De Gregori Francesco

Bufalo Bill

De Gregori Francesco

Santa Lucia, per chi beve di notte / e di notte muore e di notte legge / e cade sul suo ultimo metro / per gli amici che vanno e ritornano indietro / e hanno perduto l’anima e le ali. 

Era molto difficile per De Gregori, dopo l’inatteso successo commerciale di Rimmel (1975), trovare la modalità più giusta per ripresentarsi al suo pubblico, divenuto evidentemente più vasto. Non solo, il cantautore romano, sempre assai schivo e snob, non sembrava tanto felice di aver creato un disco di cosi facile fruizione. In realtà, Rimmel, per chi lo ha ben presente, non è proprio un disco di facile ascolto, ma contiene alcune tracce che sono entrate nel gusto degli italiani (Rimmel, Buonanotte fiorellino, Pezzi di vetro, Pablo, Piccola mela) e nella memoria storica d’un paese che proprio in quegli anni consacrava i suoi cantautori. De Gregori, prima di Rimmel, aveva sfornato il suo disco più ermetico e meno commerciale, un album che prendeva il titolo semplicemente dal suo nome e cognome, che aveva soddisfatto totalmente il suo ego e la sua vena creativa, che resta ancora oggi uno scrigno di suggestioni e memorie ad esclusivo uso e consumo degli amanti del cantautore romano. Bufalo Bill, uscito un anno dopo Rimmel, fu concepito come un disco che cercasse lontananza da quel successo inatteso (che conteneva in ogni caso le sue tracce ermetiche, Piccola mela su tutte), pur senza riprendere gli sperimentalismi di scrittura degli album ad esso precedenti. Il titolo è già rappresentativo delle tematiche che De Gregori aveva in animo di sviluppare, avendo scelto un personaggio che è emblema e metafora di un’America dai due volti, di un sogno che spesso contiene in sé il suo rovescio: è il sogno americano. Da personaggio forte e coraggioso ad attrazione da circo, da archetipo del vincente d’America a clown, la malinconica parabola di Bufalo Bill (titolo della prima traccia dell’album) vive in un testo che è una biografia surreale, immancabilmente restituito per immagini, attraverso accompagnamento di chitarra e assolo di pianoforte. Nella cornice “mitologica” della frontiera americana. L’incipit è esemplificativo:
 
Il paese era molto giovane / i soldati a cavallo erano la sua difesa / Il verde brillante della prateria / ricordava in maniera lampante l’esistenza di dio / Del Dio che progetta la frontiera / e costruisce la ferrovia. / A quel tempo io ero un ragazzo / che giocava a ramino e fischiava alle donne / credulone e romantico / con due baffi da uomo / Se avessi potuto scegliere tra la vita e la morte / tra la vita e la morte avrei scelto l’America.
 
L’America, sogno di bambino, evocazione del futuro luminoso; un America da esplorare anche per un pigro boy scout come Tobia, che si lascia vivere, sopravvivendo passivamente. E la musica è in linea con il testo della seconda traccia; Giovane esploratore Tobia, scritta insieme a Lucio Dalla (cosa che si nota dalle cadenze del pezzo) è un po’ monocorde, ma affatto sgradevole:
 
“Giovane esploratore Tobia / nato da un padre d’acciaio / e da una madre distratta / Alle spalle un’infanzia igienicamente perfetta / morbillo, tristezza e nessun’ altra malattia / Giovane esploratore Tobia”.
 
Con la terza traccia, L’uccisione di Babbo Natale, si entra in un universo ancor più disincantato, che a detta dello stesso De Gregori è una via “amorale” per fotografare la disillusione. L’emblema della bontà e del dono, Babbo Natale, viene ammazzato in una cornice che scimmiotta la lotta di classe, che confonde, dove il confine tra il bene e il male non è più cosi netto e riconoscibile. Per un testo onirico, ispirato e vagamente fiabesco, costruito su una musica minimalista. Uno dei migliori del disco:
 
Infatti arriva Babbo Natale / carico di ferro e carbone, / il figlio del figlio dei fiori lo uccide / con un coltello e con un bastone. / E Dolly gli pulisce le mani con una fetta di pane / le nuvole passano da dietro la luna / e da lontano sta abbaiando un cane / E la neve comincia a cadere / la neve che cadeva sul prato / e in pochi minuti si sparse la voce / che Babbo Natale era stato ammazzato.
 
