Buckley Tim

Happy Sad

Buckley Tim

Questo disco nella vicenda musicale di Tim Buckley ha segnato la scintilla attorno alla quale è poi arso il suo genio, purtroppo caduto in se stesso e nel suo furore. Da subito nei primi tre pezzi del disco ciò che colpisce è la delicata fusione tra aspetti della musica folk americana, nei suoi canoni più classici, assieme ad elementi di un eccentrico ma mirato intreccio tra jazz e psichedelica.
Ad emergere su questa musicalità è poi proprio la voce di Tim che qui dà dimostrazione di grande naturalezza nel dominare il proprio timbro.

La base folk-cantautorale dell’artista si evidenzia così anche nel ruolo della voce e nella narrazione dei testi; nel tempo di questo disco di sole sei canzoni - poche considerando la diffusa “fertilità” degli album dei nostri tempi - il calore della voce di Tim Buckley sfida se stesso in alcuni apici di puro e graffiante rock di matrice Creedence Clearwater Revival, così come riesce a passare da falsetti ad un cantato in bilico tra il bianco rock e il nero blues. Ma non sono solo queste le influenze musicali che si rintracciano in Happy Sad, un disco che dell’eclettismo ha fatto la propria metrica.

La terza traccia, “Love from Room 109 at the Islander ( On Pacific Coast Highway)”, intorno ai tre minuti varia il cantato, anticipando gli aspetti lirici della musica dei Queen, mentre l’accompagnamento musicale fluisce ipnotico nella forza di una sonorità “jazzata” e soffice; all’opposto “Gipsy Woman”, come pura ed energica esposizione del proprio demone musicale,  pezzo in cui gli aspetti più innovativi di questo album - nei suoni e nella stesura delle voci degli strumenti - si legano ad un giro di chitarra che corre lungo tutti i dodici minuti della canzone, mentre presente sia come sottofondo che come canto vigoroso, la voce di Tim Buckley esplode chiudendosi, raschiandosi, sprofondando in un rock blues di pieno fine ’70, un turbinio di parole e ballo come sangue impazzito.

La parte strumentale e più strettamente musicale del disco è qui di gran qualità, opera di cesello delle composizioni di Tim Buckley dei musicisti che nei concerti lo accompagnavano,  Underwood come chitarra solista, Collins alle congas, Miller al basso acustico e Friedman a “vibes and bass marimba”.

Passare ai testi poi ci porta al cuore dell’arte compositiva e la musicalità di Tim Buckley.

Già la prima canzone, “Strange Feelin’”, introduttiva e circospetta, presenta l’inquietudine e l’esigenza di comunicare che corre in tutta l’opera e nella vita di T.B. “I got this strange feelin’ deep down my heart/ I can’t tell what it is/ but it won’t let go/ it happens every time/ I give you more than what I have/ but now all I need is a little time to sing this song/ and I think we’re gonna find a way to lose this strange feelin’”

Ancora la lunga e sperimentale “Love from Room 109 at the Islander (On Pacific Coast Highway)”, che prende inizio con il suono delle onde del mare e questo primo verso:
 
“I was lost without a song without a melody/ you came in to my hotel life/ you made my room a home/ ah now mama, don’t you know what you done…”

Questo disco poi presenta una particolarità interessante per l’aspetto biografico dell’artista.

Buckley gode presso il grande pubblico di una fama limitata, legata soprattutto alla notorietà del figlio Jeff e alla sua triste vicenda (Jeff Buckley morì infatti annegato nel Mississippi, in circostanze non del tutto chiare).
La vicinanza che si è creata fra la loro musica non ha corrisposto però nella vita reale ad un rapporto vero.
Tim Buckley non ha quasi mai visto suo figlio, se non una volta, e quest’unico incontro lo ha portato in musica, nella quarta traccia di Happy Sad, “Dream Letter”

“Lady time fly away/ I've been thinking 'bout my yesterday/ oh, please listen darlin' to my empty prayers/sleep inside my dreams tonight/All I need to know tonight are you and my child/ Oh, is he a soldier or is he a dreamer/ is he mama's little man?/Does he help you when he can/ or does he ask about me?/ Just like a soldier boy/ I been out fighting wars that the world never knows about/ But I never win them loud/ there's no crowds around me/ But when I get to thinkin' about the old days/ when love was here to stay/ I wonder if we'd ever tried/ oh, what I'd give to hold him”

