“S’i’ fossi foco, arderei ‘l mondo
s’i’ fossi vento lo tempesterei
s’i’ fossi acqua i’ l’annegherei
s’i’ fossi Dio manderei l’en profondo”
Più di sette secoli fa Cecco Angiolieri, poeta ribelle e anticonformista vissuto in un’epoca dov’era davvero difficile, per chiunque, poter manifestare apertamente il proprio dissenso nei confronti del potere e della società, cominciava con quest’anafora ossessiva il suo eccezionale e ormai celebre sonetto, il disobbediente e aggressivo “S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo”.
Fra la grandezza stilistica e l’armonia proporzionata di Dante, Petrarca e Boccaccio e la leggerezza “meravigliosamente” espressa da Iacopo da Lentini, Guinizzelli e Cavalcanti, Cecco Angiolieri mostrava, al contrario, tutta la sua rabbia e il suo furore, imprecava e gridava contro i potenti (Papa e imperatori), esprimendo con le sue violente espressioni i pensieri e le idee, purtroppo represse e soffocate, di tutti coloro che, solitamente, erano costretti al silenzio: ecco così rivelate, con grezza ironia e brutale umorismo, molte delle sensazioni di un uomo qualunque, vissuto in quel periodo, insofferente e incapace di tenere chiusa la propria bocca, scalpitante e nervoso per la propria situazione sociale, inviperito e adirato con tutto e con tutti.
Rabbia, impeto, disillusione, umorismo, disperazione, mancanza di fede nel potere temporale e soprattutto in quello spirituale dei Papi: tutto questo in pochi, incisivi versi troppo spesso erroneamente considerati solo un’alternativa, volgare e triviale, all’eleganza inarrivabile del “dolce Stil novo”, ma che in realtà si rivelano una delle testimonianze più attendibili della reale situazione e dell’atmosfera che si respirava in quell’epoca ormai lontana.
Una poesia toccante e intensa ripresa e musicata, secoli e secoli dopo, da Fabrizio De André, un Cecco Angiolieri contemporaneo, un uomo che ha fatto della voglia di libertà e della insofferenza ai compromessi i capisaldi della propria vita, uno dei più autentici e appassionati cantautori della canzone contemporanea: riproponendola integralmente, con un semplice accompagnamento di chitarra, e permettendo a tutti di comprenderne la straordinaria e dolorosa modernità, Fabrizio ha fatto un grandissimo regalo agli ascoltatori della sua musica e agli amanti della letteratura in generale.
“S’i’ fossi papa, sare’ allor giocondo
tutt’i cristiani imbrigherei
s’i’ fosse ‘mperator sa’ che farei
a tutti mozzerei lo capo a tondo”
Sembra esserci un antico e saldo patto, fra Cecco Angiolieri e Fabrizio De Andrè, un'intesa profonda tra due artisti così distanti nel tempo, ma così simili e rassomiglianti sotto alcuni aspetti: un lungo e sottile filo rosso lega i versi del poeta, originario di Siena, e la musica del cantautore genovese, che sembrano essere espressioni artistiche fatte apposta gli uni per l’altra. Per questo e per altri motivi questo “Volume 3” di De Andrè sembra essere composto di note sospese nello spazio e nel tempo, destinate a restare immortali, attraversando le epoche, attraverso i piccoli grandi eroi, gli uomini qualunque, le dolci e tristi storie cantate da una delle più belle voci che la nostra musica abbia mai avuto.
Non ci sorprende, quindi, di trovare, accanto al sonetto ribelle di Angiolieri, una canzone popolare francese del XIV secolo, dove si parla di sovrani che ordinano e pretendono concubine, marchesi che obbediscono, senza batter ciglio, dame che muoiono, dopo aver respirato il profumo dei fiori raccolti dalla regina offesa; la splendida e indimenticabile Marinella, innocente fanciulla morta troppo presto, subito dopo aver scoperto l’amore, che visse “solo un giorno come le rose”; il soldato Piero, morto in guerra, ucciso da “un uomo in fondo alla valle, che aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”; e ancora il povero Michè, impiccatosi in prigione, dov’era rinchiuso “perché un giorno aveva ammazzato chi voleva rubargli Mari'”: una galleria di personaggi unica, un complesso di scenografie musicali che lascia senza parole, per la bellezza delle descrizioni, la profondità dei testi, la semplicità sofisticata offerta dall’utilizzo degli strumenti più disparati; e, su tutti, lui, il mitico Faber, con la sua aria imbronciata e la sua bocca pronta a dischiudersi, come un fiore a primavera, per regalare intense emozioni.
