturale poco prima della definitiva incisione: Fabrizio si accorge che la sua lingua, così melodiosa, ricca di parole musicali, con una sostanziale percentuale di termini d’importazione araba, turca e portoghese, è quella adatta a raccontare le storie narrate nel disco.
Il risultato di questo lavoro i ricerca sonora e linguistica è originale e innovativo, rivolto al passato e allo stesso tempo proiettato verso un modo audace e rivoluzionario di fare la musica. Così lontano dalla linearità cantautoriale dei primi lavori (“Vol. 3”, “Tutti morimmo a stento”) e dalla raffinatezza dei dischi degli anni 70, le sonorità di “Creuza De Mä” sono un qualcosa di totalmente nuovo per la musica italiana, una misteriosa e intensa unione di melodia e suoni indimenticabili, che resterà per sempre nella mente e nel cuore di chi ha amato la musica di Fabrizio De André.
Sul cielo senza nuvole della splendida copertina, blu come il mare, è disegnato il profilo della parte alta di una pallida casa di pietra grezza. Un’angusta fessura oscura, che in realtà è una finestra, come l’occhio di un ciclope osserva, curiosa, il mondo davanti a sé, il quieto ondeggiare mare e l’aggrovigliarsi delle strade di Genova.
Inserire il cd nello stereo è come partire per un viaggio, unico e affascinante.
La traccia che dà il titolo all’album, “Creuza De Mä”, è introdotta dalle note macedoni di una gaida[1], eco lontana rivolta da un’ammaliante sirena a impassibili pescatori, che quotidianamente fanno spola tra la terra ed il mare. Il loro è un eterno peregrinare a cavallo delle onde, tirando su le reti cariche di pesci, sfiorando le coste nordafricane, affogando nel vino i dispiaceri ed il rancore, per poi tornare a casa. Una casa che è Genova, carica di suggestioni e strani simbolismi (“ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria/e a funtan-a di cumbi ‘nta cä de pria”), di odori e sapori della cucina ligure (“frittûa de pigneu giancu de Purtufin/çervelle de bae ‘nt’u meximu vin/lasagne da fiddià ai quattru tucchi /paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi”), e nella quale i marinai si mescolano ai delinquenti (“facce da mandillä”) e alle ragazze di buona famiglia (“figge de famiggia udù de bun/che ti peu ammiàle senza u gundun”). Il canto di De André sublima l’effetto sonoro, con l’espressività vocale del cantautore genovese che raggiunge livelli mai toccati in precedenza. Il suo dialetto ci sembra così lontano, ma allo stesso tempo incredibilmente familiare, ma è possibile comprendere a pieno la canzone (così come l’intero album) solo dopo numerosi ascolti: dopo aver permesso alle note di entrare in circolo, sarà possibile leggere le traduzioni dei testi, che consentiranno di cogliere l’immensa poesia nascosta in questi sette magici frammenti di vita.
Le voci (registrate dal vivo) del mercato ittico di Genova, legano il finale alla canzone successiva, “Jamin-a”. Una canzone dal ritmo travolgente, che si muove sinuosa su un tappeto di percussioni e di note suonate dall’outi[2] e dal bouzouki[3], che accompagnano la provocante e spudorata descrizione di una prostituta. De André ci presenta tutta la sensualità di questa lupa dalla pelle scura (“lua de pelle scûa”) dalla forte carica erotica, nella serie di rapide immagini offerte dalle brevi strofe della canzone: la sua lingua infuocata (“Lengua ‘nfeuga”), le sue labbra passionali (“lerfe de ûga spin-a”) , il corpo di Jamina è un tempio di carnale passione, la rappresentazione di tutte le voglie degli uomini, un “nodo di gambe” dal quale è difficile riuscire a districarsi con prontezza (“e l’ûrtimu respiu Jamin-a/regin-a muaé de e sambe/me u tegnu pe sciurtï vivu/da u gruppu de e teu gambe”). De André, anche quando descrive scene erotiche e passionali, al limite della decenza, sa essere estremamente poetico e coinvolgente.
“Sidun” è la terza traccia del disco, il lamento funebre di un padre palestinese, in memoria del figlio ucciso dagli orrori dell’orribile guerra tra arabi e israeliani. Aperto dal rombo del motore di un aeroreattore, dalla voce di Sharon e Reagan e dagli applausi della folla mescolati al frastuono di carri armati e mezzi pesanti la canzone ci riporta la cronaca drammatica di quei tempi, anticipatrice degli orrori dei giorni nostri. La voce senza speranza di un uomo squarcia il silenzio causato dall’ennesima strage, accompagnata dalle note struggente di un funereo bouzouki: un bambino innocente è morto, sfigurato in volto (“e oua grûmmu de sangue ouëge/e denti de laete”), suo padre non può fare altro che pregare per lui, manifestando tutta la disperazione, la collera di un uomo e la sua indignazione nei confronti dei soldati israeliani (“e i euggi di surdatti chen arraggë/cu’a scciûmma a a bucca cacciuéi de bæ”). Una storia, purtroppo, ancora tristemente attuale.