Dall’ascolto di Happy Sad aspettatevi quindi la sensazione di misteriosa tensione in cerca della propria realizzazione tramite l’esperienza musicale; ascoltate le parole di Tim Buckley unendole all’atmosfera densa delle sue canzoni: “Well, Everytime you twirl around the fire/ mama came in between the devil and the sky” (“Gipsy Woman”) 
“In my world the devil dances and dares/ to leave my soul just anywhere/ until I find peace in this world"  (“Sing a Song for You”) 

Per avvicinarsi a questo artista purtroppo scomparso, questo disco è quindi il punto adatto da cui partire; oltre che uno degli album più venduti nella sua discografia, è un disco di ottimo livello musicale, capace di attrarre l’ascoltatore a sonorità raffinate ed energiche al tempo stesso.

Tim Buckley è certamente un artista da approfondire per la qualità della sua musica, e per chiunque voglia andare alle radici di molta musica moderna (Acoustic Movement, e certamente anche una buona parte di della nuova musica racchiusa tra Radiohead, Coldplay e Placebo), è un passaggio fondamentale che saprà ripagare pienamente dell’ascolto.

BIODISCOGRAFIA ESSENZIALE.

Morning Glory: The Tim Buckley Anthology, Rhino, 2001.
Greetings from LA, WB, 1972.
Starsailor, Straight, 1971.
Lorca, Elektra,1970.
Happy Sad, Elektra,1968.
Goodbye and hello, Elektra,1967.
Tim Buckley, Elektra, 1966.
 

Tim Buckley nasce il 14 febbraio del 1947 a Washington, e con la famiglia si trasferisce all’età di nove anni in California. Sviluppa le sue doti musicali grazie all’ascolto della musica di Bestie Smith, Billie Holiday, Johnny Cash; il suo esordio musicale accade nel 1966 con il primo omonimo disco nel quale si presenta come compositore folk ma con già cenni a sfumature jazz.

La sua attività musicale aumenta nell’influsso del periodo di fine ’60 sulla scia della scena psichedelica della California, portando all’abbandono della prima inclinazione folk, espansa nella musica dei dischi “Goodbye and hello” (1967) e “Happy Sad” (1968). La produzione musicale di Tim, raggiungerà l’apice di critica con i due “Lorca” (1970) e “Starsailor” (1971), mentre gli ultimi lavori, pur godendo di un buon successo presso il grande pubblico, non manterranno la stessa carica e qualità.
Corrispondente al punto più alto della sua carriera, un periodo di problemi con droghe ed alcool preannuncerà il finale della sua personale vicenda; Tim Buckley, dopo aver ripreso l’attività dal vivo, morirà il 29 giugno 1975 di overdose.

Fonti: nel tentare di riassumere la discografia e la biografia di Tim Buckley ci si è riferiti a ciò che si può rintracciare nelle principali enciclopedie della musica rock.

Sito di riferimento, soprattutto per le interessanti sezioni audio e video, www.timbuckley.com

Andrea Vergani.

ISBN/EAN: 
0075597404524

Commenti

Prima pubblicazione: lankelot.com

a presto muloni!

"Buckley gode presso il grande pubblico di una fama limitata, legata soprattutto alla notorietà del figlio Jeff e alla sua triste vicenda (Jeff Buckley morì infatti annegato nel Mississippi, in circostanze non del tutto chiare).
La vicinanza che si è creata fra la loro musica non ha corrisposto però nella vita reale ad un rapporto vero.
Tim Buckley non ha quasi mai visto suo figlio, se non una volta, e quest?unico incontro lo ha portato in musica, nella quarta traccia di Happy Sad, ?Dream Letter?

> Verissimo, almeno per la nostra generazione (e quindi giusto, considerando l'anno in cui ne scrivi). Senza Jeff credo che avremmo avuto grandi difficoltà a risalire a Tim (che pure usciva per Elektra). La vicenda dei due Buckley è talmente drammatica - compreso il rapporto padre-figlio - da essere atipica, non credo sia mai accaduta una cosa del genere nel Novecento, in nessuna arte.

tim buckley - ualà la

tim buckley - ualà la copertina;)

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