Buckley Jeff

Grace

Buckley Jeff

Parlare di un disco come “Grace” non è un'impresa facile: Jeff Buckley era una delle voci più intense degli anni Novanta, e la sua opera prima un’affascinante e incredibile disco d’esordio. Musica e voce si uniscono, in “Grace”, regalando attimi di grande emozione, esplodono in ogni singola nota scaricando ovunque energia e pathos. Le canzoni contenute in quest’album del 1994 sono una perfetta sintesi di armonia e potenza vocale, di sentimento ed eleganza musicale. La voce di Jeff Buckley, artista morto troppo presto per mostrare a pieno tutte le sue enormi potenzialità e subito diventato, suo malgrado, un mito ed un’icona della nuova generazione musicale per migliaia di ascoltatori, si muove con grazia tra le dieci tracce del disco.

A parlare è la voce del cuore, la voce profonda ed espressiva di questo sfortunato figlio d’arte, morto annegato nelle acque del Mississipi, in una tragica notte del 1997. Il suo è un canto magico di dolore e immensa malinconia, attraversato da momenti di grande lirismo e partecipazione emotiva. Un canto associato ad una storia, ad una vita, finita troppo presto, a soli trent’anni, per un beffardo scherzo del destino: forse un’onda troppo alta, forse un malore improvviso mentre nuotava nel Mississipi, probabilmente non sapremo mai la verità.  Ciò che sappiamo con certezza è la grandezza del suo unico album registrato in studio e la breve carriera precedente all’uscita del disco: giovane figlio d’arte, figlio di Tim Buckley, padre mai presente e morto a 28 anni, famoso per l’eccezionale qualità di alcuni album e per la voce capace di raggiungere un’estensione incredibile, Jeff si affaccia sul mondo della musica appena diciassettenne. Con l’amico di sempre, il chitarrista Gary Lucas, fonda i Gods and Monsters, per poi intraprendere una carriera da solista. Il vero salto di qualità avviene soltanto nel 1994, quando la sua stella comincia a risplendere nella notte della musica mondiale e viene pubblicato “Grace”. Jeff Buckley dimostra subito di essere diverso dal padre, nel suo approccio più classico alla forma canzone, ma che impressiona immediatamente per la bellissima e toccante voce.

Lo capiamo già dall’iniziale “Mojo Pin”, che inizia con un triste canto lontano, mentre la leggera la batteria accompagna i virtuosismi vocali di Jeff. La voce è toccante, sofferta, gli arrangiamenti ridotti al minimo, lasciando ampio spazio alle improvvisazioni di chi con la voce sembra poter toccare vette altissime. “Grace”, la seconda traccia, è dirompente, grintosa, straripante come un fiume in piena, perfetto connubio tra voce e musica. Gioiello di una bellezza unica, forse tra le più intense canzoni degli anni Novanta. Voce che continua ad arrampicarsi, sempre più in alto, senza guardare verso il basso, fino a raggiungere il punto più vicino al paradiso. Mentre Jeff “aspetta nel fuoco”. Subito coinvolgente nel suo incedere di basso è “Last Goodbye”, che descrive un ultimo addio tra due amanti, costretti a constatare che è tutto finito; la voce di Jeff è calda e suadente. La quarta canzone è la prima delle due cover presenti nel disco, “Lilac Wine” di J. Shelton; delicata e intensa, dimostra senza dubbio le qualità dell'artista ricreando un’atmosfera unica e speciale.
“So real” è riconoscibile dalla chitarra che si alterna e si fonde con la voce di Jeff, tra acuti da brividi e sussurri delicati. Ed è cosi che si arriva alla seconda cover dell’album, “Hallelujah” di Leonard Cohen che non sfigura affatto al cospetto del cantautore di “Suzanne”; toccante, commovente fino alle lacrime, leggera come una piuma, Jeff intona l’hallelujah, in uno dei momenti più profondi di tutto l’album. “Lover, you should’ ve come over”, comincia con le note di un organo, poi la chitarra ci preannuncia il canto di un cigno che volerà per troppo poco tempo. Picchi di intensità altissimi, il bellissimo testo dimostra tutte le qualità compositive dell’autore.
“Corpus Christi Carol” offre un’atmosfera antica e misteriosa, a metà tra un canto di chiesa e un’opera lirica. Incredibile. “Eternal life” nel titolo contrasta con quella che sarà la reale vita di Jeff, morto anche lui troppo presto come il padre. Il ritmo e più rock delle precedenti canzoni, ma la voce è sempre da brividi. “Dream Brother” è l'ultima canzone dell'album, chiude un sogno finito troppo presto; è struggente, è mentre l’ascoltiamo vorremmo che non finisse mai, o che Jeff Buckley fosse rimasto un po’ di più sulla terra per regalarci altri momenti di simile poesia.

Anche a distanza di anni, questo disco suona magico ed indimenticabile. È un’esperienza unica perdersi nella poesia di questo pugno di canzoni che rimangono l’unico lavoro di Jeff Buckley da vivo: si tratta dell’unica opera in studio di un artista incredibile, che vedrà negli anni successivi tanta gente guadagnare e lucrare sulla sua leggenda attraverso lo sfruttamento dei suoi live al Sin-è e con la pubblicazioni di numerosi album postumi, composti da canzoni tenute nel cassetto, che spesso offendono la sua memoria e appaiono incomplete e non completamente autentiche nella struttura musicale. Per noi soltanto questo è il vero Jeff Buckley: musica, parole e poesia unite in un unico disco, irripetibile e indimenticabile. Ci piace ricordarlo così, semplicemente con questo album, ed immaginarlo ora artista maturo ancora in vita per regalarci emozioni intense: come quelle che proviamo ogni volta che riascoltiamo questo meraviglioso album.