Le tracce intermedie, Disastro aereo sul canale di Sicilia (pezzo di critica sociale e politica) e Ninetto e la colonia (ballata dal ritmo trascinante e dall’ispirazione letteraria), Ipercarmela (surreale e paradossale) e Ultimo discorso registrato (divertente ma criptica), pur non essendo male, non valgono l’apertura e, soprattutto, la chiusura del disco.
 
No, non l’ho dimenticata, state tranquilli. Proprio nel mezzo, in tempo per creare intense suggestioni che introducono la seconda parte dell’opera, c’è Atlantide, pezzo che viene considerato la perla del disco, nonché uno dei più belli mai composti da De Gregori. Traccia sospesa, vivente nel mondo onirico più che acquatico (che ci sia tanta differenza tra i due mondi in questione? – non ne sono convinto), Atlantide evoca suggestioni fisiche e metafisiche, esplorando il conscio e l’inconscio nel breve tempo di una canzone, cercando nella memoria corporea e animica, proiettandola nel tempo e in un altrove sconosciuto, forse inconoscibile – in un futuro imperscrutabile? Più probabile in un presente che riaggiorna la memoria per riaccordare il rimpianto. Ma le parole vanno oltre. Oltre qualsiasi tipo di spiegazione razionale:
 
Lui adesso vive ad Atlantide / con un cappello pieno di ricordi / ha la faccia di uno che ha capito / e anche un principio di tristezza in fondo all’anima / nasconde sotto il letto barattoli di birra disperata / e a volte ritiene di essere un eroe.
 
E ancora: Lui adesso vive nel terzo raggio / dove ha imparato a non far domande del tipo / conoscete per caso una ragazza di Roma / la cui faccia ricorda il crollo di una diga? / io la incontrai un giorno ed imparai il suo nome / ma mi portò lontano il vizio dell’amore.
 
Il percorso immaginato dal cantautore romano conclude sulle note di due tracce intense, di notevole impatto emotivo. Festival, uno dei testi più empatici dell’intera discografia degregoriana, rievoca per immagini slegate (a sé stanti, ma idealmente riunite dal nostro), per lo più intime e dolorose, sempre oniriche e ai limiti del reale, la cornice e la (mancata) ribalta in cui si consumò il dramma della morte del cantautore Luigi Tenco. Alterni stati d’animo, motivi pubblici e privati e biografia che vira nel fiabesco (ma con dolore) si mescolano in una ballata che dosa sapientemente reale e immaginario, evocando la figura dello sfortunato cantautore piemontese, perduto e intrappolato nella cornice splendente quanto cinica dell’allora tempio della musica italiana, il Festival di Sanremo. Un testo davvero bello, quanto impietoso:
 
Nella città dei fiori disse chi lo vide passare / che forse aveva bevuto troppo ma per lui era normale / Qualcuno penso fu un problema di donne / un altro disse “proprio come Marylin Monroe” / Lo portarono via in duecento / Peccato fosse proprio quando se ne andò / La notte che presero il vino e ci lavarono la strada / Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada? / E l’uomo della televisione disse: / “ Nessuna lacrima vada sprecata, in fin dei conti cosa c’è di più bello della vita, la primavera è quasi cominciata” / Qualcuno ricordò che aveva dei debiti / Mormorò sottobanco che quello era il motivo / Era pieno di tranquillanti, ma non era un ragazzo cattivo / La notte che presero le sue mani / e le usarono per un applauso più forte / Chi ha ucciso il piccolo principe che non credeva nella morte?
 
Dopo aver ascoltato Festival, conoscendo o avendo compreso il riferimento a Tenco, non può non sopraggiungere un attimo di malinconia che va ad incontrare un canto catartico come Santa Lucia. Anch’esso sapientemente affidato alle immagini evocative, al piano, al minimalismo del testo e alle suggestioni narrative. Una melodia orecchiabile ma non banale, per chi non si ferma ad apprezzare la vita nei suoi valori minimi, ma fondamentali - per chi perde la direzione: 
 
Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata / è un ragazzino al secondo piano che canta ride e stona perché vada lontano / fa che gli sia dolce anche la pioggia nelle scarpe / anche la solitudine.
 
