Milano ama dimenticarsi. Rovinarsi. Prostituirsi. E questo disco mi ha trascinato per i capelli lungo le strade di Milano. Di notte e di giorno. Facendomi sanguinare. Una Milano in rovina, le cui bellezze vengono derise, dimenticate, coperte da cartelloni pubblicitari (Porta Romana su tutte). Milano è un grembo di nebbia accogliente stuprato, gettato nel cassonetto dell'immondizia prossimamente destinato al progetto faraonico e senza cuore dell'Expo 2015. Una città d'acqua disegnata da Leonardo da Vinci e ridotta oggi ad acquitrino limaccioso, paradiso ideale per topi, nutrie e bevitori dei litri d'urina rilasciati dalle torme di giovani avvinazzatisi nei locali-termitai sorti nella zona come baccelli di peste ed in pochi sanno che i Navigli un tempo arrivavano fino in centro, basti pensare l'attuale via Senato, arteria a grande scorrimento e adiacente al quadrilatero risorgimentale oggi più squallidamente ridotto a vetrina della moda, con decine di ragazzine/modelle dal volto slavo scavato sedute sui marciapiedi in attesa di pulmini e taxi guidati da Uomini-Doppio Petto-Auricolare, era un naviglio che fu interrato nel 1929. Milano. Milano la città della Galleria Vittorio Emanuele (progettata da quel Giuseppe Mengoni che morì precipitando dalla cupola il 30 dicembre 1877 in circostanze poco chiare) ora ridotta a tavolini e a cassa di amplificazione per le urla delle giovinette in magliette attilate, mano nella mano, radunate nella vicina Piazza Duomo per gli idoli di quella Mtv situata sulla balconata esterna. E mi fermo qui perchè si potrebbe parlare di Milano per anni. Una Milano, quella attuale, che viene da chiedersi come sarebbe stata descritta da Luciano Bianciardi. E se mai l'avrebbe descritta. Una città nelle cui viscere cresce il desiderio di una peste manzoniana feconda di stravolgimenti reali. Amen è il disco di Milano.
Uno dei dischi più controversi che io abbia mai ascoltato, anche solo per il titolo.
Stratificato, di molteplici ascolti, letture, interpretazioni. Un disco che potrebbe piacere (ed è piaciuto) all'ascoltatore più raffinato ed esigente per le sue citazioni di altro livello e l'aria snob, così come alla ragazzina innamorata di Amici, per l'orecchiabilità delle canzoni contenute, per la canzonetta che non puoi smettere di cantare. E il successo di questo album (anche commerciale) lo si deve pure, è impossibile negarlo, al singolo programmato e riprogrammato con perfetto spirito imprenditoriale su tv e radio "Charlie fa surf", supportato magistralmente da un video molto giovanilistico.

(spirito commerciale su cui i Baustelle furbescamente fanno autocritica "Vede la Fine in me che vendo dischi in questo modo orrendo" ne "Il liberismo ha i giorni contati")
Amen è uno di quei dischi che non si producono più in Italia: un disco coraggioso per il suo desiderio di osare, sfidare, fallire, senza però mai perdere la voglia di dialogare con l'ascoltatore.