“Sinan Capudan Pascià” è la storia, realmente accaduta, del marinaio genovese Cicala, imprigionato dai Mori dopo uno scontro navale avvenuto nella seconda metà del XV secolo e divenuto Gran Visir e Serraschiere del Sultano dopo aver salvato dal naufragio la sua nave. Dal ritmo cadenzato e allegro, è una canzone orecchiabile che si caratterizza per l’ironico e surreale ritornello, tratto da un canto popolare diffuso tra i marinai della zona tirrenica (“intu mezu du mä/gh’è ‘n pesciu tundu/che quandu u vedde ë brûtte/u va ‘nsciù fundu/intu mezu du mä/gh’è ‘n pesciu palla/che quandu u vedde ë belle/u vegne a galla”) che, nella ripetizione successiva, si modifica in chiave comico-triviale, nella descrizione dei “capricci della fortuna” (“a sfurtûn-a a l’è ‘n grifun/ch’u gia ‘ngiu ä testa du belinun/amü me bell’amü/a sfurtûn-a a l’è ‘n belin/ch’ù xeua ‘ngiu au cû ciû vixín”).
Con “A Pittima”, canzone dall’avvolgente base di percussioni, Fabrizio descrive una delle sue classiche figure di emarginato sociale: la “pittima”, appunto, che oggigiorno è sinonimo di persona noiosa e insistente, ma nell’antica Genova identificava l’esattore al quale i cittadini affidavano l’incarico di esigere i crediti di debitori insolventi. In un’orgogliosa descrizione del proprio mestiere, dopo aver precisato l’impossibilità di praticare altri lavori, a causa del fisico minuto (“Cosa ghe possu ghe possu fâ/se nu gh’ò ë brasse pe fâ u mainä/se infundo a e brasse nu gh’ò ë män du massacán/e mi gh’ò ‘n pûgnu dûu ch’u pâ’n niu”), la “pittima” sembra esigere maggior rispetto da parte dei propri concittadini, che non apprezzano il suo modo di richiedere il saldo dei debiti (“e vaddu in giù a çerca i dinë/a chi se i tegne e ghe l’àn prestë/e ghe i dumandu timidamente ma in mezu ä gente”).
In “A Dumenega”, un’allegra ballata che nasconde un duro messaggio rivolto ai moralisti e ai bigotti, le prostitute di Genova, confinate nel loro quartiere per tutta la settimana, la domenica hanno la possibilità di festeggiare, passeggiando liberamente per le strade della città (“Quandu ä dumenega fan u gíu cappellin neuvu neuvu u vestiu cu ‘amadama a madama ‘n testa o belin che festa o belin che festa”). Mentre le prostitute camminano per le vie e, gli abitanti della città, che durante la settimana si avvalgono abitualmente dei loro servizi, inveiscono e si prendono gioco di loro in maniera ipocrita (“ghe dixan quellu che nu peúan dî/de zeùggia sabbu e de lûnedì”). Un atteggiamento ancora più subdolo se si considera che il governo di Genova requisiva i ricavi delle case di tolleranza, con i quali sembrava riuscisse a pagare quasi per intero le spese per i lavori portuali.
L’ultima traccia del disco, la malinconica “Da me riva”, è una toccante poesia messa in musica, con la quale Fabrizio De André descrive il triste pensiero del marinaio distante dalla terraferma, costretto a salutare da lontano il fazzoletto della propria amata (“sulu u teu mandillu ciaèu”) rimasta sulla spiaggia ad aspettarlo. Per il marinaio in balia delle onde, la propria donna è uno sbiadito mosaico di ricordi, identificata con un sorriso amaro (“u teu fattu risu amàu”), la nostalgia di un profilo contro il sole (“ma te pensu cuntru su”), nato dall’osservazione di una foto che la ritrae giovane e bella (“a teu fotu da fantinn-a”). Solo chitarra, voce e leggera batteria, per un finale poetico e sofferto.
Si conclude uno splendido viaggio, in bilico tra passato e presente, tra il mare e le strade di Genova, storie popolari, avventure e tragedie, in compagnia di uno dei cantautori più importanti della musica italiana: Fabrizio De André, accompagnato dalle note degli strumenti più svariati e dalle mille tonalità della sua calda voce.