“Fabrizio De Andrè Volume 3”, del 1968, edito dalla BMG, è un album imperdibile, sotto tutti i punti di vista: intenso, passionale, letterario, colto, delicato, drammatico, non sarebbero sufficienti centinaia di aggettivi per descriverlo, basterà semplicemente ricordare che le dieci canzoni al suo interno sono tutte, per un motivo o per un altro, melodie entrate di diritto nel gotha della musica italiana, note stampate in maniera indelebile nell’immaginario collettivo di tre generazioni e, fortunatamente, destinate a non essere dimenticate per molti, molti anni ancora.
“S’i’ fossi morte andarei da mi padre
s’i’ fossi vita fuggirei da lui
similemente faria da mi’ madre
s’i’ fosse Cecco come sono e fui
torrei le donne giovani e leggiadre
e vecchie e laide lasserei altrui”
Copertina blu scuro, la foto su sfondo giallastro di Fabrizio risalta immediatamente e colpisce, per il suo sguardo malinconico ed i suoi occhi vacillanti, che percorrono strade con la fantasia, perennemente alla ricerca della verità, bisognosi di certezze, spesso delusi dal mondo che sembra non poter offrire altro che sofferenza, ma coscienti che non si deve mai smettere di combattere per ciò in cui si crede, poiché è solo in questo modo che sarà possibile ottenere davvero qualcosa di positivo.
I quasi ventotto minuti (27:55) di parole e musica che seguono l’inserimento del cd nel lettore, sono una antologia di liriche di altissimo livello, musicate e arrangiate con sapiente maestria, a partire dalla traccia che apre il disco, la struggente e commovente “La canzone di Marinella”, triste parabola di una giovane donna che non aveva mai conosciuto l’amore e che, una volta innamoratasi di un uomo, dopo averlo seguito “come un ragazzo segue un aquilone”, dopo averlo amato, aveva perso tutto ciò che aveva appena scoperto, scivolando, distrattamente, nel fiume: ma ora, “volata in cielo, su una stella”, contempla il mondo, bellissima, come una rosa, che sboccia e subito sfiorisce, in un sol giorno. Una semplice chitarra accompagna la voce calda e profonda del grande Fabrizio, per una delle più belle canzoni italiane di tutti i tempi.
Tutto un altro tono per “Il gorilla”, traduzione di un testo di Brassens, dal ritmo veloce e tutta venata di un fantastico umorismo, la storia di un gorilla scappato dalla sua gabbia, che ha come unico obiettivo quello di perdere la verginità, non trovando niente di meglio che un giudice che, tra lamenti e grida singhiozzanti, subirà un moderno contrappasso, avendo appena il giorno prima fatto condannare a morte un innocente: “Gridava mamma come quel tale cui il giorno prima come ad un pollo con una sentenza un po' originale aveva fatto tagliare il collo”. Allegra e spensierata, nasconde, in realtà, un messaggio ben più profondo, mettendo in luce la meschinità di alcune figure istituzionali, spesso arbitri incontrastati del destino degli uomini.
“La ballata dell’eroe”, breve e delicata, tagliente e amara riflessione sulla guerra e sulle sue atrocità: meno famosa de “La guerra di Piero”, adotta un altro punto di vista, quello della moglie del soldato che, chiusa a casa ad aspettare il ritorno del marito, si ritroverà non “un soldato vivo, ma un eroe morto”, ricordato e acclamato da tutti, ma che non potrà più essere al suo fianco, di notte, quando è buio e fa freddo, e una medaglia non è in grado di riscaldare un corpo ancora troppo bisognoso d’amore. Semplicemente tremenda, dietro il ritmo soave e la chitarra strimpellata con dolcezza, si nasconde la testimonianza di una delle facce più dure ed insopportabili della guerra.
Dopo “S’i ‘ fossi foco”, la quinta traccia è la bellissima “Amore che vieni amore che vai”: è possibile risentirvi melodie che ricordano quelle di Tenco, intimo amico di Fabrizio, che in questa canzone si cimenta anche in alcuni acuti, innalzati sui sussurri che si diffondono nelle altre strofe. Semplicemente magnifica l’assolo di tromba finale, che rende la canzone senza dubbio memorabile.
È il turno poi de “La guerra di Piero”, la canzone delle canzoni: dura, antimilitarista, tremendamente attuale, rabbiosa, tenera, umana, ad ogni ascolto offre mille intensi brividi ad ogni ascoltatore.
