“Noi simme cori aridi / nimici della pace / quanno due cori s’ammano / noi tutti ci dispiace” Anonimo campano del XX secolo
Ultimo lascito del grande Faber, Anime salve è un doloroso canto sull’esistenza e la necessità di riscatto di tutte le vite al margine. Poesia pura dal lirismo assoluto e cristallino, è il testamento umano, artistico e spirituale - d’obbligo nella sua ultima opera richiamare anche quest’ultima dimensione - del cantautore genovese; è un album che parla alla coscienza del nostro tempo con forza e disperazione. Gli esclusi cari a De André si sono trasformati negli anni; ora sono gli stranieri senza nome, gli zingari, i transessuali e tutto ciò che crea aberrazione ai più.
Presupposto questo per un’ estrema, ultima e mai banale - su temi simili si son misurati tanti ma con molti più luoghi comuni - sfida al potere che ci domina. Così, Fernandino, conscio d’una natura “diversa” che lo chiama alla vita, trova la sua realizzazione nell’esser Princesa, un transessuale: “Nel dormiveglia della corriera / lascio l’infanzia contadina / corro all’incanto dei desideri / vado a correggere la fortuna / nella cucina della pensione / mescolo i sogni con gli ormoni / ad albeggiare sarà magia / saranno seni miracolosi”.
Splendida per altezza poetica e accompagnamento musicale è Khorakhane-a forza di essere vento, la seconda traccia dell’album. Qui è indagata la condizione di un gruppo rom - per la verità, è bene dirlo, tra i più pericolosi - e del suo eterno viaggiar senza meta: “Il cuore rallenta la testa cammina / in quel pozzo di piscio e cemento / a quel campo strappato dal vento / a forza di essere vento / porto il nome di tutti i battesimi / ogni nome il sigillo di un lasciapassare / per un guado una terra una nuvola un canto / un diamante nascosto nel pane / per un solo dolcissimo umore del sangue / per la stessa ragione del viaggio viaggiare”.
Il brano si chiude con un canto rom che prelude all’innesco del duo De Andrè-Fossati (qui prestato ad un impeccabile controcanto, nonchè collaboratore alle musiche) per la descrizione intimistica delle Anime salve - traccia avvolgente nel testo e nella musica - nei paesi del domani: “Mille anni al mondo mille ancora / che bell’inganno sei anima mia / e che bello il mio tempo che bella compagnia / sono giorni di finestre adornate / canti di stagione / anime salve in terra e in mare / sono state giornate / senza atti d’amore / senza calma di vento / solo passaggi e passaggi / passaggi di tempo”.
Ed i paesi del domani vivono nel ritorno alla semplicità dell’essenziale: “Ti saluto dai paesi di domani / che sono visioni di anime contadine / in volo per il mondo”.
Al successivo canto della Dolcenera, fa immediato seguito una ballata immaginifica e metaforica sulla natura di tutti coloro che, deboli o indifesi, sono inseguiti dai predatori del mondo; così Le acciughe fanno il pallone – modo di dire ligure -, perchè inseguite dal pesce azzurro (ma nel testo fuggono dalle reti dei pescatori): “Alla riva sbarcherò / alla riva verrà la gente / questi pesci sorpresi / li venderò per niente / se sbarcherò alla foce / e alla foce non c’è nessuno / la faccia mi laverò / nell’acqua del torrente / ogni tre ami c’è una stella marina / amo per amo / c’è una stella che trema / ogni tre lacrime / batte la campana”.
Tema duro e difficile quello che De André affronta in Disamistade, la sesta traccia; si parla della faida che perpetua in un paese, tra oscure liturgie e sanguinose dinamiche vissute nell’insensata calma apparente - figlia, è chiaro, della paura - dei compaesani e delle istituzioni: “Che ci fanno queste anime / davanti alla chiesa / questa gente divisa / questa storia sospesa / a misura di braccio / a distanza di offesa / che alla pace si pensa / che la pace si sfiora / due famiglie disarmate di sangue / si schierano a resa / e per tutti il dolore degli altri / è un dolore a metà”.
Sussurrato, dolce e velato di infantile malinconia è l’ottavo brano dell’album: Ho visto Nina volare. Qui De André da libero sfogo al verso evocativo per trattenere a sé, la dove poi sarebbe andato - in qualche anarchico cielo, immagino -, il ricordo d’un’angelicata figura femminile: “Ho visto Nina volare / sulle corde dell’altalena / un giorno la prenderò / come fa il vento alla schiena / e se lo sa mio padre / dovrò cambiar paese / se mio padre lo sa / mi imbarcherò sul mare”.
Ma a metà del brano, De André ci lascia dei versi che sembrano estraniarsi dall’incedere naturale del testo: “Stanotte è venuta l’ombra / l’ombra che mi fa il verso / le ho mostrato il coltello / e la mia maschera di gelso”.
Egli ben sapeva, che qualcosa o qualcuno era di lui in ricerca - forse la morte stessa -, non era ancora il tempo di lasciare il suo punto di non ritorno.
Il disco chiude sulle note di una Smisurata preghiera, testo liberamente tratto dalla Saga di Maqroll – Il gabbiere di Alvaro Mutis, inno per chi continua sempre e comunque a viaggiare in direzione ostinata e contraria alle convenzioni del nostro tempo: “Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità di verità”.
