Harper Ben & The Innocent Criminals

Live in Roma, ottobre 2003

Harper Ben & The Innocent Criminals
The more I played, the more I had to play
 
INTRO.
Un artista di talento, una band che dal vivo non ha mai deluso le aspettative del pubblico, un mediocre album da presentare (“promozionare”?) e una sede appena rinnovata dopo anni di polemiche per l’acustica catastrofica: queste le premesse della nuova data italiana del genietto californiano. Vediamo com’è andata.
 
***
 
Waiting on an angel.
One to carry me home.
Hope you come to see me soon, cause I don’t want to go alone,
I don’t want to go alone.
Now angel won’t you come by me.
Angel hear my plea.
Take my hand, lift me up so that I can fly with thee,
so that I can fly with thee.
And I’m waiting on an angel.
And I know it won’t be long to find myself a resting place in my angel’s arms,
in my angel's arms
”.
(Ben Harper, “Waiting on an angel”).
 
***
PRE-CONCERTO.  (DAGLI SPALTI)
Il virtuoso Ben Harper torna in Italia: “Diamonds On The Inside” non è un album adeguato al suo talento, ma allo zoccolo duro dei suoi fan, ancora incantati da dischi come “Welcome To The Cruel World” o “The Will To Live”, serviva soltanto un pretesto per tornare ad ascoltarlo dal vivo.
 
Parecchi, tra gli spettatori del concerto, all’inizio sembravano guardarsi attorno circospetti: quasi a volersi assicurare che non ci fossero estranei, che si fosse rimasti quelli di sempre, a scongiurare il rischio che un incolore ultimo album non avesse avvicinato la marmaglia catodico-adolescenziale a un chitarrista estroso e virtuosissimo e alla sua storica band, “The Innocent Criminals”, intossicandoli pericolosamente. Un bel sorriso: nessun dubbio che, ad occhio e croce, fossimo le stesse persone della prima data del Palacisalfa di tre anni fa; piuttosto nostalgici, questo sì, e giuro d’aver ascoltato più d’uno nominare pezzi storici come “Pleasure and Pain”, “Power of The Gospel”, “Faded”, “Roses From My Friends”, sospirando speranzoso, prima che lo spettacolo avesse inizio.  
Il tempo, ecco, vorremmo si fermasse: dai Ben, restituiscici al sogno.
 
LA SEDE.
I primi concerti di Ben Harper, tenuti da qualche parte nei dintorni di Claremont, California, non prevedevano nessuna amplificazione: chitarra e voce, e via. Qui a Roma sarebbe il caso di tornare a quei tempi: l’acustica del neo Palaeur, che si millantava fosse stata adeguata dopo anni di inaccettabili distorsioni, non è ancora accettabile. Solita splendida figura italiota e via: ospitiamo uno dei più grandi chitarristi viventi in una sede che andrebbe al limite riservata agli assoli dei cestisti della Virtus Roma.
 
LA SCENOGRAFIA & L’IMPATTO.
Piuttosto minimalista: nessuno sfarzoso impianto d’illuminazione, niente di memorabile sullo schermo, unico vezzo il tappeto sul quale Re Ben s’è seduto (dovremmo dire: assiso)  per più d’una volta. Tutto si concentra sulla musica e sui musicisti: niente da obbiettare, scelta condivisibile. 
 
THE INNOCENT CRIMINALS.
Qualcuno non conosce la storia del nome della band? Eccolo accontentato. (Fonte: Swer.net))
 
In the United States, you are presumed innocent before being declared guilty but generally, if you are Black, you are not necessarily guilty but you are certainly an innocent criminal; you are suspect”.
L’immenso, è il caso di dirlo, bassista Juan Nelson spiega: “Ben came up with this name. I identify with it because being black in America and where I’m from a lot of times the local authorities would almost look at you as guilty before you’ve even... ya know what I’m sayin’? I mean, I hate to say it’s true but it’s true. So, we have this attitude where... you’re a criminal but you’re innocent ya know? It wasn't me, I’m tellin’ ya (Juan ride). So that’s how that came about ya know... I think it’s a pretty unique name... kinda dig it"
 (Frammento a cura di Gavin Conaty – www.benharper.net))
 
Juan Nelson, bassista della band sin dal primo tour, è una delle colonne portanti del gruppo: batterista, in questa fase, è l’ordinato e puntuale Oliver Charles; percussionista l’allegro e funambolico Leon Mobley; l’ex Black Crowes Marc Ford, fresco d’esordio da solista (“It’s about time”: due brani vedono la collaborazione di Harper), ha sostituito il chitarrista Nicky P. nella seconda metà del tour; Jason Yates alle tastiere.

