Primo disco da solista per la voce storica dei Depeche Mode, Dave Gahan. Ideato e composto assieme all’eclettico musicista Knox Chandler(presente nell’ultima fase della carriera dei The Psychedelic Furs, già collaboratore dei R.E.M.), “Paper Monsters” è stato prodotto da Ken Thomas(Sigur Ros).
È un esordio interessante e particolarmente affascinante: i testi di Dave Gahan sono introspettivi e riflettono la difficile fase esistenziale che il frontman dei Depeche Mode vive da anni, i brani alternano momenti onirici a istanti di autentico neoromanticismo, fiammate di rabbia a sconsolate ammissioni di debolezza.
“Dirty Sticky Floor” è il pezzo d’apertura. Il ritmo e le sonorità richiamano certi passi del buon “Ultra” dei Depeche, inciso proprio nell’esplosione della crisi di Gahan: alludo a brani come “Useless”, per intenderci. Il tono è ben differente: Gahan racconta, con una sprezzante(o amara?) ironia, la sua fragilità. “Waiting for the last time/ for my friend to change my mind/ Waiting for the last drops/seems like a long long time(…)I hope no one can see me/I've painted a face where I burnt the floor/ Now the face has become my devil's door/ Laying in the back room On my dirty sticky floor”. Segue “Hold on”, tenue ballata di sottile speranza e apprezzabile(perché composta e non esibita) dolcezza. Sto imparando a sorridere, dice David, ho provato a parlarti nei sogni e tu mi guardavi e sorridevi.
È dunque un nuovo amore la prima fiamma delle rinascita. Non c’è entusiasmo, c’è cautela e maturità: espressione di un nuovo e diverso equilibrio interiore.
“A little piece” è una canzone figlia di quell’intimismo caratteristico di Martin Gore(influenza inevitabile) e di quella parte della produzione dei Depeche Mode che ha inizio con “Blasphemous rumours”, continua con “Waiting for the night” e si conclude (momentaneamente) con “Sister of night”: è la malinconia crepuscolare che le leggende dell’elettro-pop hanno sempre rappresentato con naturalezza e spesso con ispirazione. I primi versi sono raggelanti: “All alone and bitter / All alone and mad / All alone with someone And I should be so glad”. Si ripensa allo slancio sentimentale della vecchia e splendida “Somebody”, tempi di “Some great reward”: alle richieste di “Somebody” sembra si sia trovata corrispondenza per rapidi istanti, pure di una bellezza impagabile; la felicità e la pace interiore sono momenti, l’illusione e il sogno esistono tuttavia soltanto nell’amore.
“Bottle living” è uno dei brani più rabbiosi del disco: è una storia amara raccontata in tono sprezzante. Gahan combatte contro se stesso raccontando i suoi errori, descrivendo la sua auto-distruzione non sempre in termini concilianti e pietosi. Sembra accennare alla fine del suo viaggio, e lascia trasparire l’impressione che certi atteggiamenti e certe scelte fossero ormai giudicate inevitabili, che quindi, in un certo senso, “si lasciasse vivere” dai suoi spettri. “He's a ship without a sail / He's not listening when you speak”.
Lo spirito di “Black and blue again” restituisce il ricordo di “All apologies” dei Nirvana: un’anima scarnificata dal dolore che non si dispera neppure più; è sgomenta e pietrificata dalla sua micidiale lucidità. Infatti, “All my words are not enough”, canta Gahan. C’è qualcosa di terribilmente ossessivo e di claustrofobico nel ritmo di questo brano. L’ultima strofa ha il sapore di un addio. È triste, e definitiva. Questo è il momento del distacco.
Non è forse un caso se l’atmosfera del pezzo successivo sia totalmente differente, quasi a cortocircuitare lo strapiombo d’angoscia di “Black and blue again”. “Stay” è un bellissimo lento, probabilmente il brano più ispirato dell’intero disco. È una canzone d’amore: è empatica, e avvolgente. Se “Paper Monsters” lascerà qualche segno nella storia del pop-rock contemporaneo, sarà probabilmente anche per via di un futuro adattamento cinematografico (azzardo o profetizzo?) di questa canzone. Mi sembra possa prestarsi con grande efficacia. Le parole non sono particolarmente originali, niente di nuovo sotto il sole: però si lasciano ascoltare, trasmettono passione e si percepisce che sono state “sentite” da chi le scriveva. Almeno questa è una virtù, negli anni del morbo della ripetitività.
“I need you” è pronta a essere remixata e riproposta nei club. Così com’è composta adesso, è asmatica e ingolfata. Un po’ fiaccuccia, ecco. “Bitter apple” è un altro brano di passaggio: accompagna il viaggio introspettivo di Gahan alla conclusione, con trasparente serenità. È un’istantanea del passato. “We laughed so hard it caused some pain / Two strangers standing in the rain / We smoked our cigarettes / (It's kind of wonderful) / Exchanging our regrets / (Strange but beautiful)”.