Concludendo con un’ invocazione al Signore - riconciliazione tra il poeta anarchico e una dimensione trascendente: “Ricorda Signore questi servi disobbedienti / alle leggi del branco / non dimenticare il loro volto / che dopo tanto sbandare / è appena giusto che la fortuna li aiuti / come una svista / come un’anomalia / come una distrazione / come un dovere”.
Il cantautore genovese sceglie dunque di lasciar le sue ultime parole proprio alle anime salve (spiriti solitari), tutti coloro che ha cantato per una vita, come un’anomalia, come un dovere, appunto. La vena del suo essere antagonista, come detto in precedenza, miscela mirabilmente parole e musica, avvalendosi dei superlativi arrangiamenti di Piero Milesi e d’un orchestra d’archi, il Quartettone, che traduce con viva intensità la forza espressiva del suo pensiero. Un lavoro artistico pressochè perfetto, che accompagna senza mai offuscare le tematiche delll’album, sviscerate, questo è bene dirlo, attraverso fatti e personaggi non sempre condivisibili come emblema evidente della diversità. Ma questa è una convizione mia, del tutto personale, che non toglie e non aggiunge nulla all’importanza di quest’ ultima opera di un immortale della nostra musica.
Testi e musiche: Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati.
Arrangiamenti e direzione d’orchestra: Piero Milesi.
Voce: Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati (in Anime salve e A cumbà) .
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Commenti
di questo - l'ultimo? - album di De Andrè conosco qualche brano, del tutto in sintonia comunque con la produzione anche passata. Ho la registrazione che diedero in occasione di un anniversario della morte su Rai2 di un concerto con intervista (cantava con lui in alcuni momenti anche la figlia Luvi). Veramente splendido. Quando "leggo" De Andrè non capisco più tanta musica contemporanea (italiana) che secondo me crede di poter fare poesia mettendo vicino qualche metafora. Una curiosità, se la sai, da estimatore: chi raffigura la bellissima foto della copertina?
Si, Ilde, è l'ultimo album di inediti (sono passati già dieci anni dalla sua uscita!). La bimba non so chi sia, immagino però sia la Nina che vola sulle corde dell'altalena (splendido anche il video oltre che la canzone). Forse un'immagine dell'infanzia di De André. Resteremo col dubbio, ma intanto:
HO VISTO NINA VOLARE
Mastica e sputa
da una parte il miele
mastica e sputa
dall'altra la cera
mastica e sputa
prima che venga neve
luce luce lontana
più bassa delle stelle
quale sarà la mano
che ti accende e ti spegne
ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena
un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
e se lo sa mio padre
dovrò cambiar paese
se mio padre lo sa
mi imbarcherò sul mare
Mastica e sputa
da una parte il miele
mastica e sputa
dall'altra la cera
mastica e sputa
prima che faccia neve
stanotte è venuta l'ombra
l'ombra che mi fa il verso
le ho mostrato il coltello
e la mia maschera di gelso
e se lo sa mio padre
mi metterò in cammino
se mio padre lo sa
mi imbarcherò lontano
Mastica e sputa
da una parte il miele
mastica e sputa
dall'altra la cera
mastica e sputa
prima che metta neve
ho visto Nina volare
tra le corde dell'altalena
un giorno la prenderò
come fa il vento alla schiena
luce luce lontana
che si accende e si spegne
quale sarà la mano
che illumina le stelle
mastica e sputa
prima che venga neve
Come il Pavese di "La casa in collina", per via della guerra, De Andrè, scappò da Genova, funestata dai bombardamenti, stabilendosi con la famiglia nell'agreste entroterra ligure. Da qui, la campagna, con le sue atmosfere, le sue fragranze, i suoi personaggi, non lasciò
più la vita e l'opera di De André. Nina era figlia di contadini, una bimba con cui Fabrizio condivise quegli anni splendidi.. In questo caso si tratta però di una sovrapposizione: mentre la canzone si rifà a Nina, quindi all'infanzia, l'immagine introduttiva, quel "mastica e sputa" che incede in modo solenne e rituale nel silenzio, si riallaccia alla figura di una contadina lucana conosciuta da un De André in età matura, che sapeva discernere abilmente il miele dalla cera d'api masticando. Immagine che lo colpì molto, forse proprio per l'evocazione di un'infanzia e di un tempo perduti e ritrovati in quel gesto semplice ma arcaico.
Comunque opera infinita.
Sentito oggi per la prima volta. Molto equilibrata la tua analisi, condivido pienamente quando scrivi:"Anime salve è un doloroso canto sull?esistenza e la necessità di riscatto di tutte le vite al margine".
Non sto qui a farti eco, non occorre che anch'io sottolinei la grande sensibilità di De Andrè, solo mi spiace tu non abbia menzionato "A cùmba", magari meno intensa per ciò che concerne il testo, ma bellissima all'ascolto.
Grazie, Angela. Non ho citato "A cùmba", hai ragione, forse per dimenticanza, o forse proprio perchè il testo andava tradotto. Ad ogni modo amo tutte le canzoni di questo grande album, con preferenza particolare per Khorakanè - a forza di essere vento (nonostante sia dedicata a un gruppo zingaro tra i più feroci, a quel che ho letto, ma testo e musica sono davvero un incanto) e "Ho visto nina volare", che è una vera e propria poesia.