Built to Spill

Perfect from now on / Keep it like a secret

Built to Spill

Built to Spill: formazione nata dal genio di Doug Martsch, ex frontman dei Treepeople, band proto-grunge della scena di Seattle.
Indie rock: Idaho, ultimi anni Novanta. Il gruppo abbandona la scena underground per affidarsi a una grande etichetta, la Warner Bros; tendenzialmente una scelta di questa natura prevede una regressione della band sui binari della convenzionalità compositiva, della linearità della radiofonia mainstream e via dicendo; non è stato davvero il caso del gruppo di Martsch, che nei due dischi che prendiamo qui in considerazione – rispettivamente il terzo e il quarto album dei Built to Spill – s’è dedicata a raffinare la ricerca di un proprio stile, a difendere il proprio codice genetico e ad esasperare il dominio della chitarra forgiamondi e sgranadimensioni di Martsch. Quello dei Built è un indie rock contaminato dal pop onirico e dal postrock: le canzoni hanno struttura irregolare e atipica e possono apparire delle suite a volte allucinate, a volte bizantine e misticheggianti, a volte puramente espressioniste. “Perfect From Now On” (1997) ha avuto una genesi particolarmente sofferta: nei siti angloamericani è possibile trovare traccia dell’accaduto; sembra che le prime due registrazioni siano state compromesse da una serie di incidenti; buona la terza, e onestamente non si poteva domandare niente di meglio. Questo disco dona pura libidine estetica. E non solo per le sofisticate e innovative composizioni: tra i testi si annidano poesie, come vedremo.

Incipit dell’album è Randy Described Eternity. A incantare e determinare direzione e senso del pezzo è la chitarra anarcoide e psicotica di Martsch; sintesi delle sperimentazioni prog e della rabbia indie, pilota il brano in una dimensione personalissima e fascinosa. Decisamente estranea a un ascolto che non sia partecipato e concentrato, non conosce immediatezza: è incisiva e calibrata. Scolpire il sogno è possibile fondendo distorsioni e pulizia degli accordi; allora si squarcia il cielo di carta e si plana nella fantasia; “Where you gonna be / where will you spend eternity / I’m gonna be perfect from now on / I’m gonna be perfect starting now / stop making that sound / stop making that sound / I will say I forgot / but it was only yesterday / and it’s all you had to say”.

Ecco I Would Hurt A Fly. Ritmica essenziale a introdurre le prime acrobazie creative della chitarra di Martsch. Cominciamo a dare le prime coordinate per quanti volessero orientarsi nel microcosmo delle affinità elettive dei BtS: il nome più gettonato è naturalmente quello dei Dinosaur Jr. di Mascis; non escluderei nemmeno qualcosa di prossimo a un’ibridazione tra i primi Stone Temple Pilots e i Modest Mouse. Quel che distingue i Built è l’eleganza fuori dal tempo; è un rock figlio d’una classe cristallina e d’una creatività assolutamente al di fuori della norma; e d’una ostinata coerenza nella ricerca d’un sound originale, incendiato da personalismi e deviazioni dai pattern. Terza traccia è Stop The Show, una delle più ispirate dell’album. Si propone come una sorta di country ipnotico e psichedelico, precipita per distorsioni e furore iconoclasta, si distende ludica e ritmatissime, si conclude con quello che sembra un diluvio di disillusione piuttosto autobiografico: “after a while you know their style / and that’s enough to know they suck / and when you know they’ll stop the show / because they know you know / I know it’s sad but don’t feel bad / they knew they had it coming / after a while it hurts to smile / and if you laugh it’s just a / typical miracle”.  
Quindi, Made-Up Dreams: ouverture quasi lo-fi, a suggerire che l’argomento sia decisamente personale e il messaggio più interiore e profondo; il pezzo sguscia nell’alternative rock, e si direbbe qualcosa di prossimo a un manifesto esistenziale – se non estetico tout court: “Hard to believe / that after all this time / that after all this I’m still me / no one wants to hear / what you dreamt about / unless you dreamt about / them / don’t let that stop you / tell them anyway / and you can make it up as you / go / I’m already gone now / you were outside just waiting / I’m already nothing / you just noticed me fading / it takes a lot to make me crazy /and a lot is always going on”.

