Noise rock figlio del genio dei Sonic Youth: scena indie americana, prima metà degli anni Novanta. New York: i gemelli Amedeo (chitarra e voce) e Simone Pace (batteria), italoamericani, assieme a Kazu Makino (voce e chitarra), di origine nipponica, danno vita ai Blonde Redhead. Eccettuato il primo disco, che vedeva la presenza della bassista Maki Takahaski, la formazione è rimasta fondamentalmente inalterata, nell’arco dei sei album ad oggi registrati.
Il sound della band sta conoscendo una prima trasformazione, in questo momento: la virata melodica (la pretesa di “accessibilità”) sembra prevedibile. Allora scelgo di concentrare l’analisi sul quarto e sul quinto album dei Blonde Redhead: “In An Expression of The Inexpressible” (1998) e “Melody of Certain Damaged Lemons” – che considero rispettivamente l’acme del sentiero noise rock e sonicyouthiano della band newyorchese e la prima, intelligente e fascinosa contaminazione melodica: “Damaged Lemons” è un disco dalle sonorità dream-rock, inquiete e malinconiche.
In An Expression Of The Inexpressible è perturbante,acido, rabbioso. Il canto di Kazu Makino non è estraneo all’isteria: le chitarre conoscono aritmie, alterazioni e distorsioni deliranti. Luv Machine è la degna ouverture del disco: noise in cerca d’una sospensione in una dimensione eterea e onirica, il lamento singhiozzante della Makino che non graffia, ma scartavetra. 10 è totalmente Sonic Youth: distorsione e controtempo e allucinazione postindustriale: “Who else is new / I want to believe / The way you do / I still can’t see / Love love love love that’s all it is / Try Try my lines try try my tricks / Why be artistic? look / look at me / to be linguistic to be domestic / Let me imagine this lasting blasting falling twisting / I will be there and we will dare / This is the moment as for the future / I will be there and we will dare”.
Distilled è uno psicodramma – per restare fedeli alla terminologia scaruffiana – di primissimo piano. È una discesa a precipizio nel malessere, che va goduta fino al terzo minuto – allora, finalmente, si liberano le chitarre e vanno a dominare, tiranniche, la scena; e quel che ne emerge è suono che va a scardinare ogni argine di percezione della realtà, pretende disordine e impone catarsi del dolore. Dovevano lasciarle durare un po’ più a lungo. La chiave, forse, era in questi versi: “Why exist unless you wish / You as me and me with you / Hide your wild side / Dissolve more time in an armed life / Now you know”. Notevole davvero. Quindi, Missile: il brano che dovremmo passare a quanti non conoscono ancora i Blonde Redhead, per sensibilizzarli al loro stile e accompagnarli nell’incontro col canto stridulo di Makino e l’ossessiva ripetizione dei suoni che caratterizza la band. Prima apparizione di Amedeo Pace alla voce, in questo disco. Frenetica s’impone Futurism vs. passeism part 2: l’anima se n’è andata, adesso, esiste soltanto musica e la realtà s’è dissolta. Pace recita in francese: “J’ai perdu les habitudes de ma jeunesse, et je me sent desunis et à part de ma propre histoire” – e postmoderno e notturno è l’impatto del brano. Sospendo l’ascolto – preferisco intervallare con le parole del grande critico rock Scaruffi: “Protagonisti dei loro psicodrammi sono il canto stridulo di Makino, le schitarrate creative di questi e di Amedeo Pace, i ritmi sghembi dell’altro Pace. Questo è l’album (volontariamente o meno) più auto-ironico e più soffice della loro carriera. Numerosi brani sembrano novelty, per quanto arrangiate in maniera raffinata e insolita: parodie delle colonne sonore degli anni Sessanta (Luv Machine), parodie del soul sensuale da cocktail lounge (Missile ++), musica da circo filtrata dalla sensibilità del free-rock di Canterbury (10, una delle partiture al tempo stesso più spigolose e più avventurose), temi western e surf filtrati dalla sensibilità del progressive-rock (Futurism vs Passeism Part 2, recitazione in francese su una cadenza incalzante). Sono numeri d’alta classe, in cui il trio sfodera la propria abilità nel costruire musica su fondamenta del tutto atipiche e spesso anche atonali. Il gruppo si trova altrettanto a proprio agio nel campo drammatico. Con le consuete anomalie armoniche, i Blonde Redhead cesellano il claustrofobico dark-punk britannico di Distilled, la pantomima surreale della title-track (pesanti riff industriali di chitarra e gli strilli convulsi di Makino), e la trenodia agonizzante di Led Zep. La canzone più regolare, la briosa This Is For Me And I Know Everyone Knows, ritorna invece alle matrici Sonic Youth degli esordi”.
