Jeff Buckley, morto annegato nelle acque del Missisippi a soli trenta anni, e “Grace”, il suo solo disco.
Un album unico legato ad una biografia intensa, circondata da una attenzione talvolta in bilico tra il morboso e il sincero. Nella vicenda di Jeff Buckley c’è la passione, la bellezza e la morte, quasi a ridisegnare i giorni della sua vita secondo il tragico destino che accomuna gli eroi degli uomini; un che di troppo grande da poter essere spiegato, secondo una linea che corre da Hendrix a Jim Morrison, da Ian Curtis attraverso tutti i musicisti che hanno vissuto morendo troppo presto; come unico LP edito durante la sua vita, “Grace” pare così rappresentare il perno di tutto il destino di Jeff Buckley, ed è facile trascinare i suoi dieci brani secondo un disegno esemplare della sua esistenza.
Ma più che nella sua biografia, è alla sua musica che va dedicata attenzione.
Questo disco è stato un grande inizio per un artista alla prima opera, e presenta un lavoro ancora vivo poiché estremamente legato all’esperienza live che l’ha preceduto. Come lavoro di studio infatti all’ascolto lascia sempre l’insoddisfazione di un inizio strabiliante che non ha potuto godere di un percorso compiuto di maturità; è certo uno degli album migliori degli ultimi dieci anni, ma si sente quanto sia un preludio a quello che oggi possiamo solo immaginare, attraverso gli inediti di studio pubblicati postumi.
Eppure contiene tanto significato musicale in sé, compiendo la sua qualità in una delicata fusione tra testi e musiche; un disco nervoso e teso fra atmosfere radicali, di profonda spiritualità e anche di grande energia.
In “Grace” è stata scritta la tensione di un uomo verso il cielo e la terra, con il vibrare dell’amore che rincorre sé stesso e le sue paure. Ma non è un disco sentimentale, qui l’amore è altro che la serenità di incontri tra i fiori e i campi, la Grazia di Jeff Buckley vortica in uno strazio di chiaroscuri dove spesso è l’ombra a dominare
“Precious, precious silver and gold and pearls in oyster's flesh/ Drop down we two to serve and pray to love/ Born again from the rhythm screaming down from heaven/ Ageless, ageless/ I'm there in your arms”.
(Mojo Pin)
“There's the moon asking to stay/ Long enough for the clouds to fly me away/ Well it's my time coming, I’m not afraid to die/ My fading voice sings of love,/ But she cries to the clicking of time”.
(Grace)
È un disco dove prima di tutto il pezzo è un canzone, dove la musicalità è direttamente fondata nel cantato e nell’accompagnamento che segue la voce evidenziandola. Questa caratteristica è il segno inconfondibile dell’approccio musicale di Jeff Buckley, che in tutti i suoi live ha sempre privilegiato l’incontro con il pubblico nella scelta di cover del tutto “musicali” – come “Je n’en connais pas la fin” di Edith Piaf, presente in “Live a l’Olympia” – , impreziosite da interpretazioni personali.
La musica suonata da Jeff Buckley alle chitarre, harmonium, organ e dulcimer, da Mick Grondahl al basso, alla batteria e percussioni Matt Johnson, Michael Tiche alla chitarra in “So Real” e Gary Lucas alla “magicalguitarness” – suoni e atmosfere create con un uso sapiente della tecnica chitarristica.
Questo disco ha consegnato alla storia della musica un nuovo disegno della “canzone” nel rock, colorita da atmosfere avvolgenti ma basate sulla forza della distorsione e del battito della batteria, eppure una “canzone” le cui radici si flettono nella musica “matura” del blues e del jazz, spesso in quella magnifica combinazione che è il cantautorato alla Cohen – citato non a caso, ascoltate la sesta traccia “Hallelujah”, cover di un pezzo di Leonard Cohen appunto.
Sonorità capaci di riscrivere le musicalità della grande storia della musica, passandole attraverso una sensibilità compositiva ed interpretativa rara; “Grace” è un disco dove tutta la musica spinge sé stessa verso un nuovo respiro, assecondando il ritmo dell’animo del suo autore.
“There is a child sleeping near his twin/ The pictures go wild in a rush of wind/ That dark angel he is shuffling in/ Watching over them with his black feather wings unfurled/ The love you lost with her skin so fair/ Is free with the wind in her butterscotch hair/ Her green eyes blew goodbyes/ With her head in her hands and your kiss on the lips of another/ Dream Brother with your tears scattered round the world./ Don't be like the one who made me so old/ Don't be like the one who left behind his name/ 'Cause they're waiting for you like I waited for mine/ And nobody ever came.../ Don't be like the one who made me so old/ Don't be like the one who left behind his name/ 'Cause they're waiting for you like I waited for mine/ And nobody ever came...”
(Dream Brother)
Eppure tutta questa sensibilità ha valicato da anni ormai il suo limite temporale.
