Battiato Franco

L'era del cinghiale bianco

Battiato Franco

"Sotto simboli diversi, dappertutto si è parlato di qualcosa che si è perduto, almeno in apparenza e per il mondo esteriore, e che va ritrovato da coloro che aspirano alla conoscenza vera; ma è stato anche detto che quel che è divenuto così nascosto ridiverrà visibile alla fine di questo ciclo: fine che, in virtù della continuità che collega insieme tutte le cose, sarà in pari tempo il principio di un ciclo nuovo”. René Guénon, La crisi del mondo moderno 

1979, si sta per entrare nei futili anni Ottanta e Battiato, fino ad allora sperimentatore di sonorità e atmosfere complesse e stranianti, regala al pubblico il suo primo album di musica leggera. Costruito su tematiche inconsuete, il disco pone la sua meta ideale nel ritorno all’origine, un’Età dell’Oro scandita dai valori della tradizione. L’era del cinghiale bianco, presso gli antichi Celti, popoli che dominarono l’Europa preromana, stava a significare la stagione della “Conoscenza Assoluta”. Il cinghiale bianco era il simbolo del sapere spirituale, immagine che l’artista siciliano mutua per manifestare un senso di rifiuto, provocatorio e convinto, alle insensatezze di un mondo moderno perso e riverso nella sua crisi d’identità: “Profumi indescrivibili / nell’aria della sera / studenti di Damasco / vestiti tutti uguali / l’ombra della mia identità / mentre sedevo al cinema oppure in un bar / Ma spero che ritorni presto / l’era del cinghiale bianco”.
 
Nell’omonima traccia iniziale, il cantautore catanese descrive per immagini - e in un turbinio di violini - le contraddizioni del nostro tempo, richiamando l’età mitica per estraniarsi dal reale e per contrapporre idealmente suggestioni di luce al grigiore dilagante.
Proprio nella seconda traccia, la sarcastica - con musica intimista ed essenziale - Magic shop , Battiato esaspera questa consapevolezza, facendosi beffe di chi, sull’onda della moda di un’entrante new age, confonde sacro e profano; per sfuggire la noia, per essere in apparenza non conforme - onde esserlo fin troppo -, per cercare un’idea dell’Assoluto nei luoghi convenzionali del consumo: l’omologazione che, subliminalmente, propone un diverso e mimetizzato potere: “C’è chi parte con un raga della sera / e finisce per cantare ‘la Paloma’ / E giorni di digiuno e di silenzio / per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear / vuoi vedere che l’Età dell’Oro / era appena l’ombra di Wall Street? / La Falce non fa più pensare al grano / il grano invece fa pensare ai soldi / E più si cresce e più mestieri nuovi / gli artisti pop / i manifesti ai muri / i Mantra e gli Hare Hare a mille lire / L’Esoterismo di René Guénon / Una signora vende corpi astrali / I Budda vanno sopra i comodini / Deduco da una frase del Vangelo / che è meglio un imbianchino di Le Corbusier”.
 
Suggestioni d’Oriente anche in Strade dell’Est, la terza traccia, tra città incantate e misteriose che parlano d’un mondo lontano, negli echi del Nostro così vicino che, nel canto, evocazione, memoria visiva e letteraria, possono esser quasi percepite come luoghi in cui improvvisamente ci si viene a trovare. Nell’ascolto: “Spinto dai Turchi e dagli Iracheni / qui fece campo Mustafa Mullah Barazani / strade dell’Est d’immensi orizzonti / città nascoste di lingua persiana / da qui la fine / Dicono storie di Principesse / chiuse in castelli per troppa bellezza / fiori di Loto giardini stupendi”.
 