Come il più esperto poeta, De Andrè dosa le rime e le sillabe, creando un sonetto perfetto da mettere in musica.
L’atmosfera, le descrizioni, le sensazioni, sono rese perfettamente con poche, essenziali parole, e con un incipit ed un finale entrato nella storia della musica: Dormi sepolto in un campo di grano non è la rosa non è il tulipano che ti fan veglia dall'ombra dei fossi ma sono mille papaveri rossi”.
Torna l’humor e il sarcasmo ne “Il testamento”, dove Fabrizio immagina di scrivere le proprie ultime volontà, rivolgendosi alla “sorella morte” per poter avere un altro po’ di tempo, necessario per salutare e prendere in giro, tutti gli avidi e gli ingordi “intorno al letto di un moribondo”. Biancamaria, il becchino, la contessa, la cortigiana più contesa, una carrellata su personaggi squallidi e disumani, ed un finale amaro e disilluso: “quando si muore, si muore soli”. Serenamente drammatica.
Di nuovo Brassens, di nuovo De Andrè: il cantautore genovese traduce il grande autore francese, per regalare il testo più delicato e leggero dell’album: un incontro con una bella e minuta donna, “Nell’acqua della chiara fontana”, il tentativo di vestirla con fiori e piccole foglie e poi l’abbraccio capace di svestirla di nuovo, rendono magica e onirica l’atmosfera che pervade l’intera canzone.
“La ballata di Michè”, ritmo da ballo, voce che non traspare sentimenti, è la storia di un uomo costretto in carcere dopo un omicidio commesso per amore di Marì, incapace di restare vent’anni lontano dalla moglie, che si toglie la vita appendendosi con un cappio ad un chiodo: ”S'è impiccato a un chiodo perché non voleva restare vent'anni in prigione lontano da te”.
Ora, da morto, non potrà avere neanche un funerale, essendosi suicidato: “domani alle tre nella fossa comune sarà senza il prete e la messa perché d'un suicida non hanno pietà”.
Ma la moglie dovrà sapere che si è ucciso unicamente per lei e per il suo amore: ”se pure Miché non ti ha scritto spiegando perché se n'è andato dal mondo tu sai che l'ha fatto soltanto per te”.
Chiude il disco “Il re fa rullare i tamburi”, adattamento da una canzone popolare francese del XIV secolo, tesa ad evidenziare il potere incontrastato del monarca su tutti i sudditi, manifestato dall’usanza di poter scegliersi la "preferita" tra le dame di corte, proprio la moglie del marchese, costretto a farsi da parte e cederla, senza poter manifestare il proprio dissenso. Lei morirà, uccisa dal profumo dei fiori che la regina ha colto per lei.
“S’i’ fossi foco, arderei ‘l mondo
s’i’ fossi vento lo tempesterei
s’i’ fossi acqua i’ l’annegherei
s’i’ fossi Dio manderei l’en profondo”
Sono questi, allora, i frammenti magici e poetici che Fabrizio incide più di trenta anni fa, e ce li regala consegnandoci questo splendido disco.
Un disco duro, che non vuole rallegrare o sollevare il morale dell’ascoltatore, bensì fargli aprire gli occhi, se ancora ce ne fosse bisogno, su un mondo difficile da affrontare. Dopo l’ascolto di questo album, è possibile ritrovarsi a pensare e riflettere, con occhi spalancati, sul destino dell’uomo e dell’umanità, con un senso d’angoscia sempre più oppressivo.
Ma non resta solo questo: seguendo le vicende ed i percorsi di vita di questi personaggi, ci accorgiamo che dentro ognuno di loro c’è un piccolo eroe, un campione di umanità straziata e confusa, un po’ di Fabrizio ed un po’ di tutti noi.
C’è tristezza, tanta tristezza, in questo disco. Ma anche tanto amore, e tanta voglia di rialzarsi e ribellarsi, anche dopo essere caduto. Perché dopo una impietosa sconfitta potrà sempre esserci una vittoria. E oltre un mondo che non va come dovrebbe, ci sarà ancora la speranza.
Sta a noi cercarla, e trovarla, magari grazie all’aiuto delle splendide parole di Fabrizio De Andrè.