Un disco complesso, per certi versi difficile, comunque molto ispirato. Un lavoro tra i migliori della stagione dei cantautori, all’apice della discografia del cantautore romano, Bufalo Bill è anche più pulito a livello di suoni rispetto al passato, più convincente nel restituire all’ascoltatore la vena intima di De Gregori, precedentemente più volte perso nel suo pur brillante universo immaginifico, senza per questo essere – o non volendo essere – un cantastorie a tuttotondo. Qui lo è, perché il viaggio di Bufalo Bill, della locomotiva e del giovane esploratore avranno certo la strada segnata, ma permettono all’ascoltatore di accompagnarli empaticamente in questo percorso che va dall’illusione alla consapevolezza del reale, fino a culminare nella disillusione. La malinconia è sempre presente, pur essendo spesso trasognata, mascherata di vesti surreali, liberata nel sogno, trovando momenti di catarsi. De Gregori è maestro di questa coinvolgente illusione-disillusione che viaggia su fotografie raccontate in versi che spesso assomigliano a parabole del Vangelo. E l’empatia si trova in più ascolti, attraverso l’amore per le parole, per il minimalismo musicale, per i suoni soffusi e soavi, per le atmosfere che invitano a riflettere, a pensare. È un disco che rifugge l’ascolto “lobotomizzato”. Alla larga chi cerca lo stordimento o il ritorno immediato e viscerale. Forse, insieme a Terra di Nessuno, l’album migliore della sua corposa discografia. Per gli amanti della musica “leggera” italiana. E non solo.
 
Léon, dicembre 2006.
 


ISBN/EAN: 
0035627404627

Commenti

Gran disco e bella rivisitazione.
Soltanto: "Traccia sospesa, vivente nel mondo onirico più che acquatico (che ci sia tanta differenza tra i due mondi in questione? ? non ne sono convinto)"

> io non molto, mi sembrano mondi totalmente distanti - se facessimo insiemistica, direi che c'è solo un insieme, peraltro di comodo, nei due gruppi: quello "mondo".

"Un lavoro tra i migliori della stagione dei cantautori, all?apice della discografia del cantautore romano" > erano gli esordi, e almeno per altri 10 anni ha dato vita a cose notevoli o decorose.

"....perché il viaggio di Bufalo Bill, della locomotiva e del giovane esploratore avranno certo la strada segnata, ma permettono all?ascoltatore di accompagnarli empaticamente in questo percorso che va dall?illusione, alla consapevolezza del reale, fino a culminare nella disillusione."
Perfetto.
De Gregori mi è sempre piaciuto, Rimmel ha segnato la mia adolescenza e l'ho ascoltato moltissimo. Di questo disco conosco solo Buffalo Bill e Atlantide e trovo molto valide le tue osservazioni generali sul cantautore, che ultimamente mi sembra si ripeta troppo (insomma è piuttosto " bollito").
Ha comunque scritto alcune canzoni molto belle nella sua carriera.

Onirico e acquatico: è una suggestione tutta personale. Io sono pesci, si dice il segno più onirico e sospeso, quello coi piedi lontani da terra. I pesci vivono nel mondo acquatico: ecco la similitudine. Mi rendo conto che è molto personale, mas tant'è... l'ho messa lo stesso;).

Immagino, Marina, tu sei nata primi anni Sessanta, no? Fortunati voi nati allora, mi sarebbe piaciuto nascere dieci-quindici anni prima (sono del 73, per la cronaca).

Grazie a tutti e due per l'apprezzamento.

Fatto bene:). Ma mi incuriosiva molto la spiegazione. Grazie, dunque.

Conosco poco De Gregori, eccezion fatta per i brani più famosi come Rimmel, Pezzi di vetro, Compagni di viaggio. E i frammenti dei testi che hai riportato, sono una specie di indice puntato contro, intensi struggenti che sottolineano la gravità della mia lacuna.
Sembra quasi che De Gregori scriva per immagini. Bello il "cappello di ricordi", i "barattoli di birra disperata", la "pioggia nelle scarpe" e "l'infanzia igienicamente perfetta / morbillo, tristezza e nessun? altra malattia "

Vedo che sei andata a spulciarti gli stralci del testo. Hai fatto bene, nessuna spiegazione, pur partecipata, è eloquente quanto un testo, quando si parla di un cantautore come De Gregori. Scrive per immagini, si, e al tempo lo faceva anche magistralmente. Oggi lo fa un po' meno (un po' tanto), ma tant'è... ricordiamoci del tempo che fu. Riassaporando di tanto in tanto dischi come questo.

www.youtube.com/watch?v=Wo5mv4tqoVw dimostrava in maniera lampante l'esistenza di Dio.

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