I Baustelle arrivano alla quarta opera, dopo l'appena sufficiente La malavita, sfornando un disco tragico che puzza di marcio come la via Como a due passi da Stazione Garibaldi (una delle vie più alla moda della metropoli presente in qualunque curriculum dei personaggi televisi), cantata in "Antropophagus": "Abbiamo il sushi. Abbiamo il vino. Spezziamo il pane e la schiena al cane. There is no sushi. No Corso Como. Ci piace l’Uomo.". Un disco iperprodotto, dalle grandi aperture sonore, citazionista e onnicomprensivo. Un calderone magmatico entro cui finisce di tutto: la musica house nella già danzereccia "Baudelaire": "Vivere per sempre. Ci vuole coraggio. Datti al giardinaggio dei fiori del male. E’ necessario vivere. Bisogna scrivere. All’infinito tendere. Ricordati Baudelaire." , Saffo, Pier Paolo Pasolini, Piero Ciampi, il tenente Colombo dell'omonima "Colombo", forse il pezzo per cui li ringrazio maggiormente, con la sua critica sociale: "Siamo architetti ricchi di Bel Air. E vecchie dive del noir. Abbiamo ville. Abbiamo cadillac. Ed uccidiamo per soldi come te" e cognizione del dolore "La logica spietata del profitto o chissà cosa ci fa figli dell’Impero Culturale Occidentale. Meno male che qualcuno o che qualcosa ci punisce. Arriva un investigatore. Ci deduce l’anima. La nostra cognizione del dolore illumina.", De Andrè con il suo sentirsi esiliato ovunque come i Baustelle, mai veramente cinici ma sempre innamorati della vita, vita anche nella fuga di "Andarsene così" che chiude l'album: "Sarebbe splendido. Amare veramente. Riuscire a farcela. E non pentirsi mai. Non è impossibile pensare un altro mondo. Durante notti di paura e di dolore. Assomigliare a lucertole nel sole. Amare come Dio. Usarne le parole. Sarebbe comodo. Andarsene per sempre. Andarsene da qui. Andarsene così.", i sacchi neri dei cinesi riempiti di chissà quale roba (situazione descritta lividamente da Tommaso Pincio in Cinacittà) ne "Il liberismo ha i giorni contati", canzone sull'estinzione degli ideali Muore il Mercato. Per autoconsunzione. Non è peccato. E non è Marx & Engels. E’ l’estinzione", sull'adesione costante dell'essere umano ai rituali, al vuoto, alla solitudine, alla sconfitta, al Mercato, "E’ difficile resistere al Mercato, amore mio. Di conseguenza andiamo in cerca di rivoluzioni e vena artistica. Per questo le avanguardie erano ok, almeno fino al ’66. Ma ormai la fine va da sé. E’ inevitabile", il Vermicino seppellito vivo in un buco di "Alfredo", Eric Rohmer e Modigliani in "L", la classica voce femminile italiana da locali fumosi dove liberarsi al peccato di "Dark Room": Perché c’è brutta musica. Stupida. Dark room. Che segno sei? Leone. Quanti anni hai? E che progetti fai su di me? Tu sei qui con me. Vicino a me. Che posto strano. Io ti annuso e ti codifico: Essere Umano.", Maurizio Cattelan (artista provocatorio e controverso) citato esplicitamente nella presa per il culo divertita/divertente/furiosa di un ragazzo dei giorni nostri in "Charlie fa surf ": "Charlie fa surf. Quanta roba si fa. Mdma. Ma ha le mani inchiodate da un mondo di grandi e di preti. Fa skate. Non abbiate pietà. Una mazza da baseball. Quanto bene gli fa. Alleluja, Alleluja.", l'Africa del pezzo strumentale dove vengono ospitati la promettente Beatrice Antolini e Mulatu Atsake in "Ethiopia". Amen è un vulcano postmoderno di fine epoca. Un mosaico da scardinare, sgradevole anche da ricomporre pezzo per pezzo per ritrovare sé stessi, accompagnati da Bianconi e dalla sensualissima di Rachele Bastreghi, che in questo disco riesce a godere di molto più spazio, purtroppo non sempre supportata da liriche adeguate alla sua voce, "La vita va" è indubbiamente una canzone mediocre e insipida. E' un disco dove non tutto fila in realtà, il citazionismo alla lunga può stancare e apparire con un giochino che viene oleato sempre più ma alla fine resta sempre un giochino, alcune canzoni sembrano scritte da ragazzini di terza media come "L'uomo del secolo", bilancio della vita di un vecchio passato attraverso il Fascismo altre come "Panico! A. Lee" innervosiscono per l'eccessivo spirito maudit che finisce per diventare posa manieristica e autocompiaciuta. Ma... Ma Amen è un disco che ti entra nelle vene, colpisce allo stomaco, rimbomba nella testa, ammalia il cuore. Che ti fa muovere le gambe, il bacino, le braccia quando lo ascolti. Che ti mette le parole sulla lingua, fra i denti, sulle labbra. E fregandomi di tutto, io lo ascolto tranquillamente e non me ne faccio un problema. Alla faccia di tutto il resto della musica che amo e che ascolto quotidianamente e che dovrei ascoltare per Dovere Morale e Intellettuale (non è così che funziona?), alla faccia di tutto il post rock, di tutta l'avanguardia, di tutta la musica classica, etc, etc, che riempie la mia stanza e che continuerà a riempirla. Discografia essenziale e brevi note: Il Sussidiario illustrato Della Giovinezza (Baracca & Burattini/Edel, 2000); La Moda Del Lento (Bmg 2003); La Malavita (Warner, 2005); Amen (Warner, 2008) Sito ufficiale: www.baustelle.it

Baustelle in Lankelot:
Commenti
con molta fatica comincio a mettere tutti i progetti, che devono passare da carta a pc e da pc a qui.
