Battiato Franco

Il vuoto

Battiato Franco
 ANCHE SE NON CI SEI  /  TU SEI SEMPRE CON ME
 
Torna Franco Battiato. Torna a un paio d’anni abbondanti dalle suggestioni orientali contenute nei Dieci stratagemmi. Torna in parte stupendo, con un album quasi concettuale sulle declinazioni del termine “vuoto”: vuoto di senso, senso di vuoto – citando dal testo dell’incipit -, ma anche vuoto come armonia, pace, possibilità di acquietare o esaltare alla massima potenza la percezione dei sensi, assecondando il proprio ritmo interiore, costruendo un amalgama con la propria figura visibile, esteriore. Se i Dieci stratagemmi erano un suo personalissimo canto di rivolta, ispirato da un codice militare cinese dell’antichità, Il vuoto è il tempo della riflessione, della dilatazione dello spazio e del tempo, della ridondanza della parola che si fa mantra che riecheggia: nove canzoni differenti eppure simili, ognuna agganciata alla successiva da una crescente presa di coscienza dell’ascoltare: del vuoto e nel vuoto.
 
E la prima traccia – non a caso – porta il titolo dell’opera, giusta introduzione in cui si fa subito largo l’essenziale e mai banale analisi di Battiato a proposito dell’uomo massificato, immobilizzato da timori ancestrali e da tic e manie proprie dell’era del consumo: danni fisici psicologici / collera e paura stress / sindrome da traffico / ansia stati emotivi / primordiali malesseri / pericoli imminenti / e ignoti disturbi sul sesso /  Venti di profezia parlano di Dei che avanzano… 
 
Persone, gente, massa, tutti affollano il vuoto; la traccia d’apertura apre su sonorità e ritmi propri al Battiato elettro-pop, alla Shock in my town, per capirsi, cui è molto vicina per assonanza musicale e per costruzione testuale, intramezzata da stacchi in inglese (in cui Battiato sceglie di inserire, pressoché casualmente, i termini più usati della lingua più (ab)usata: year play rest my wy day…) che ben si adattano con le cadenze pop. Ma già dalla seconda traccia il disco vira decisamente su una vena più intimista, che pervade il corpo centrale dell’opera - è la parte qualitativamente più rimarchevole, a mio avviso -, cominciando cosi ad estendere, quasi cambiando la connotazione originaria del primo pezzo, il significato che aveva assunto il termine “vuoto”. Si è in cerca d’armonia. La monotonia è un tempo sospeso, quiete dopo la tempesta, consapevolezza del proprio errore, della propria finitezza, del giusto diritto alla sana estraniazione dai lacci emotivi. In difesa di sé. Cosi, ne I giorni della monotonia: stare insieme a te fu il delirio / di una storia della nostra estrema diversità / e mi innamorai ossessivamente / per distruggermi …“stringimi” / mi sussurravi piano “caro amore”..
 
La musica è un vestito fatto su misura per il testo e per le suggestioni del duo Battiato-Sgalambro , cosi come avviene anche nella terza traccia, Aspettando l’estate, dolcemente malinconica ed evocativa dell’incanto perenne che genera l’incontro con l’anima corrispondente, qui cristallizzata in un’attesa che si fa consapevolezza scevra d’ogni (pre)giudizio. Comincia anche la rincorsa alle stagioni assolate, che vivificano il vuoto che prelude alla gioia. Aspettando l’estate è un canto che riempie e assorbe al contempo, che rigenera senza ostentare alcunché, fatto di purezza che trova armonia. E la musica lo traduce per noi in una ballata avvolgente: La tristezza non prevale su me / col canto la tengo lontana / le giornate si allungano / sto aspettando l’estate / Anche se non ci sei / tu sei sempre con me / per antiche abitudini  /  perché ti rivedrò / dovunque tu sia…
 