Fabrizio De Andrè
Vol. 3
BMG Ricordi
1968
Tracklist:
1 - La canzone di Marinella (De André) 3'20"
2 - Il gorilla (De André - Brassens) . 2'59"
3 - La ballata dell'eroe (De André) 2'35"
4 - S'i fossi foco (Sonetto di Cecco Angiolieri - Adattamento di De André) 1'14"
5 - Amore che vieni amore che vai (De André) 2'50"
6 - La guerra di Piero (De André) 3'04"
7 - Il testamento (De André) 3'47"
8 - Nell'acqua della chiara fontana (De André - Brassens) 2'20"
9 - La ballata del Michè (De André) 2'55"
10 - Il re fa rullare i tamburi (Traduzione e adattamento di De André) 3'14"
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Fabrizio De André nasce a Genova il 18 febbraio 1940. Durante la Seconda Guerra Mondiale il padre, ricercato dai fascisti, è costretto a fuggire: per questo motivo, Fabrizio trascorre l’infanzia nella casa di campagna di Revignano d’Asti, solo con la madre, il fratello e le due nonne.
Al termine della guerra torna a Genova per frequentare, con risultati non sempre brillanti, gli studi liceali e universitari.
La sua vera, insuperabile passione è la musica. La sua unica, più sincera, compagna, la chitarra. Legge Bakunin, accostandosi al suo pensiero anarchico; scopre Brassens, traduce i suoi testi e comincia a scrivere canzoni tutte sue.
La sua carriera discografica inizia nel 1958 con il primo 45 giri contenente “Nuvole barocche” e “E fu la notte”. Ma è solo nel 1968, quando Mina incide e canta “La canzone di Marinella”, che De André ottiene la meritata consacrazione.
Da questo momento Fabrizio inizia a dedicarsi totalmente alla musica, incidendo con regolarità i suoi album, scrivendo canzoni bellissime destinate a diventare grandi classici: l’album “Volume I” è del 1967, seguito da “Tutti morimmo a stento”, e dal “Volume III”, entrambi del 1968. È del 1970 “La buona novella”, tratto dai Vangeli apocrifi, e nel 1971 esce “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirato a “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Nel 1973 la contestazione del ‘68 fornisce lo spunto per album “Storia di un impiegato”, con la collaborazione di Giuseppe Bentivoglio ai testi e Nicola Piovani alle musiche. Con la partecipazione di Francesco De Gregori, nel 1975, nasce l’album “Volume VIII”. Nello stesso anno Fabrizio decide di trasferirsi Sardegna, dove acquisterà una tenuta presso Tempio Pausania: fu lì che lui e Dori Ghezzi verranno sequestrati, quattro anni più tardi, e rilasciati dopo quattro mesi di prigionia.
Nel 1979, da uno splendido tour con la Pfm, scaturisce un doppio album dal vivo, “In Concerto”. Cinque anni più tardi, nel 1984, De André realizza con Mauro Pagani, uno dei suoi album più intensi, “Creuza de mâ”, che unisce il dialetto genovese alle sonorità della tradizione sarda e mediterranea.
Del 1990 è l’album “Le nuvole”, e nel 1991 esce il doppio live “1991-Concerti”. “Anime Salve”, del 1996, è uno splendido ritorno dopo cinque anni di inattività, che si caratterizza per un lungo tour musicale, durato più di due anni, interrotto per motivi di salute durante l’estate del 1998.
L’11 gennaio del 1999 Fabrizio De André si spegne, stroncato da un male incurabile, lasciando un vuoto incolmabile in tutti coloro che hanno amato la sua musica, le sue parole, la sua poesia unica e inimitabile.
Riferimenti principali
www.viadelcampo.com; L’Italia del Rock, Periodico quindicinale uscito con “La Repubblica”, 1995.
Antonio Benforte. Già pubblicato su ww.lankelot.com.
Commenti
De André, volume III
Ah... il grande De André. Questa si che è musica Antonio;)
Qui c'è la divertente e sarcastica Il gorilla, La ballata dell'eroe e Amore che vieni amore che vai, che canzoni...
fresco di ristampa... SMISURATE PREGHIERE.
http://www.ibs.it/code/9788879663946/romana-cesare-g/smisurate-preghiere...
segnalo a dovere.
3 . bellissimo
"Sembra esserci un antico e saldo patto, fra Cecco Angiolieri e Fabrizio De Andrè, un?intesa profonda tra due artisti così distanti nel tempo, ma così simili e rassomiglianti sotto alcuni aspetti: un lungo e sottile filo rosso lega i versi del poeta, originario di Siena, e la musica del cantautore genovese, che sembrano essere espressioni artistiche fatte apposta gli uni per l?altra. "
> Aggiungiamo Villon e poi l'anello si potrà forgiare...;)
ecce ean del cd + archivio
ecce ean del cd + archivio aggiornato!