La seconda metà del disco è inaugurata da Velvet Waltz. Otto minuti e mezzo su una giostra romantica, lisergica e innescasogni; lo spirito rock non deve fare nient’altro che abbandonarsi all’alchimia postmoderna della composizione di Doug Martsch, chiudere gli occhi e dimenticare di avere ricordi; fantasia, liberazione dal rimpianto e dal rimorso, ottovolante di speranze. Superlativa. Stordisce con grande naturalezza la serie di arabeschi ed evoluzioni della chitarra leader. La realtà si frantuma in tanti piccoli specchi d’acqua; puoi scegliere dove nuotare, per ogni lago un suono e per ogni suono un sentimento. Micidiale. Out of Site può non stupire più: la coscienza d’essere di fronte ad un’opera d’arte originata dalla creatività abnorme di un genio della musica è consolidata. Non importa si infranga in un ritornello piuttosto canonico – quel che dissolve lo stupore per la normalità è la mitragliata di chitarra che si succede alla concessione alla prassi compositiva, la studiata discesa ritmica e la sua imprevedibile frantumazione. Gli ultimi due brani sono Kicked It in the Sun e Untrustable / Part 2. Il primo è postrock solare e contaminato dal pop psichedelico; è come se Brian Wilson avesse collaborato a una suite degli Slint. Il secondo è un epilogo che instilla fiducia e speranza, giocato com’è su sonorità aperte ed estranee alla ruvidità. Quasi nove minuti di durata non possono non suggerire l’idea di una composizione piuttosto complessa: certe concezioni estetiche del prog rock non sono state dimenticate. Rinnovate e spurgate da ogni pleonasmo e da qualsiasi leziosismo, questo sì.

Veniamo adesso a quel diamante di indie rock che è il quarto album della band, “Keep It Like a Secret” (1999). Prima novità: dimenticatevi delle estenuanti e orgasmiche suite del disco precedente. Con l’eccezione del congedo, Broken Chairs, evidente trait d’union col passato, i brani di rado oltrepassano i cinque minuti. L’incipit è piacevolmente aggressivo, luminoso e non estraneo al pop più ricercato: The Plan dimostra che il sentiero di Martsch sta volgendo in una direzione nuova; personalissima e sempre incentrata sulla tirannide illuminata della sua chitarra, stilisticamente poliedrica e strutturalmente non convenzionale: ma più diretta e assimilabile. Non è una semplificazione, ma un’intelligente illusione acustica: gioco con i suoni che possono suonarvi famigliari, pop metabolizzato, ma stravolgo la composizione del brano e vi trascino in qualcosa che non potrà non farvi pensare: neorock. Center of the Universe ne è un altro esempio: massacrata a dovere da una produzione catodica e commercialotta sarebbe degenerata in una ballata estiva; così com’è scivola via dai generi, libera e selvatica, godendo di una vitalità scintillante. Pura gioia di vivere.
Il testo aiuta a capire la brillante presa per il culo: è satira su diversi livelli: estetica e sociale.
I heard what I said to you / And it was so / out of sync / With the way I wanted to / Make myself / out to seem / I don’t like this air / But that doesn’t mean I’ll stop breathing it / Who doesn’t think they’re at / The center of the universe being it / Don’t look now / Just keep watching your TV / Hating what’s to see / Waiting for someone to say something that’s right / I heard what I said to you / Thought it was all understood / But I wasn’t getting through / I’d go on if I could”.

Carry The Zero è energica senza essere aggressiva. Peculiarità figlia delle magie della chitarra di Doug Martsch. Rock da camera: espressivo e meditativo al contempo. Sidewalk è sulla stessa falsariga: ritmo altissimo, chitarra sugli altari e voce graffiante e incisiva: senza finire mai nel baratro noise, nell’idolatria del frastuono. Pulito.
Entriamo nel fulcro dell’album. Siamo a un passo dal pezzo della madonna. Annuncio di quel che stiamo per ascoltare è Bad Light: il tono si fa più oscuro e intimista, la composizione più essenziale e minimalista, il testo diaristico: questa è una canzone da svolta esistenziale, da ultimi sgoccioli di presa di coscienza: “Never forever / what I think is true / what I hope to do / what I got from you / never forever / And all that sun makes so much shine / How this is done like so much science / Can’t be explained through common sense / Takes a firm background in remembering / And it takes some math / And there’s so much more / It’s so hard to read in bad light / It’s so hard to see it bad light”.  
Ed ecco arrivare qualcosa che non potremmo stancarci mai di ascoltare. Time Trap è quel che bisognava mantenere like a secret: è fantastica e ad ogni ascolto migliora. È un crescendo fondato sul mostruoso talento compositivo e sulla diabolica chitarra di Doug Martsch. Innesca tante sensazioni e tanti sentimenti diversi, progredendo: ira e gioia e allegria e furore. Incredibile. Benvenuti in cinque minuti e ventidue secondi di pura storia del rock postmoderno. Godere è poco, credetemi. Questo pezzo è qualcosa che andava scritto e donato alla contemporaneità: arte necessaria: adesso spegni tutto e ascolta e senti, dentro, senti dentro il suono di quella chitarra. Lascia che si impadronisca di ogni tuo pensiero. E adesso sprigionala e canta… It’s barely yours on loan / What you think you own / The place that you call home / The ideas in your bones (in your bones) This would still feel dumb / Back where you’re from / Do you (do you) want to change your mind / Do you want to change your mind / Cause you could never know that / In a time trap / In a time trap / Guess that’s all fair now because / Guess that’s all there ever was / Gray and sprawling / Save your crawling (…) / Do you want to save your life? / Do you want to save your life? / Cause you could never know that / In a time trap”.  Sì, sì, sì.

