New York, a cavallo tra vecchio e nuovo millennio: un gruppo di musicisti texani, trapiantati nella Grande Mela, dà vita ai Calla.
La band appartiene – diamo qualche coordinata – alla scena indie rock più intelligente ed elegante dell’ultima ondata d’artisti statunitensi: il loro è un indie rock con striature slow core, figlie della lezione dei Codeine e dei Low, con venature intimiste e scopertamente depressive di scuola Neil Young, e solcature dream pop in stile Galaxie 500. Influenze di assoluto rispetto: interiorizzate con classe cristallina, come dimostra il terzo disco dei Calla, Televise (2003).
Il cantante, Aurelio Valle, ha una voce roca e malinconica – sempre in secondo piano rispetto alle atmosfere scolpite dai suoi compagni Donovan e Magruder: l’ouverture dell’album, la seducente Strangler, costituisce subito un’adeguata testimonianza della sua tendenza espressiva. Il testo non è estraneo alla tradizione pop: questioni sentimentali che non vanno come avrebbero dovuto. “Something’s gotten hold of my tongue / See what You’ve done / See what You’ve done / I would give anything, anything / Just to see it happen to You / (I’ll find it out...)”.
Monument, fondata sull’impetuoso basso di Sean Donovan, è una ballata estremamente equilibrata; il lamento di Valle non muta – rispetto all’incipit – e l’argomento non è dissimile. Sento più Young che Codeine: non è uno slow core esasperato, le chitarre irrompono sprigionando scintille di luce: “Last night I swore I saw her come / To me in a dream / Like a storm forming / Father, will She come again? / I’ve seen the day conquer the night / Drifting with the wind like dawns curtain closing as it caves me in (…) / I thought I’d never see the day gone / It slipped away / God, I got carried away”.
Primo, autentico baratro depressivo del disco è la splendida Astral: i versi sono scritti col sangue dello spirito, è poesia disperata e irrimediabile; la chitarra accarezza l’aria, dolcissima, la batteria non s’impone e scandisce il ritmo della ricerca interiore. Non può lasciare indifferenti l’interpretazione romantica e intensa di Valle: “I know I said I would / Talk / If You think I should / Sit / Notice / I’m in / Silence / (…) My time may come soon enough / I know I said I would talk / If You think I should / (…) My plan / My fall / My plan is my fault /All my thoughts have started to wear off / Just because You said so”.
Quindi, Don’t Hold Your Breath: il ritmo cambia, il basso di Donovan è hookiano e trascinante; si vira verso un sound da fase matura e introspettiva degli Smashing Pumpkins, per intenderci. Singolare e piacevole la distorsione finale – con relativa conclusione nel rumore puro. Pete The Killer segna la prima metà del disco: a questo punto, è già difficile non apprezzarne coerenza e coesione. Lo stile dei Calla è riconoscibile, e non solo per via delle influenze: non è un gruppo di dannati, ma di depressi; non sono iconoclasti, ma semplicemente amari e shoegaze. Qualche similarità con l’intimismo dei Lofty Pillars – pur appartenendo a scene e scuole differenti.
Customized è uno dei brani migliori del disco – uno di quei pezzi che potrebbero far innamorare navigati spiriti rock di questa band. Perché la classe di Valle e compagni è impressionante, nella psichedelia, nel pop sperimentale e nello slow core che pulsano in Customized: “Breathe instead of choking / Try and pace yourself / Inherit tension and possessions too / Even when it’s over / You we’re through”. Davvero incisiva. Buono il crescendo di As Quick As It Comes / Carrera: non potrà non piacere a chi ha amato certi analoghi frangenti dei dischi dei Low – e magari si domanda ancora come è stato possibile che fossero fischiati, a Firenze, qualche anno fa, mentre aprivano il concerto dei Radiohead; oppure – sorpresa – richiamerà alla memoria dei vecchi fan degli U2 una gloriosa reminiscenza: parlo di Exit, tempi di Joshua Tree. L’imprinting parrebbe davvero essere quello. Ecco la strumentale Alacran, godibile interludio e annuncio del congedo in due tempi: si comincia con Televised, rock alla Deus di “Ideal Crash”, con estatico aumento progressivo trainato da un riff di chitarra micidiale, che si dissolve con lentezza ipnotica negli ultimi minuti del brano; infine, la dolcezza e la semplicità di Surface Scratch, ballata non estranea a sospensioni dream pop, eterea fino alla diafanità.
Scopriteli e non ve ne pentirete – non dubito che vi terranno compagnia per un bel po’.
CALLA:
Aurelio Valle. Guitar, vocals.
Sean Donovan. Bass, Keyboards, Programming.
Wayne B. Magruder. Percussion, Programming.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
Televise, Arena Rock Recording, 2003.
Scavengers,Young God, 2001.
Calla, Sub Rosa, 1999.
New York City, 1997. Nascono i Calla. Valle, Magruder e Donovan vengono dal Texas: dal 1993 al 1997, i primi due erano stati nella line-up dei The Factory Press.
Approfondimento in rete: All Music / Sito ufficiale della band / Fansite / Ondarock / Rocklab / Sentireascoltare.
Gianfranco Franchi, "Lankelot". Marzo 2005. Originariamente apparso su Lankelot.com
Commenti
Vedrò di comperarli.
Più questo disco di quello appena pubblicato. Questo valeva davvero la pena. E poi c'è un paisà tra quegli yankee.
si, si. dei buoni compagni... sono mesi. peccato non averli visti dal vivo.
As Quick As It Comes and Exit... hummm quasi, quasi le metto in sequenza e... ; )
(ovviamente, devo ringraziare anche io il Grande Capo. Augh!)
"On, sound is on
Infecting everything that is on
As long as You?re aware not to stare to close
You're getting much too serious
If only I were there
Tone, change the tone
Invading everything that I've known
In ways I never dreamed
I once was weary of the way They set it up
Channel all your thoughts"
Questo è disponibile presso l'etichetta:
http://arenarock.com/calla/biography.htm
riecco la copertina!
riecco la copertina!