pur con questi errori di grafica che non riesco a comprendere.
Inserito il codice per IBS, anche l'impaginazione dovrebbe andare meglio adesso.
Un gran disco, l'ho consumato a forza di ascoltarlo. Dopo vengo a leggere tutto il tuo pezzo, sono curioso. Ma dai un'occhiata al mio pezzo su Ponyo di Miyazaki, t'ho lasciato una risposta su Conan.
grazie mille
ti ho scritto proprio ora
4-5 . Di nulla, appena ho finito di scrivere l'articolo che sto scrivendo leggo sia pezzo che mail.
Non ho grandi gusti in fatto di musica, però i Baustelle mi piacciono molto. O forse proprio per questo. Non saprei.
Probabilmente anche per le citazioni, che è vero sono un po' ridondanti, ma confortano, perchè le leggo come tracce in cui posso riconoscermi. Un minimo, certo.
Colombo, Baudelaire e La vita va sono i pezzi che preferisco.
http://www.youtube.com/watch?v=HifUz7SUBcA
"Stratificato, di molteplici ascolti, letture, interpretazioni. Un disco che potrebbe piacere (ed è piaciuto) all?ascoltatore più raffinato ed esigente per le sue citazioni di altro livello e l?aria snob, così come alla ragazzina innamorata di Amici, per l?orecchiabilità delle canzoni contenute, per la canzonetta che non puoi smettere di cantare. E il successo di questo album (anche commerciale) lo si deve pure, è impossibile negarlo, al singolo programmato e riprogrammato con perfetto spirito imprenditoriale su tv e radio "Charlie fa surf", supportato magistralmente da un video molto giovanilistico".
Tutto vero quello che scrivi. L'album è sia colto che orecchiabile e Charlie fa surf è un pezzo ipnotico dal video indovinato e paraculo. Tra l'altro ascoltai questo pezzo poco dopo aver visto Paranoid Park di Van Sant, e mi venne diretto una sorta di collegamento tra film e pezzo: il tema dell'adolescenza e dei suoi turbamenti esistenziali è quello che ho trattato maggiormente nei miei pezzi su Lankelot, e non solo.
"I Baustelle arrivano alla quarta opera, dopo l?appena sufficiente La malavita, sfornando un disco tragico che puzza di marcio come la via Como a due passi da Stazione Garibaldi (una delle vie più alla moda della metropoli presente in qualunque curriculum dei personaggi televisi), cantata in "Antropophagus": "Abbiamo il sushi. Abbiamo il vino. Spezziamo il pane e la schiena al cane. There is no sushi. No Corso Como. Ci piace l?Uomo."."
Bella questa immagine. Ma La malavita non era tutto malvagio, c'erano dei pezzi insolitamente malinconici, anche musicalmente, come il Corvo Joe o Sergio