Mai sentito nulla di simile, prima d’ora. L’ultimo album di Björk, “Medulla”, è un vortice di suoni, di gorgheggi, di sorprese sonore; la voce della cantante islandese si arrampica su tonalità inarrivabili, strani versi e rumori musicali riempiono ogni spazio, creando un tappeto sonoro unico e particolare. I sospiri e la raffica di emozioni all’interno di questo disco travolgono l’ascoltatore, sin dal primo ascolto, lasciandolo senza fiato.
Dopo aver letto tanti pareri a riguardo, accostarsi all’ultimo lavoro di Björk è davvero difficile. Ma l’impressione che si ha, una volta terminato l’ascolto, è quello di un’opera solenne e drammatica, ma allo stesso tempo diretta ed essenziale.
Björk, artista poliedrica, eclettica, sempre originale, stupisce anche nel suo ultimo lavoro. Pochi strumenti ad accompagnarla. Solo la sua voce. Su tutto. Ne deriva un disco spontaneo e istintivo, a tratti passionale, selvaggio, profondo, ma non per questo immediato: sono necessari, infatti, numerosi ascolti per comprendere le mille sfumature presenti all’interno del disco, che inizialmente, infatti, può risultare fin troppo difficile e pesante, insopportabile, addirittura, se non si è dell’umore adatto.
Ma, una volta entrati nel fantastico mondo creato da Björk, una volta avvolti da quei sorprendenti e magnifici suoni, sarà impossibile uscirne. Ad accompagnarla, alcuni artisti di spessore internazionale (su tutti Robert Wyatt, Mike Patton e Rahzel, frontman dei Roots), e tutto l’impeto e il vigore offerto dalla sua voce, che alterna inglese e islandese, lasciando ampio spazio ai virtuosismi vocali.
La prima traccia del disco è “Pleasure Is All Mine”, subito originale, ci preannuncia il filo conduttore dell’intero disco, con mille originalità musicali, mentre leggeri sospiri ci accompagnano in una canzone che ricorda alcune sonorità già incontrate nel precedente “Vespertine”.
“Show Me Forgiveness” sconvolge l’ascoltatore per le capacità vocali di Björk, che si diverte a stupire con uno dei suoi soliti saliscendi canoro. Dopo questo breve intermezzo, “Where Is The Line?”, con la voce scura di Mike Patton che accompagna la piccola cantante, sviluppando un futuristico e oscuro arrangiamento vocale, e si avvale delle crepuscolari atmosfere ricreate dall’Icelandic Choir. Splendida canzone, che non è possibile racchiudere in un genere musicale o in uno stile, ma si situa in una dimensione onirica e fantastica, quasi impossibile da descrivere a parole.
Segue “Vökuró”, canzone bellissima e delicata, quasi recitata in islandese, particolarmente intensa e sentita, che, con tono sommesso e leggero evidenzia tutte le capacità vocali, l’eleganza e la bravura del piccolo genio islandese.
“Öll Birtan”, la canzone successiva, si presenta, sin dalle prime note, come un pezzo fortemente sperimentale, con numerose voci che si intrecciano, si fondono, si rincorrono, e sulle quali spicca il rabbioso canto di Björk.
“Who is it”, inizia con suoni distorti e cupi, poi la melodia vocale di Björk cresce sempre più, mentre suoni meravigliosi la accompagnano. Esplosiva e vitale, è forse la canzone più bella e intensa dell’intero album, nella quale si raggiunge il massimo del pathos, per poi lasciarsi andare in una splendida cavalcata finale, tra suoni e percussioni vocali.
Robert Wyatt, invece, introduce la particolare “Submarine”, dove si uniscono le menti di due folli sperimentalisti. Cantato per gran parte a cappella, nel brano la voce di Wyatt è particolarmente leggera prima, profonda e cupa in un secondo momento, costruendo percorsi vocali inaspettati e mai banali, mentre quella di Björk, come sempre, splendida.
In “Desired Constellation”, il canto di Björk oscilla tra la delicatezza e la disperazione, affascina e conquista, sovrapponendosi ad una leggerissima base musicale e affiancandosi a meravigliosi cori. “Oceania” continua negli esperimenti sonori, umani ed elettronici, ma sempre con la voce di Björk in primo piano, che bisbiglia, sussurra, grida, recita l’intero pezzo.
“Sonnets / Unrealities XL” si apre su paesaggi glaciali sconfinati, riuscendo a comunicare un senso di infinito e sospensione nel vuoto, spiazzando l’ascoltatore con la leggera base elettronica e il canto di Björk che vi ricama sopra.
Un delicato pianoforte apre “Ancestors” che, dopo un inizio soffuso, vede la cantante Tagaq accompagnare il canto lineare di Björk, e sussultare, ansimare, gridare, sperimentare tutte le possibilità della propria ugola. Un pezzo folle e, semplicemente indefinibile. “Mouth’s Cradle” inizia con delicati cori, a cui si sovrappongono i vocalismi più svariati, di qualsiasi tipo ed estensione. Un arrangiamento incredibile, su cui Björk canta con la solita grazia e convinzione.