Potrei finire qui: se non vi siete catapultati dal vostro distributore posso considerarmi una mezzasega. Ancora quattro pezzi ci separano dalla dolorosa fine del disco: onestissimo rock in Else e in You Were Right, senza tornare ai livelli del miracolo appena interiorizzato; più dolce Temporarily Blind. Basta così. È bello restare nella nicchia.

BUILT TO SPILL

Scott Plouf. Drums and percussion.
Brett Nelson. Bass.  
Doug Martsch. Vocals, guitar, percussion and keyboards.
John McMahon. Violoncello. (Perfect From Now On)
Robert Roth. Mellotron. (Perfect From Now On)

 


DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE

 

Ancient Melodies of The Future, Warner Bros, 2001.
Keep It Like a Secret, Warner Bros, 1999.  
Perfect From Now On, Warner Bros, 1997.
Built to Spill Caustic Resin, Ep, Up, 1996.  
There’s Nothing Wrong With Love,Up, 1994.
Ultimate Alternative Wavers, C/Z, 1993.

In principio erano i Treepeople. Seattle, primi anni Novanta: Doug Martsch il loro frontman. Lasciata la terra del grunge e tornato nell’Idaho, fonda i Built to Spill nel 1993.

Approfondimento in rete: sito ufficiale della band / fansite (scabro) / Mtv / Tim McMahan / DeBaser / Scaruffi / Pitchforkmedia.

 


 

Gianfranco Franchi, agosto 2005. Originariamente pubblicato su Lankelot.com, Supertrigger.

ISBN/EAN: 
0093624695226

Commenti

Closer semper tibi gratias ago.

?It?s barely yours on loan / What you think you own / The place that you call home / The ideas in your bones (in your bones) This would still feel dumb / Back where you?re from / Do you (do you) want to change your mind / Do you want to change your mind / Cause you could never know that / In a time trap / In a time trap / Guess that?s all fair now because / Guess that?s all there ever was / Gray and sprawling / Save your crawling (?) / Do you want to save your life? / Do you want to save your life? / Cause you could never know that / In a time trap?. Sì, sì, sì.

BUILT TO SPILL. Time Trap.

... conosco solo time trap, indovina grazie a chi? ; ) mi piace da impazzire l'inizio e anche la fine. è il centro che mi sa troppo di supertramp! a parte il testo che, come dire... vabbè, devo approfondire il resto. vedremo... ; )

:). Fonte della scoperta - nel nostro giro - è stato il grande Closer, onore al merito. Io ho solo esplorato e divulgato, trovandomi facilmente in buona compagnia.

beh, Closer mi manca.. mannaggia! la fonte, il pozzo... vabbè meno male che c'è un giro... ; )

Le cinque grandi fonti rock di ciao - ciascuno poi in misura diversa su Lankelot - erano Closer, Caio, Bregaing, Eddie nostro e Pametoth Skab. Quando parlo del giro parlo sempre di quel che s'era creato laggiù e poi su lanke 1, negli anni...

Poi ce n'erano e ce ne sono altre ottime, come fonti. Fa sempre testo lo staff di lanke, per quanto mi riguarda:). Rapace e T-Rex sempre dalla vecia piattaforma vengono. Eravamo fortunati, no?

si. si. molto. posso solo immaginare quello che si era creato. mi consolo dicendomi che lo sono stata anche io. ad aver beccato Eddie appena entrata, per cominciare... che, poi, mi ha portata su lankelot uno e due... ; ) Caio e Rapace li ho letti lì e là (adesso anche qui), T-rex l'ho conosciuto di persona, gli altri mi so sfuggiti, arrivata troppo tardi. comunque, ormai sono sulla lista dei pazienti del Dr Caraffa. questo è quello che, davvero, mi fa dormire tranquilla... ; )

Qui i link hanno retto tutti, a parte quello dei Modest Mouse che puntava a un pezzo di Simone... che spero di ritrovare da queste parti.

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