L’illusione della comprensione, della certezza. Nell’ottica di Battiato-Sgalambro tutto si rivolta, cercando una sorta d’unità che trova uno “zero”, un “niente”, un “vuoto”. Tutto torna al principio, all’origine. Niente è come sembra: Rovinò lungo la china / solo chi ha un destino rovina / non voglio che l’impuro ti colga / ti darò a una rondine in volo / Niente è come sembra / niente è come appare / perché niente è reale…
 
Il musicare soave trova la sua apotesi con Tiepido Aprile, canto descrittivo della Primavera, paesaggio interiore nell’orizzonte del Nostro, magistralmente descritto attraverso versi che cercano ancora una volta i sentieri della limpidezza e dell’armonia, di colpo ritrovata: Entri dentro alle case tiepido Aprile / risvegli all’amore gli amanti / mi affido al vento / ai profumi del tempo / agli umori delle stagioni a meridione / pensieri leggeri si uniscono alle resine dei pini / al silenzio lontano delle nuvole. 
 
Si cambia momentaneamente registro, i ritmi si fanno decisamente più vivaci, con The game is over. Ancora un testo misto inglese-italiano, e una musica che si avvale di più incursioni vocali che disegnano i contorni d’un pezzo che si pone questioni di carattere esistenziale: Dov’è che stiamo andando / nel succedersi del tempo / avrai un progetto o no / per la tua vita? ….andiamo.
 
Segue una ballata che ritorna al tema delle stagioni lucenti, al principio della Primavera. Sempre descrittivo, sospeso tra natura interiore ed esteriore, nella personale ricerca d’unità tra i due poli opposti di un amore, che viene raccontato come sottotesto per l’intera durata del disco. Da una nota musica di Tchaikovsky, riadattando un testo di Aleksei Tolstoi. Era l’inizio della primavera: La Primavera cominciò un po’ di tempo prima /  e l’erba si vedeva appena e noi stavamo bene / nell’aria mite del mattino le felci ancora chiuse / tu che abbassavi spesso gli occhi e sempre prima di me.
 
Fascinosa ballata interrogativa è la penultima traccia. Ancora paesaggi interiori che si fondono con quelli naturali, altre riflessioni sul vuoto, sulla vacuità, sulla sostanza immanente e trascendente di noi uomini. Luce, spazio, tempo: chi siamo? Io sono. Io chi sono? Canta Battiato: Il cielo è primordialmente puro ed immutabile / mentre le nubi sono temporanee / le comuni apparenze scompaiono / con l’esaurirsi di tutti i fenomeni / tutto è illusorio privo di sostanza / tutto è vacuità…
 
E il percorso dal vuoto di senso / senso di vuoto al vuoto come armonia e possibilità di accoglienza culmina con gli Stati di gioia, ultimo canto che arriva suggellare l’opera, come spesso Battiato ama fare, in modo inusuale. Una traccia che comincia come una ballata consueta, conclude con “suoni cosmici”, apparentemente dissonanti, che vanno pian piano sfumando per perdersi in un meraviglioso altrove: Riti di purificazione / dentro stati di Gioia / senza Luce né Oscurità…
 
Sessantadue anni, ventinove album, parecchi capolavori della musica “leggera” (tra le virgolette perché definirla leggera mi sembra quasi voler togliere qualcosa alla grandezza dell’artista catanese) italiana, una maturazione e una ricerca continua. Questo è Battiato, signori, qui per noi, ancora una volta, con un disco ispirato (a suo dire tra i più ispirati), nient’affatto criptico, né bizzarro, né paradossale. C’è coerenza ideale, estetica e soprattutto musicale e narrativa. Un disco riflessivo e intimista senza il peso del minimalismo, altresì pieno di aperture e inviti per l’ascoltatore attento e amante, pronto a immergersi in un album coerente, a tratti piacevolmente ridondante, quanto mai armonico e generatore d’emozioni “leggere”. Sull’aliante battiatiano si vola con leggerezza, si contempla dall’alto; non solo si guarda, ma si riesce anche a vedere, assai chiaramente, il possibile approdo. Del resto il Nostro non lo nasconde, e crea, come ripeto, un quasi concept album che ha protagonisti e snodi narrativi ben riconoscibili. La storia d’amore simbolica scandita dal ritmo delle stagioni assolate è l’ideale sfondo per cantare il vuoto che si riempie pian piano, che si libera dell’incombenza del volume per rigenerarsi - nuovamente riempiendosi - ogni volta, andando a sondare le infinite possibilità di gioia dell’essere umano. E che Battiato lo faccia – senza nasconderlo, anzi cantandolo – in un periodo di cosi alta precarietà per il pianeta, è una sorta di inno all’ottimismo (mai cieco), un canto di gioia, un invito a riappropriarsi del sé perduto nei grigi meandri del mondo globale contemporaneo.
 