“Miðvikudags” continua a offrire insoliti e spiazzanti virtuosismi vocali, stavolta più idilliaci e cristallini, che conducono rapidamente alla fresca ed esplosiva “Triumph Of The Heart” con un arrangiamento più leggero ed elettronico rispetto alle precedenti canzoni, su cui canta il giapponese Dokaka.

Alla fine dell’ascolto, l’ultimo album di Björk non può non lasciare esterrefatti o, almeno, incuriositi dall’incredibile creatività con cui l’artista riempie ogni secondo del disco.
Un album insolito, sofisticato, eclettico, multiforme, intimo, a tratti urlato, in bilico tra passato e presente, tra minimalismo e complessità musicale: l’artista islandese non finisce di stupire, insomma, e regala quattordici gioielli unici, che mettono in luce la sua splendida, aggraziata e potente voce, pur lasciando ampio spazio alla sperimentazione sonora.
Il risultato è oscuro e complicato, certo, e non è ben chiaro, alle volte, il confine tra ricerca sonora ed eccessiva voglia di sbalordire il pubblico. Ma, nell’insieme, “Medúlla” è un album incredibilmente affascinante, che permette di esplorare territori musicali ignoti, in compagnia di una delle migliori cantanti degli ultimi quindici anni.
Tracklist:
1- Pleasure Is All Mine
2- Show Me Forgiveness
3- Where Is The Line
4- Vokuro
5- Oll Birtan
6- Who Is It
7- Submarine
8- Desired Constellation
9- Oceania
10- Sonnets / Unrealities XL
11- Piano II
12- Mouths Cradle
13- Miðvikudags
14- Triumph Of A Heart
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e BREVI NOTE
Medúlla, Elektra, 2004.
Vespertine, Elektra, 2001.
Homogenic, Elektra, 1997.
Telegram, Elektra, 1997. Remixes da “Post”.
Post, Elektra, 1995.
Debut, Elektra, 1993.
Björk, Falkinn, 1977.
Björk Gusmundsdóttir nasce a Reykjavik, nelle fredde terre d’Islanda, nel 1965. A soli undici anni incide il suo primo album, omonimo, nel 1977. ancora giovanissima, è leader dei Sugarcubes, fino alla decisione di continuare la propria carriera come solista, dal 1992. Da allora sono numerosi gli album incisi, tra cui si ricordano lo strepitoso esordio, Debut, il vibrante Post, il delicato Homogenic e lo sperimentale Vespertine.
Approfondimento in rete: Sito ufficiale / Onda Rock
Antonio Benforte, 4 marzo 2005. Già pubblicato su lankelot.com
Commenti
(another kind of pagan poetry.)
Sto iniziando a impaginare bene, vero?
Ho adorato questo disco, per alcuni mesi.
Sì, va decisamente meglio. Prova a compattare alcuni paragrafi, una riga bianca su tre forse rallenta:)
"...numerosi ascolti per comprendere le mille sfumature presenti all?interno del disco, che inizialmente, infatti, può risultare fin troppo difficile e pesante, insopportabile, addirittura, se non si è dell?umore adatto. " Ecco. Adesso ho capito perché non diventerò mai un buon critico musicale. Adesso ho capito perché certa musica non la capirò mai. Hai illuminato una parte del mio io più profondo, che rifiuta non i numerosi ascolti, ma neppure un secondo ascolto se ciò che ascolta risulta pesante e insopportabile. Forse i veri critici musicali sono un po' masochisti :))))))))
Non mi permetto mai di giudicare un disco dal primo ascolto.
Se l'avessi fatto, avrei bocciato Harvest di Neil YOung, Astral Weeks di Van Morrison, i dischi di Marvin Gaye e i Mars Volta.
Per fortuna, li ho inseriti di nuovo nel lettore e son riuscito ad apprezzare questi capolavori.
Antonio devi tirar fuori tutto il tuo amore per la musica. Nelle stroncature e nelle scritture empatiche.
Ilde, eh. Sai che così stavo bruciando un discone come "Ten" dei Pearl Jam? Avevo tredici anni e pensavo fosse rumore. Poi non so. Ho capito, ascoltando "Bleach" dei Nirvana, che il rumore aveva senso, e che la melodia quando torna a impadronirsi del noise puro ha tutto un altro fascino. Ne riparliamo.
Il mio ascolto - credo per tutti - è sempre influenzato dagli umori e dagli stati d'animo personali.
E poi, ci sono dischi che richiedono ascolti dopo ascolti, per essere compresi e metabolizzati.
E altri che hanno tante di quelle sfumature che ne scopri un lato nuovo ogni volta che li inserisci nello stereo.
Anche io, con Ten, ho avuto delle difficoltà. :)