Attitudine punk e vibrazioni new wave. Accentuata propensione alla distorsione del concetto di blues e psichedelia. Un paesaggio sonoro low-fi aspro che non lascia spazio a nessuna accondiscendenza.
Scarno dunque, da qualsiasi punto di vista lo si giudichi. È proprio il caso di dire che o piace o fa schifo, senza mezzi termini.
Walking With Thee, secondo album dei Clinic da Liverpool, è definitivamente “rude”, un LP univocamente dedicato agli appassionati di un genere che al di là delle sue variazioni più orecchiabili – vedi i Franz Ferdinand sempre prodotti dalla Domino Records – non vuole farsi accessibile.
Questo perciò vuole essere un chiaro avvertimento: a meno che non adoriate chitarre riverberate su linee ritmiche costanti, non potete avere interesse a conoscere i Clinic. Perché è davvero faticoso addentrarsi tra i fumi della loro densa pastura sonora; non c’è pausa tra un pezzo e l’altro per soffermarsi e nelle orecchie resta sempre una pulsazione costante ma inafferrabile.
No way, gettarsi nel loro mondo musicale e perdersi o null’altro…
Il loro magnetismo nasce da un qualcosa di profondo che dal loro sound lascia immaginare una presenza live vulcanica, seppur malata; una sgradevole attitudine a suoni carichi e sporchi che ascendono verso i sixties – seventies, traducendosi in un odierno garage rock psichedelico.
Estraniante soprattutto lo strumento che per eccellenza caratterizza i Clinic – l’armonica a bocca che trova in ogni brano lo spazio per una disossata interpretazione del suo ruolo. Estraniante come lo è la voce del cantante che nella title-track insegna quanto allucinato e spezzato può essere il semplice grido del monosillabo “no” – un brano tremendo ed esemplare del Clinic sound, quasi al pari della punk “Pet Eunuch”, quinta traccia dell’album.
La basi di questo gruppo posano salde sulle lezioni magistrali di gruppi come Joy Division e The Psychedelic Furs, Stooges e Velvet Underground, o ancora il blues minimale che ricorda alcuni passaggi di Happy Sad di Tim Buckley. Al pari quindi di Strokes, Interpol, Black Rebel Motorcycle Club, Vines e Raveonettes, i Clinic offrono la loro personale re-interpretazione di un genere ora nuovamente di tendenza, che si nutre di situazioni musicali basate su stile, note ed ambienti.
Il nuovo indie rock che ripropone pari pari la musica del decennio ’60-’70 mediamente non è proprio interessante, suona sempre uguale e tutt’al più si sposa bene con ambienti come discoteche rock, ma esattamente come i pezzi dance, fa il suo tempo e sparisce. Ogni tanto però qualcosa resta, e stavolta sui Clinic si può scommettere.
Perché non sono ammiccanti, e se proprio si riesce ad ascoltarli per più di tre brani, allora non c’è scampo. È musica sincera per come si propone…
FONTI IN RETE: The Clinic Official Site
Andrea Vergani, maggio 2004
Commenti
Prima pubblicazione: Lankelot.com, esattamente tre anni fa.
" Il loro magnetismo nasce da un qualcosa di profondo che dal loro sound lascia immaginare una presenza live vulcanica, seppur malata; una sgradevole attitudine a suoni carichi e sporchi che ascendono verso i sixties ? seventies, traducendosi in un odierno garage rock psichedelico."
> alla fine sei riuscito a vederli dal vivo?
"Il nuovo indie rock che ripropone pari pari la musica del decennio ?60-?70 mediamente non è proprio interessante, suona sempre uguale e tutt?al più si sposa bene con ambienti come discoteche rock, ma esattamente come i pezzi dance, fa il suo tempo e sparisce. Ogni tanto però qualcosa resta, e stavolta sui Clinic si può scommettere."
> già. E' andata - sta finendo di andare - esattamente così. I Clinic non so fino a che punto siano stati una scommessa interessante. Piacevoli come diverse altre band - che giustamente nomini - ma mai memorabili...
(a Patrizia piacciono molto. Sarà felice di leggere questo pezzo)
reinserita la copertina!
reinserita la copertina!