Léon, marzo 2007. 


ISBN/EAN: 
0602517229723

Commenti

Per voi questo ultimo Battiato, insolitamente "leggero". E sempre grande.

"Dov?è che stiamo andando / nel succedersi del tempo / avrai un progetto o no / per la tua vita? ?.andiamo."
Bella domanda, Battiato!
"Sull?aliante battiatiano si vola con leggerezza, si contempla dall?alto; non solo si guarda, ma si riesce anche a vedere, assai chiaramente, il possibile approdo"
Ottime e profonde osservazioni, Battiato è un artista che mi è sempre piaciuto quindi cercherò di ascoltare questo nuovo lavoro. Grazie Federico!

Questo album è decisamente superiore ai vicini precedenti, per la musica e per i testi che hanno trovato qualche traccia del bello-profondo-superficiale del primo Battiato. Però secondo me, se da un verso le musiche sono molto ispirate e spazianti, i testi viziati del solito, e ormai non più recente, Sgalambro lasciano con qualcosa di non esattamente pieno e centrato. Non lo so, secondo me si vede che Battiato ha più inciso nelle parole rispetto a Dieci stratagemmi, ma resta un qualcosa di poco armonioso che discorda dalla perfetta armonia tra musica e scritto dei lavori storici e che io riconduco a Sgalambro, ma è tutta una mia attribuzione che naturalmente non so verificare. Indubbiamente un album ricco di fascino e che scorre meraviglliosamente.

Battiato per la mia generazione ha un significato abbastanza profondo, comunque. Musicalmente forse non mi ha mai appassionato alla follia (ho adorato i suoi pezzi cantati da Alice), ma non posso disconoscere il valore di questo artista eclettico e di grande spessore.
Bella la tua pagina, molto sentita.

Ave Federico!
Grazie per la nuova condivisione - stavolta in tempo reale, in coincidenza con l'uscita - della tua passione per Battiato. Sono ormai così distante dal mainstream discografico che nemmeno m'ero accorto avesse pubblicato un nuovo disco - hai colmato tu il deficit di informazione, cantando in versi i suoi versi.

Cura ut valeas

Prima di tutto ringrazio ognuno di voi, per la calorosa accoglienza al pezzo.

Rispondo un po'in generale. Lo dico anche nel pezzo, è un album più abbordabile anche per i neofiti di Battiato, con dei testi lineari ma poetici, e melodie che ben li sorreggono. é un album quasi opposto al precedente, più sereno, meno livoroso, più consapevole. A me comunque era piaciuto anche il precedente (dite che sono di parte?), pieno com'era di sonorità affascinanti.

Gianluigi, lo hai ascoltato molto il disco? A me pare che parole - giudizio personalissimo, non ho raccolto molte testimonianze in merito - e musica ben si fondano (e comunque a me piacciono in egual modo il primo Battiato e il Battiato-Sgalambro).

Franco, è vero, è uscito da poco e già l'ho consumato. Il mainstream dici? Mah, per me la musica di Battiato è qualcosa da amare (come per te immagino qualche "immortale" della musica comunque noto), non riesco a pormi la questione se sia o meno mainstream. E comunque, nel mio piccolo, mi tengo aggiornato sul mainstream. Tanto per il sottobosco musicale m'affido alle recensioni tue e del Caraffa Doctor;)

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