De Gregori Francesco

Terra di nessuno

De Gregori Francesco

E la Terra sentii nell’Universo. / Sentii, fremendo, ch’è del cielo anch’ella, / E mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella.

Giovanni Pascoli, Il bolide, da Canti di Castelvecchio 

Nel 1987, in pieno riflusso ideologico, esce questo doloroso lavoro di Francesco De Gregori, quasi come un monito che avrà distolto più d’un ascoltatore attento dalla vacuità rilassata di quel periodo. Nove tracce di forte impatto emotivo: malinconiche, intimiste e di indiscussa sensibilità e poesia. La terra di nessuno è quel luogo in cui vive il grigio; è la dimensione intrappolata e intrappolante da cui si cerca di fuggire per rincorrere i colori.
Il cantautore romano lascia fluire con canto quasi sussurrato lo stato d’animo che lo attraversava in quel periodo, regalando emozioni sospese, soavi, quasi a voler testimoniare la condizione di chi anela nuovi orizzonti in cui liberarsi, liberando parole diverse. Diverse parole che pesano come macigni: Ci sta una terra di nessuno / da qualche parte nel cuore / come un miraggio incastrato tra la noia e il dolore.
 
Il canto delle sirene, ballata dal ritmo incalzante, diventa il richiamo calamita - tutti ricordano l’Odissea di Omero - facile da seguire per chi è preda degli artifici illusori del suo tempo; ma è un canto già ascoltato, che non inganna chi ha una coscienza critica e chi conosce ed è legato alla sua storia personale, non dimenticando mai la propria origine: Non sarà il canto delle sirene / che ci innamorerà / noi lo conosciamo bene / l’abbiamo sentito già / E nemmeno la mano affilata / di un uomo o di una divinità / Non sarà il canto delle sirene / in una notte senza lume / a riportarci sulle nostre tracce / dove l’oceano risale il fiume / dove si calmano le onde / dove si spegne il rumore / Non sarà il canto delle sirene / Ascoltaci o Signore...
 
Nella seconda traccia, avvalendosi di una melodia armoniosa e sospesa, De Gregori ci introduce alle riflessioni del Pilota di guerra, che, suo malgrado, accompagnato dalla solitudine e dal rimorso, vive la consapevolezza della sua ingrata missione, spesso annunciatrice di dolore e morte (nella speranza che torni il sereno): Non per entrare nel merito del motore / ma ogni motore ha una musica ed io la so / così per sempre nel vento la farò cantare / per questa mia povera terra da sud a nord / E quanto è solo un uomo lo sa solo Dio / mentre volo sopra le ferite delle città / E come a un grande amore gli dico addio / e come è solo un uomo lo so solo io...
 
In Capatàz, il cantautore romano cerca un segno di riscossa per i popoli dimenticati e afflitti da i tiranni della terra; avverte delle possibilità di rivolta, una rivoluzione ideale che per ora vive in testa (e alcuni sono già pronti), ma che un domani  - si aspetta solo un segno - arriverà: Non siamo nati mica ieri capatàz / non siamo nati mica ieri / non siamo mica prigionieri / dentro la stella di questa bella modernità / non siamo nati mica per morire qua / Se provi a aprire la finestra capatàz / e coi tuoi occhi guardi fuori / quante persone che non contano / e invece contano e si stanno contando già / stanno soltanto aspettando un segno capatàz...
 
Pane e castagne, la quarta traccia, descrive impietosamente la “Terra di nessuno”; terra interiore, arida e da sfuggire; terra del dolore immoto  - il rimpianto e l’angoscia per ciò che è perduto o non trovato -, da annullare - con il ricordo salvifico proiettato nel voler essere - attraverso l’amore. E le parole che descrivono questo controverso stato d’animo sfiorano le corde della poesia pura, accompagnate da poche note: Mangiamo pane e castagne / in questo chiaro di luna / i piedi ben ancorati / su questa linea / Domani ce lo diranno / dove dobbiamo andare / domani ce lo diranno/ cosa dobbiamo fare / Ci sta una terra di nessuno / da qualche parte nel cuore / come un miraggio incastrato / tra la noia e il dolore / Domani ce lo diranno / dove dovremo passare / ma c’è una terra di nessuno / e ci si deve arrivare / Aspettami ogni sera / davanti a quel portone / e se verrai stasera / ti chiamerò per nome / Chissà che occhi avremo / chissà che occhi avrò / ma se mi chiami amore / io ti risponderò / Mangiamo pane e castagne / come una poesia / perduta nella memoria / dai tempi di scuola...
 
Tra le perle dell’album c’è una bellissima dedica - altro testo superlativo - alla compianta, ma allora viva e triste, Mia Martini. Le vicissitudini della Martini erano a tutti note (allontanata perché avrebbe portato male, dicevano...), cosicchè De Gregori la omaggiò con questi versi malinconicamente speranzosi e rivolti al futuro, catturando per brevi istanti l’anima della sfortunata artista. Così, nella sua idea, Mimì sarà: Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti / e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti / che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so / sarà che un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi / e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi / e non vedi più niente più niente ti vede più niente ti tocca / Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte / e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte / che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più / dentro il mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte / dentro la mia collezione di amori con le gambe corte / ed ognuno c’ha un numero e sopra ognuno una croce / ma va bene lo stesso / va bene così / Chiamatemi Mimì / Per i miei occhi neri e i capelli / e i miei neri pensieri / c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia / e che guardano giù / Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato / per i miei occhiali neri / per spiegare alla figlia che domani va meglio / che vedrai cambierà / Come passa quest’acqua di fiume / che sembra è ferma ma hai voglia se va / come Mimì che cammina per mano alla figlia / Chissà dove va...
 