Jeff Buckley è morto, e questo talvolta offusca l’attenzione a ciò che la sua musica ha lasciato di eterno.
“When I’m broken down and hungry for your love/ with no way to feed it/ Where are you tonight/ child you know how much i need it/ Too young to hold on/ and too old to just break free and run/ Sometimes a man gets carried away/ when he feels like he should be having his fun/ And much too blind to see the damage he's done/ Sometimes a man must awake to find that really, he has no-one/ So I’ll wait for you.../ and I’ll burn/ Will I ever see your sweet return/ Oh will I ever learn"
(Lover, you should’ve come over)
Perciò “Grace” va ascoltato perché Jeff Buckley è sempre stato un artista appassionato, oltre che uomo legato al proprio futuro. Nel suo lavoro e nella sua musica, in chi la ascolta e in chi la ripropone, il suo futuro ha valicato il limite del suo tempo, dedicando il suo animo ad una Vita Eterna.
“Eternal Life is now on my trail/ Got my red glitter coffin, man, just need one last nail/
While all these ugly gentlemen play out their foolish games/ there's a flaming red horizon that screams our names/ And as your fantasies are broken in two/ Did you really think this bloody road/ would pave the way for you?/ You better turn around and blow your kiss hello to life eternal, angel/ …/ There's no time for hatred, only questions/ Where is love, where is happiness, what is Life, where is peace?/ When will I find the strength to bring me release?”
(Eternal Life)
BIODISCOGRAFIA
Songs To No One, 2002 Recall
Live A L’Olympia, 2001 Columbia
Mystery White Boy, 2000, Columbia
Sketches For My Sweetheart The Drunk, 1998 Columbia
Live From Bataclan, 1995 Columbia
Grace, 1994 Columbia
Live At Sin-È, 1993 Big Cat
Interessato sin da piccolo alla musica, con il trasferimento da Orange County, California, a New York sviluppò decisivamente la sua passione. Lasciata casa a diciassette anni per studiare al Guitar Institute di Los Angeles, tornò a New York dove formò i suoi primi gruppi, in particolare con Gary Lucas i “Gods and Monsters”, alternando l’attività con la band a concerti come artista solista nei club del Greenwich Village, soprattutto al Sin-E”, un caffè dell’East Village di New York, in cui venne registrato il “Live at Sin-È” del 1993, il primo lavoro pubblicato, un EP di quattro tracce.
Successivamente proseguì l’attività live, partendo in tournée nel Nordamerica ed in Europa come solista.
Scioltisi i “Gods and Monsters” e formata definitivamente una sua band, si trovò alle prese nel 1994 della registrazione di quello che la critica avrebbe definito il disco dell’anno: “Grace”.
L’album diede l’avvio ad una svolta importante nella carriera di Buckley, che tornò in tour per due anni fra l’America e l’Europa. Nel 1996 avviò il “Phantom Tour”, una serie di concerti non organizzati e suonati sotto pseudonimi sempre diversi ad ogni data; erano le prove per i nuovi pezzi dell’album che tra il 1996 ed il 1997 Jeff ed il gruppo prepararono sotto la notevole direzione di Tom Verlaine, leader dei Television.
Eppure questo secondo disco, “My Sweetheart The Drunk” non sarà completato, poiché il 29 maggio del 1997 in compagnia di un amico a Mud Island Harbour, mezzo miglio all'interno rispetto al Mississippi, a Memphis, Tennessee, decise di prendere il bagno nelle acque del fiume, dove purtroppo annegò.
Successivamente, in una complicata situazione legale riguardo la decisione della loro pubblicazione, verranno editi numerosi live e soprattutto il lavoro in studio da cui sarebbe dovuto nascere il secondo disco di Jeff Buckley, “Sketches for My Sweetheart The Drunk”. Ultima pubblicazione, i pezzi di studio e live del primo periodo dell’attività di Jeff Buckley con Gary Lucas, tra il 1991 ed il 1992
FONTI in rete: due i siti utilizzati, complementari l’uno all’altro ed entrambi dotati di notevole materiale. In particolare www.jeffbuckley.com permette di ascoltare in streaming l’intera discografia ad oggi pubblicata e alcuni video.
Andrea Vergani.
JEFF BUCKLEY in LANKELOT
Commenti
Prima pubblicazione: Lankelot.com
"Questo disco ha consegnato alla storia della musica un nuovo disegno della ?canzone? nel rock, colorita da atmosfere avvolgenti ma basate sulla forza della distorsione e del battito della batteria, eppure una ?canzone? le cui radici si flettono nella musica ?matura? del blues e del jazz, spesso in quella magnifica combinazione che è il cantautorato alla Cohen ? citato non a caso, ascoltate la sesta traccia ?Hallelujah?, cover di un pezzo di Leonard Cohen appunto."
> applausi e ancora ben ritrovato;).
This isn't our last goodbye