 IL CONCERTO.
Due ore e venti circa di spettacolo: qualche momento felicissimo, una buona cover di “Sexual Healing” di Marvin Gaye, una non propizia insistenza sui pezzi dell’ultimo disco, il solito adorabile cazzeggio durante “Steal my Kisses”, puro godimento estetico per “Excuse me Mr.”.
La band esprime una vitalità impressionante: notevole l’affiatamento tra Nelson, Harper e Mobley, in particolare. Quando Nelson avanza di qualche passo, basso alla mano, subito ruba la scena e diverte e incanta; Mobley ha il suo momento di gloria con un ricco assolo di djembé, Ford è in stato di grazia. Il grande Ben? Onestamente preferiremmo evitare parlare della scaletta: l’assenza di “Faded” e di “Power of The Gospel”, giusto per limitarci ai primi clamorosi vuoti, si fa sentire, e la nostalgia aumenta. Ma ammettiamolo: quando è tornato per il primo bis, ha imbracciato la chitarra e ha iniziato a cantare “Waiting On An Angel” l’atmosfera era incandescente e malinconica: perfetta.
 
Waiting on an angel.
One to carry me home.
Hope you come to see me soon, cause I don’t want to go alone,
I don’t want to go alone,
don’t want to go,
I don’t want to go alone
”.
 
Intensissimo e assolutamente intimista il momento-clou della sezione acustica: rispetto al concerto del 2000 è durato meno, e Ben non s’è premurato di domandare silenzio al pubblico: frammentato da gridolini isterici e da uterini piantarelli, ha comunque confermato il suo feeling con il pubblico. Meno legnoso e meno statico rispetto al passato, Harper dà l’impressione d’aver acquisito confidenza con il palcoscenico: stavolta, almeno, non è inciampato dopo i primi e timidi tre passi di orsesca danza.
 
Al solito, appena abbozzato il dialogo con la platea: scroscianti applausi quando ha ricordato le sue trionfali vendite nel nostro Paese. Piacevole riconoscenza, prendiamola così, trascurando il colpevolissimo e incomprensibile recente disimpegno politico di Harper.
 
APPROFONDIMENTO IN RETE:
 
DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:
Welcome to the Cruel World”, 1994.
Fight For Your Mind”, 1995. (imperdibile)
The Will To Live”, 1997.
Live From Mars”, 2001. (doppio live)
 
Burn To Shine”, 1999. (consigliato, ma con molte riserve: solo per cultori)

 
PARAGRAFI AUTOREFERENZIALI.
1994. Liceo Manara, Monteverde Vecchio. Ora di buco. Due sedicenni parlottano di un chitarrista californiano esordiente, scarabocchiando la Smemoranda. Si va in finestra, una buona sigaretta. Sfrego lo zippo contro i jeans e mi parte la pietrina, assieme a un paio di santi. “Dicono che sia l’erede di Jimi Hendrix” ? ripete Sandro. “Dopo passo a casa tua e ti porto il disco. Vedrai che ci vai in fissa”. “Non so, ‘sto periodo non mi stacco da Jar of Flies e Substance, la vedo difficile. Prestami un accendino, intanto. Com’è che si chiama l’album?”.
Welcome to the Cruel World”. “Scritto in neretto?” “Eh?” “Niente, scusa”.
*
5 aprile 2000. Palacisalfa, dalle parti dell’Eur. “Ti dico: apre con Faded”. “Ma che cazzo,dovrebbe preferire Alone, stavolta”. “Non so: a me interessa solo che faccia Power of the Gospel”. “Cristo, ma che occhiaie hai oggi?”. “Lascia stare, non riesco più a dormire”. E quella volta là, forse per compensazione d’un periodo un po’ complicato, God Ben m’ha ascoltato.  
Mi ricordo che eravamo a venti passi dal palco, che uscendo siamo rimasti a cantare per mezz’ora, e che sembrava che il concerto non finisse mai. E che quando Ben ha chiesto silenzio e cantava, solo con la chitarra acustica come a inizio carriera, guardavo per terra e riuscivo a non pensare più. Non male. 
E Faded, accidenti, era una scarica d’adrenalina pura. Quel che mi serviva.

Gianfranco Franchi, detto Lankelot, ottobre 2003.
 
- e un abbraccio a un amico ritornato e ritrovato. Ci siamo intesi.
ISBN/EAN: 
0724381007921

Commenti

It will make a weak man mighty
It will make a mighty man fall
It will fill your heart and hands
Or leave you with nothing at all
It's the eyes for the blind
And legs for the lame
It is love for hate
And pride for shame

That's the power of the gospel
That's the power of the gospel
That's the power of the mighty power
That's the power of the gospel

Gospel on the water
Gospel on the land
The gospel in every woman
The gospel in every man
Gospel in the garden
Gospel in the trees
The gospel thats inside of you
The gospel inside of me

That's the power of the gospel
That's the power of the gospel
That's the power of the mighty power
That's the power of the gospel

In the hour of richness
In the hour of need
For all of creation
Comes from the gospel seed
Now you may leave tomorrow
And you may leave today
But you've got to have the gospel
When you start out on your way

That's the power of the gospel
That's the power of the gospel
That's the power of the mighty power
That's the power of the gospel

*
Ben Harper. Power of the Gospel.

Il link a IBS si riferisce a "Live from Mars", disco doppio di due anni precedente. Livello molto notevole.

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