Spalle larghe, canzone cui mi lega il tempo del ricordo, è un traccia in cui De Gregori, spersonalizzandosi e assumendo i desideri intimi di una donna, descrive il prototipo di uomo che l’altra metà del cielo anelerebbe avere accanto: un uomo forte, forte dell’amore assoluto che si dona e che crea unità, che ama dal profondo e capisce tutto da uno sguardo: Un uomo con spalle larghe / la fortuna non sa nemmeno che è / ogni sera fa cadere le stelle / ogni mattina le raccoglie con te / e se bastassero le cartoline / te ne manderebbe ogni anno / e poi potresti vederlo piangere / come gli uomini non fanno / un uomo che mangia il fuoco / e per scaldarti si fa bruciare / diventa cenere poco a poco / ma non la smette di amare...
 
Quasi a congedo del disco, De Gregori indaga con partecipazione, supportato da un maestoso arrangiamento musicale, le vicissitudini incomprese de I matti; anime disperse nello spazio e nel tempo, perse nella follia d’un improbabile (per “occhi normali”) incanto: I matti vanno contenti / tra il campo e la ferrovia / a caccia di grilli e serpenti / a caccia di grilli e serpenti / I matti vanno contenti / a guinzaglio della pazzia...I matti non hanno più niente / intorno a loro più nessuna città / anche se strillano chi li sente / anche se strillano che fa / i matti vanno contenti / sull’orlo della normalità / come stelle cadenti / nel mare della tranquillità...
 
E il ritornello - chiamare questi versi pesantissimi ritornello può essere un nonsenso - che immortala questo canto disperato è assoluto, lirico e senza pietà: I matti non hanno il cuore / o se ce l’hanno è sprecato / é una caverna tutta nera / i matti ancora li a pensare / a un treno mai arrivato / e a una moglie portata via / da chissà quale bufera / I matti senza patente per camminare / i matti tutta la vita dentro la notte / chiusi a chiave...  
 
Come detto, Terra di nessuno, nelle intenzioni del cantastorie-poeta, è una dolorosa invocazione contro l’indifferenza del suo tempo (a ben guardare estendibile, attraversando numerosi altri temi, anche all’oggi). Il pilota di guerra, la terra di nessuno, il nero, Mimì e i matti; personaggi soli e inascoltati, in cerca di una mano amica e di un riscatto che ancora non arriva e forse mai arriverà. Il più cupo e pessimista album di DeGregori, che qua e la cerca di insinuare la rivolta e la speranza, non riuscendo, o non volendo lasciare molte vie possibili da percorrere. Decisamente provocatorio per quegli anni, Terra di nessuno, forse, proprio per questo ottenne un ottimo successo commerciale, restando nella discografia del cantautore romano come una delle opere più compiute. Personalmente, ho amato questo disco arrivato a me in un tempo di formazione e riflessione. Per chi ama i paesaggi interiori e la vena intimista viaggiante sulle corde della poesia.
 
Testi: Francesco De Gregori
Tastiere: Aldo Banfi
Basso: Guido Guglielmetti
Chitarre e flauto traverso: Vincenzo Mancuso
Percussioni: Elio Rivagli
Violino: Riccardo Sasso
Viola: Giovanni Petrella
Violoncello: Annalisa Petrella
Quartetto d’archi arrangiato e diretto da Guido Guglielmetti
 
 
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
 
Pezzi, Columbia, 2005.
Amore nel pomeriggio, Columbia, 2001.
Prendere e lasciare, Columbia, 1996.
Canzoni d’amore, Columbia, 1992.
Miramare 19.4.89, Columbia, 1989.
Terra di nessuno, Columbia, 1987.
Scacchi e tarocchi, BMG Ricordi, 1985.
La donna cannone, BMG Ricordi, 1983.
Titanic, BMG Ricordi, 1982.
Viva l’Italia, BMG Ricordi, 1979.
Banana Republic, BMG Ricordi, 1979.
De Gregori, BMG Ricordi, 1978.
Bufalo Bill, BMG Ricordi, 1976.
Rimmel, BMG Ricordi, 1975.
Francesco De Gregori, BMG Ricordi, 1974.
Alice non lo sa, BMG Ricordi, 1973.
Theorius Campus, BMG Ricordi, 1972.
 
Approfondimento in rete: sito ufficiale dell’artista / Onda Rock.
 
Léon, Giugno 2005
 
A chi mi ha insegnato che la terra di nessuno esiste solo nella nostra testa; che la mia terra è ovunque, ovunque i miei occhi incantati si dirigano.


 

ISBN/EAN: 
5099746052423

Commenti

Qui c'è "Pilota di Guerra", che è un pezzo così bello che invecchiando sembra più profondo e vero ancora. Anche nelle versioni "massacrate" classiche di FDG dal vivo. Buona recensione, merci.

Bellissimo testo. Dal vivo DeGregori rende volutamente disarmoniche e difficilmente cantabili le sue canzoni (l'ho visto 8 volte! sono un esperto, oramai). Che sia un vezzo?

E' una scelta precisa. Non vuole che il pubblico canti.

Una scelta che mi ha sempre infastidito.

Francamente, sottoscrivo.

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