TRACKLIST
1. Mojo Pin 
2. Grace 
3. Last Goodbye 
4. Lilac Wine 
5. So Real 
6. Hallelujah 
7. Lover, You Should've Come Over 
8. Corpus Christi Carol 
9. Eternal Life 
10. Dream Brother
DISCOGRAFIA ESSENZIALE

Songs To No One, 2002, Recall
Live At L’Olympia, 2001, Columbia
Mystery White Boy, 2000, Columbia 
Sketches For My Sweetheart The Drunk, 1998, Columbia
Live From Bataclan, 1995, Columbia
Grace, 1994, Columbia
Live At Sin-È, 1993, Big Cat

BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Il padre di Jeff Buckley aveva fatto la storia della musica degli anni Sessanta. Lui, con un solo album, quella degli anni Novanta. Entrambi sono morti disgraziatamente, per colpa della droga il primo, per i capricci notturni di un fiume il secondo. Jeff Buckley era nato nel 1966 e si era, sin da piccolo, appassionato alla musica. A diciassette anni il primo gruppo, nel 1990 il secondo, poi l’esperienza solista. Il grande album nel 1994, “Grace”, indimenticabile disco che resterà per sempre nella storia della musica. Poi la morte, il 29 maggio del 1997, nelle acque del Mississipi. Dopo la sua morte, una serie di dischi utili soprattutto a riempire le tasche di parenti e amici che hanno subito capito come sfruttare la leggenda di uno dei più grandi artisti musicali degli anni Novanta.

 

Antonio Benforte, 26 giugno ’05.

Recensione apparsa originariamente sul sito www.ciao.it, in versione leggermente modificata.

ISBN/EAN: 
5099747592850

Commenti

Antonio e "Grace" di Buckley figlio!

"La voce di Jeff Buckley, artista morto troppo presto per mostrare a pieno tutte le sue enormi potenzialità e subito diventato, suo malgrado, un mito ed un?icona della nuova generazione musicale per migliaia di ascoltatori, si muove con grazia tra le dieci tracce del disco."

> Hai letto il libro di Luca Moccafighe e di Casali, pubblicato da Arcana? Si chiama "Dark Angel", e assieme a quello sui testi di Nick Drake è una delle migliori uscite della collana Testi pre-direzione di Scalich.

http://www.ibs.it/code/9788879664387/casale-giulio-moccafighe-luca/dark-...

è uscito due anni fa, nel 2007.

(e la cosa potente di quel libro era l'analisi delle inedite e delle b-side, molto spesso difficilmente reperibili; come vedrai, ne deriva un quadro abbastanza inedito;) )

"Subito coinvolgente nel suo incedere di basso è ?Last Goodbye?, che descrive un ultimo addio tra due amanti, costretti a constatare che è tutto finito; la voce di Jeff è calda e suadente"

> http://www.youtube.com/watch?v=hm8JoMhgjRw eccola qui.
La mia preferita, in questo disco; e una dei must nella colonna sonora di Vanilla Sky di Crowe...

"La quarta canzone è la prima delle due cover presenti nel disco, ?Lilac Wine? di J. Shelton; delicata e intensa, dimostra senza dubbio le qualità dell?artista ricreando un?atmosfera unica e speciale."

> Sai che nella versione originale, non quella di JB, non l'ho mai ascoltata? Chissà com'è...

"Anche a distanza di anni, questo disco suona magico ed indimenticabile. È un?esperienza unica perdersi nella poesia di questo pugno di canzoni che rimangono l?unico lavoro di Jeff Buckley da vivo: si tratta dell?unica opera in studio di un artista incredibile"

> Sai cosa può servire per capire meglio com'era il suo carattere e il suo temperamento? Un Dvd di un suo concerto. Era un ragazzo semplice, innamorato della musica, timido e introverso; molto tecnico e poco portato al dialogo col pubblico, la personalità artistica tutta concentrata in una tremenda camicia a fiori;)

a me è piaciuto molto anche Sketches For My Sweetheart The Drunk, pur nella sua incompiutezza. peccato che mi è rimasto solo la parte 1, mentre la seconda, se l'è tenuta una ragazza.

Ma non c'era di mezzo anche Tom Verlaine??

"Consequently, Buckley's requiem is the two-disc Sketches (For My Sweetheart, The Drunk) taking in the Tom Verlaine-produced sessions he rejected and demos recorded during his last weeks in Memphis. "

http://www.jeffbuckley.com/rfuller/buckley/words/interviews/sweethereaft...

uno dei dischi della mia vita. Consiglio di recuperare anche la canzone Forget Her, che in un primo momento dove rientrare nell'album (al posto di So Real), e che secondo me è la sua più bella.
E come dice Gianfranco, vedere anche un suo live (ho trovato un cofanetto da Fnac che include Grace - con Forget her) e il live at Chicago, se può interessare).

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