Ecco Speed x distance = time: estraniante ninnananna acida e distorta, bruciata dal canto ossessionante e fastidioso di Makino – siamo a un passo dalla cristallizzazione della nevrastenia; timido s’infiltra l’embrione d’una armonia, invano. Makino guida al deragliamento delle percezioni, fino all’abisso semi-prog rock dell’epilogo. “Corrupt / temptation speed x distance = time pain in my leg a needle / Pointing at neon / Let go / unfriendly kiss / shedding my scales off spread desire / disappear / Drink up my sweat and screamed that I never wrote to you”. L’eponima In An Expression Of The Inexpressible è estranea ad altro che non sia il rumore puro: rumore esasperato dal canto irritante di Kazu Makino, uterino e scoordinato. È un pezzo semplicissimo: d’una autoreferenzialità ipnotica e intossicante. Semplicemente inascoltabile. Quindi Suimasen: puro sound Sonic Youth, una volta ancora – distorto, devastante e iconoclasta.
Led Zep è uno dei miracoli rock di questo album. Giostra soffocante qualsiasi armonia, fotografia fedele del disordine e dell’incomunicabilità d’un’inquietudine irrimediabile – sottofondo ideale per qualsiasi segreta impresa autodistruttiva. Le ultime tracce, This Is For Me And I Know Everyone Knows e Justin Joyous, sono tutt’altro che vivaci; This is for me è rabbiosa e punkeggiante; Justin Joyous depressiva e tormentata. Suggellano un album estremamente coerente, cupo e sperimentale. Tanto difficile da metabolizzare (personalmente, ho impiegato anni a capire e interiorizzare questo torbido sound) quanto affascinante.
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Due anni più tardi, nel 2000, i Blonde Redhead pubblicano Melody Of Certain Damaged Lemons. Lascio che l’ottimo Fabretti di Onda Rock sia la guida: il titolo dell’album «“È un riferimento alla nostra concezione della melodia – spiega Kazu Makino -. In slang americano, Damaged Lemons sta per macchine in panne lungo l’autostrada, per auto ferme in stato d’emergenza. Un po’ come le nostre melodie, che sembrano perennemente in panne e in stato d’emergenza, con l’urgenza di essere espresse e con la consapevolezza che da un momento all’altro possono andare in panne”. L’album ammorbidisce il fervore allucinato dei loro arrangiamenti, senza rinunciare però alla sperimentazione, che si concentra soprattutto sul ritmo».
L’incipit è sintetico, strumentale e dolciastro: Equally Damaged vale come introduzione della sinistra e insinuante In Particular: “Lying on my back. I heard music. / Felt unsure & catastrophic. / Had to tell myself it’s only music. / It blows my mind, but it’s like that. / Is anyone there? What could you tell me? / Afraid of what? Would you ever know? Everyone else is really boring”. Sembra svanita l’influenza Sonic Youth – il sound è piuttosto personale, figlio d’una commistione tra un rock leggero e trasgressivo e un’interpretazione canora indecifrabile – isterica, parossistica e morbosa.
Melody of Certain Three è un pezzo che può tranquillamente valere come trait d’union tra i Blonde Redhead di “In an Expression of the Inexpressible” e i nuovi, più vicini a concessioni nette e limpide all’armonia: finalmente equilibrati ma ancora, inequivocabilmente, rock. Stesso discorso si può estendere alla fascinosa A Cure. Sono pezzi che, letti alla luce della decennale carriera della band americana, rivelano una transizione a un passo dal suo compimento.