La fusione di linguaggi sonori e verbali, all’interno di questo disco, è uno dei contributi più ricchi alla concezione di musica moderna, che fa della mescolanza dei generi, della sperimentazione musicale e della interrelazione delle lingue le sue parole chiave.
“Creuza de mä”, non mi sembra esagerato affermarlo, è il disco più importante degli anni Ottanta, uno degli album più influenti e rilevanti nella storia della musica moderna.
“Creuza de mä” è un disco indimenticabile, da ascoltare con la mente, ma soprattutto con il cuore.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Fabrizio De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale il padre, ricercato dai fascisti, è costretto a fuggire: per questo motivo, Fabrizio trascorre l’infanzia nella casa di campagna di Revignano d’Asti, solo con la madre, il fratello e le due nonne.
Al termine della guerra torna a Genova per frequentare, con risultati non sempre brillanti, gli studi liceali e universitari.
La sua vera, insuperabile passione è la musica. La sua unica, più sincera, compagna, la chitarra. Legge Bakunin, accostandosi al suo pensiero anarchico; scopre Brassens, traduce i suoi testi e comincia a scrivere canzoni tutte sue.
La sua carriera discografica inizia nel 1958 con il primo 45 giri contenente “Nuvole barocche” e “E fu la notte”. Ma è solo nel 1968, quando Mina incide e canta “La canzone di Marinella”, che De André ottiene la meritata consacrazione.
Da questo momento Fabrizio inizia a dedicarsi totalmente alla musica, incidendo con regolarità i suoi album, scrivendo canzoni bellissime destinate a diventare grandi classici: l’album “Volume I” è del 1967, seguito da “Tutti morimmo a stento”, e dal “Volume III”, entrambi del 1968. È del 1970 “La buona novella”, tratto dai Vangeli apocrifi, e nel 1971 esce “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirato a “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nel 1973 la contestazione del ‘68 fornisce lo spunto per album “Storia di un impiegato”, con la collaborazione di Giuseppe Bentivoglio ai testi e Nicola Piovani alle musiche. Con la partecipazione di Francesco De Gregori, nel 1975, nasce l’album “Volume VIII”. Nello stesso anno Fabrizio decide di trasferirsi Sardegna, dove acquisterà una tenuta presso Tempio Pausania: fu lì che lui e Dori Ghezzi verranno sequestrati, quattro anni più tardi, e rilasciati dopo quattro mesi di prigionia.
Nel 1979, da uno splendido tour con la Pfm, scaturisce un doppio album dal vivo, “In Concerto”. Cinque anni più tardi, nel 1984, De André realizza con Mauro Pagani, uno dei suoi album più intensi, “Creuza de mâ”, che unisce il dialetto genovese alle sonorità della tradizione sarda e mediterranea.
Del 1990 è l’album “Le nuvole”, e nel 1991 esce il doppio live “1991-Concerti”. “Anime Salve”, del 1996, è uno splendido ritorno dopo cinque anni di inattività, che si caratterizza per un lungo tour musicale, durato più di due anni, interrotto per motivi di salute durante l’estate del 1998.
L’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André si spegne, stroncato da un male incurabile, lasciando un vuoto incolmabile in tutti coloro che hanno amato la sua musica, le sue parole, la sua poesia unica e inimitabile.
Riferimenti principali
www.viadelcampo.com; L’Italia del Rock, Periodico quindicinale uscito con “La Repubblica”, 1995.
Antonio Benforte. Già pubblicato su ww.lankelot.com.
[1] Un tipo di cornamusa pastorale che accompagna il canto e la danza, costituito da una sacca animale ed un chanter in legno o in osso.
[2] Strumento greco simile al liuto, caratterizzato per il corpo largo a forma di pera ed il manico corto.
[3] Strumento greco dal manico lungo, appartenente alla famiglia dei liuti.
Commenti
Grande album.
D'ä mæ riva
sulu u teu mandillu ciaèu
d'ä mæ riva
'nta mæ vitta
u teu fatturisu amàu
'nta mæ vitta
ti me perdunié u magún
ma te pensu cuntru su
e u so ben t'ammii u mä
'n pò ciû au largu du dulú
e sun chi affacciòu
a 'stu bàule da mainä
e sun chi a miä
tréi camixe de vellûu
dui cuverte u mandurlin
e 'n cämà de legnu dûu
e 'nte 'na beretta neigra
a teu fotu da fantinn-a
pe puèi baxâ ancún Zena
'nscià teu bucca in naftalin-a
Non ce n'è.
A via del campo ci sono passato appena una settimana fà e non ho potuto esimermi dall' acquistare "Amico fragile" tributo al grandissimo Faber.
Ciao.
V.
copertina+archivio FABER. De
copertina+archivio FABER. De andrè sistemato;)