La graffiante “Hidden houses” e la tetra e indietreggiante “Goodbye” chiudono il disco. Non si può certo definire “Paper monsters” un album eccellente: è certo un disco intimista e miracolosamente autocritico; Gahan non osa, non mostra arroganza, né compiacimento, né cede al compatimento: non eccede. Uno stile piano e un netto ripiegamento nelle confortanti certezze delle penultime sonorità(si eccettua il pessimo “Exciter”) Depeche Mode, senza rifiutare assonanze ed echi dal primo grunge degli anni Novanta. Si tratta di un’interessante contaminazione, a condizione che, è la speranza di un fan, si limiti finalmente esclusivamente (pardon per l’omoteleuto) all’aspetto artistico: preferirei vedere Gahan invecchiare indecorosamente come Jagger piuttosto che scoprimi costretto a riconoscere un messaggio d’addio in questo album.
Ricordo perfettamente Gahan dal vivo nella fase di maggior influenza-grunge: tour di “Songs of Faith and Devotion”, Roma, 1993. Sprigionava una strana energia, era vitalissimo e disperato. Dialogava e trasmetteva energia al pubblico, e sembrava, a tratti, cercare d’annullarsi, di rinunciare a se stesso per convergere nell’atmosfera che s’era creata. Quando cantava “Try walking in my shoes” tremavano i vetri del palazzetto. Era già sul solco dell’abisso: quel suo furore era spaventoso e splendido. Avanti, Gahan: che questa nuova avventura sia una seconda nascita. I vecchi fan rimangono fedeli.
DISCOGRAFIA e CENNI BIOGRAFICI.
Paper Monsters, Mute, 2003.
Dave Gahan (Epping, Essex, 1962) entrò a far parte dei Depeche Mode nel 1980, completando il quartetto originario del gruppo di Basildon assieme a Vincent Clarke, Martin Gore, Andy Fletcher. Dopo l’improvviso e inatteso abbandono dell’inquieto Clarke (che darà vita a vari gruppi, tra i quali gli “Yazoo” e gli “Erasure”), avvenuto dopo il discreto successo ottenuto dal primo album, “Speak and spell”, nel 1981, fu proprio Gahan a restituire convinzione alla band, interpretando con grande verve “See you” e “The meaning of love”, singoli-guida del secondo album dei Depeche, “A broken frame”. Nonostante l’arrivo di Alan Wilder(anima dell’interessante progetto sperimentale Recoil sin dalla seconda metà degli anni Ottanta) già nel terzo album, “Construction time again”, spettò regolarmente a Martin Gore il ruolo di compositore: cambiò, poco a poco, lo spirito del gruppo, ormai capace di sprofondare nella più cupa introspezione e di rinunciare a qualunque solarità in onore a una consapevolezza e a un esistenzialismo davvero non comuni. La popolarità dei Depeche Mode, universalmente riconosciuti come una delle migliori elettro-pop band britanniche, non è mai stata in discussione. Gahan ha contribuito ad alimentare il mito del gruppo come banda “must” dal vivo: carismatico, trascinante e dionisiaco, ha rappresentato l’immagine della band sia nella prima fase, di “integralismo dei sintetizzatori”(acme: certamente “Violator”, album di “Enjoy the silence” e “Personal Jesus”, e il leggendario doppio-live “101”), sia nella seconda, contraddistinta da una crescente influenza del rock alternativo(il look della band conoscerà una straordinaria metamorfosi), avviata a partire dall’eccellente “Songs of faith and devotion”, nel 1993.
La storia di Dave Gahan e dei Depeche Mode inizia a cambiare proprio a metà degli anni Novanta: Gahan tenta una prima volta il suicidio (e ancora, nel 1996 sarà per qualche minuto clinicamente morto), quindi combatte la sua tossicopendenza; Wilder abbandona il gruppo nel 1995, il futuro della band sembra vacillare pericolosamente.
“Ultra”, nel 1997, è l’inatteso disco del riscatto. Rabbiosa e imponente la voce di Gahan nella memorabile “It’s no good”, rancorosa e graffiante in “Useless”. Quattro anni dopo, nel 2001, i Depeche pubblicano uno dei peggiori dischi della loro storia, il fiacco e borioso “Exciter”. Per Martin Gore e David Gahan è il momento di esplorare altri sentieri. È il principio di due nuove carriere e di due nuove esistenze artistiche. Fletcher? Sempre nell’ombra. Oggi è il boss della nuova etichetta “Toast Hawaii” ( http://www.toasthawaii.com/). Dubito che ascolteremo mai un suo disco da solista. Dave Gahan, invece, ha davvero scelto una buona rotta.
Fonte principale delle informazioni biodiscografiche è stato il sito ufficiale dell’artista:
Fondamentale rimane, ovviamente: http://www.depechemode.com/
L’altra anima dei Depeche Mode ha il suo sito personale: http://www.martingore.com/
Franchi, Lankelot. Agosto 2003. Originariamente pubblicato su Lankelot.com e Supertrigger.
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I'm Black and Blue again.