Non mancano divertissement sperimentali: il sesto brano, Ballad of Lemons, sembra quasi un incontro della band newyorchese con le sperimentazioni elettroniche dei Radiohead di Kid A; mentre il settimo, This is Not, sembra un ibrido tra gli Air di “Kelly Watch The Stars” e gli Hefner – è un giocattolo pop, stile-Ottanta. Non si può non menzionare il punk kitsch di Mother – non ho compreso se si tratti d’un omaggio mal riuscito al vecchio pezzo dei Police o se si tratti d’una incomprensibile caduta di stile.
Ancora male di vivere e intimismo esasperato nella lenta e cupa Hated Because of Great Qualities: un lamento funereo e adolescenziale: “There’s nothing to it. / You were sorry that I was alone / So sorry that you run away. / Putting it on me but you already knew it. / It never meant a thing. / So be it. / I can’t understand this at all. / I can’t pronounce this at all”. Spirito del brano perfettamente corrispondente a quello della successiva (e pinkfloydiana, a livello “More”, per intenderci) ballata, interpretata da Pace: Loved Despite of Great Faults.
Concludo segnalando il brano che vale e impone l’acquisto del disco: For The Damaged, pregiato da una reprise, adottata come ultima traccia. È una canzone d’amore scritta e composta con una dolcezza incredibile. Non credevo che potesse nascere da un gruppo come i Blonde Redhead, che mi parevano riottosi ai sentimentalismi e al romanticismo: smentito, come migliaia d’altri innamorati del rock; ma ammetto – felice d’esser stato smentito. Chi ha ascoltato For The Damaged ha già capito: gli altri dovranno nutrirsene, prima di questionare. Dubito, sin d’ora, che sapranno criticare. “Maybe again he will be alone / Guess we’re equally damaged / Find your name do it all the same equally / Signal when you can’t breathe no more / Say you were me then you could see the view / You’ll know we are equally damaged / Don’t be a fool, make it easter / You’ll learn to say when Signal if you can’t say no more / Don’t cross your finger / Sundays will never change / They keep on coming / You’ll be a freak / And I’ll keep you company”.
BLONDE REDHEAD
Kazu Makino. Voce e chitarra.
Amedeo Pace. Voce e chitarra.
Simone Pace. Batteria.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
Misery Is A Butterfly,Touch & Go, 2004.
Melody of Certain Damaged Lemons, Touch & Go, 2000.
In an Expression of the Inexpressible, Touch & Go, 1998.
Fake can be Just as Good, Touch & Go, 1997.
La mia vita violenta,Touch & Go, 1995. Blonde Redhead, Touch & Go, 1994.
New York, 1993. Nascono i Blonde Redhead. Il nome deriva da un pezzo dei DNA.
Approfondimento in rete: sito ufficiale della band / 4ad / Blonde Redhead / OndaRock / BlackMailMag / Scaruffi / Kalporz / All Music / Always On The Run / Sentire Ascoltare.
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Marzo 2005. Originariamente apparso su Lankelot, Supertrigger e non so ancora.
Commenti
Che aggiungere? Ah sì. Che io e Fabbione siamo andati a goderceli dal vivo, Qube, anni fa. I gemelli sono micidiali, Kazu - a dispetto della sua scheletrica apparenza - ha un gran carisma e la voce miracolosamente tiene oltre ogni acuto plausibile. Dal vivo danno bella carica nonostante l'acustica non sia, qui nell'italietta nostra, ragione di cultura o di ricerca.
Che altro? Ah sì. Mi sembra siano quasi finiti. Ma questo è un segreto di Pulcinella.
David Sitek giura che i Pace parlino perfettamente in italiano, che salutino in strada le belle ragazze con "ciao, ciccia" e via dicendo. Mi domando solo perché qui a Roma abbiano detto così poche parole nella loro madrelingua. Come back home, cumpà.
...visti qualche volta...l'ultima ad urbino, in mezzo alla pioggia...e Kazu era micidiale nella tempsta...penso che dopo Misery is a butterfly ci siano ancora oceani da percorrere...ma sempre più ostici creativamente...
L'impressione è che davvero si avvicino al capolinea. Kazu in particolare, è ridotta a un fuscello, è sensuale ma fa spavento per quanto è magra, sembra fragilissima. I Pace invece se ne vanno per conto loro, sono impressionanti quando cominciano a distorcere tutto quanto.
Mi aspetto grandi cose da stì pischelli.. Daje! :)
recuperata la copertina!
recuperata la copertina!