La quinta traccia, summa di suggestioni mistiche ed esoteriche, ci porta nei territori d’un regno primordiale in cui sottili energie e sentori immateriali - si dice(va) - governano il divenire del mondo. Il filosofo e ricercatore della Tradizione, Renè Guénon, accogliendo - solo in minima parte - e riaggiornando le teorie di Ferdinand Ossendowski (Bestie uomini e dei), suggerì che questo regno, una terra inviolata, fosse chiamato Agarthi. Agarthi avrebbe dovuto - dovrebbe? - trovarsi in prossimità del Tibet, essere il fulcro e la linea di trasmissione della Tradizione primordiale, nonché la dimora del Re del mondo: “Nei vestiti bianchi a ruota... / Echi delle danze Sufi... / Nelle metro giapponesi, oggi / macchine di Ossigeno / Più diventa tutto inutile e più credi che sia vero / e il giorno della Fine non ti servirà l’inglese / ...E sulle biciclette verso casa / la Vita ci sfiorò / ma il re del Mondo / ci tiene prigioniero il Cuore”.
 
L’ultima traccia, Stranizza d’amuri (Stranezza d’amore), è un canto in dialetto catanese in cui Battiato ri-evoca la sua terra, l’infanzia, e i primi turbamenti amorosi; una guerra – improbabile, vista l’età del piccolo Franco nato a guerra finita – immaginifica, e l’incanto del mutamento. Nell’emozione che trasfigura il ricordo: “Man manu ca passunu i jonna / sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa / ‘ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra / mi sentu stranizza d’amuri... l’amuri / E quannu t’ancontru ‘nda strata / mi veni ‘na scossa ‘ndo cori / ‘ccu tuttu ca fora si mori / na’ mori stranizza d’amuri... l’amuri”.
 
Sette tracce per il primo di una lunga serie di album autenticamente contro connotano la nuova ricerca musicale dell’allora poco conosciuto Franco Battiato, arrivato alla ribalta, sorprendendo, proprio con questo inusuale e sfuggente (soprattutto per quel periodo) connubio testi-musica. Pezzi che fecero da vasta eco a nuove idee e suggestioni in musica cui i giovani non vollero - non vogliono - assolutamente rinunciare. Questo primo successo commerciale aprì la strada a veri e propri capolavori d’arte - è arte pura la commistione musicale, letteraria e filosofica, cui arriva Battiato - di cui la Voce del padrone rappresenta l’esemplificazione più conosciuta. Da allora in poi, Battiato diventa anche simbolo, riferimento ideale per chi scelse - e sceglie - di combattere le controverse logiche della modernità attraverso vie poco conosciute, o considerate a torto desuete ed impalpabili: al contrario emananti una forza altrove inimmaginabile e, soprattutto, introvabile. Un disco da avere, da maneggiare ed ascoltare con estrema cura.
 
Testi: Franco Battiato
Musica: Franco Battiato
Arrangiamenti: Franco Battiato e Pio Giusto
Produzione: Angelo Carrara
Copertina: Francesco Messina
 
 


ISBN/EAN: 
0077774679626

Commenti

Non appena Giambo si manifesta come utente attivo - è iscritto da giorni - avrà molto da comunicarti su Battiato. Dico Giambo Arlechino;).
Io ti leggo con piacere. Godendo per la "summa di suggestioni mistiche ed esoteriche" e per la lotta contro le "controverse logiche della modernità".

Aspetto volentieri Giambo, parlare di Battiato è sempre un piacere. Questo Battiato, poi (quello degli anni ottanta), come giustamente sottolineavi in un altro post, ha ideato un genere veramente originale. Le suggestioni mistiche ed esoteriche si sprecano. Qui c'è Guénon, altrove (Caffè de la paix, in paricolare) c'è sopratuttutto Gurdjeff.

Ah, ecco, parola magica. Gurdjeff. Vedrai a giorni. (credo, se se sveja..)

(tra le pagine più lette del mese!)

idem in marzo. Incredibile revival!

4-5. Lietissimo. Questo è un album storico, che ha cambiato la musica leggera italiana. Insieme a "La voce del padrone" è un evergreen che resiste al tempo. Ancorché, da amante puro di Battiato io ne preferisca altri, magari meno diretti e più complessi, musicalmente e testualmente. Credo che "Fisiognomica" sia il suo apice: è sicuramente il mio preferito.

allora, già che nomini "Fisiognomica", integro tutto l'archivio Battiato, in calce;)

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