Battiato Franco

Ferro Battuto

Battiato Franco

Viaggiare con Battiato è come cavalcare le onde, difficile e fascinoso allo stesso tempo. Quando scendi dall’onda – sempre amabilmente diversa – non ti ritrovi mai allo stesso punto. È musica liberatrice, canto discorde e armonico nel medesimo tempo, poesia inconsueta. Non fa eccezione questo lavoro uscito nella primavera del 2001 che mescola molteplici suggestioni e atmosfere, regalando dieci tracce apparentemente inconciliabili per evidente differenziazione di genere musicale. Dal pop, al canto tradizionale, alla lirica, al rock; mescolando lingue, dialetti, linguaggi; contaminando suoni e poetica col suo immenso bagaglio di conoscenze. Il tutto lasciato all’ascolto dei suoi uditori in maniera tutt’altro che saccente, giocando con versi e composizioni dall’alterna tensione emozionale: ora riflessiva, ora drammatica, ora giocosa e sempre sfuggente. Parole affidate al filosofo Sgalambro, che è sapiente maestro intarsiatore di tasselli di poesia dilatata e di articolazioni ridondanti-ossessive. Mai banalizzando e quasi sempre sorprendendo. Se qualcuno pensa che la somma delle componenti qui elencate sia strumento per un gradevole artificio, è legittimo che lo pensi. In realtà, ciò è assai poco rilevante. Perché Ferro battuto, artificio o meno, è un disco splendido sin dalle sue prime note. 

INDIPENDENTE LA MIA VITA FUGGE
 
La prima traccia, Running against the grain(cantata insieme a Jim Kerr, leader dei Simple Minds), è un’ipnotica ballata esistenziale:
 
Ho attraversato la vita inferiore / seguendo linee per moto contrario / sfruttando per le mie vele/ flussi di controcorrente (…) e adesso / la mia vita fugge in diagonale / ritorna prepotentemente un desiderio morale (…) indipendente la mia vita fugge.
 
Bist du bei mir raccoglie una serie di interiorizzazioni e pensieri, di estrinsecazioni legate ad un sottilissimo filo che svela i paradossi e le incoerenze della modernità:
 
Ardo dal desiderio di vederti / forza perenne delle catene / di stare in mezzo a tanta gente/ la forza della vita è nel denaro/ ma soprattutto la ricchezza virtuale sta più in alto di quella reale (…) risuona un mambo nella cavea e il mondo semplicemente gira/ sull’orlo di un precipizio mi inviti adesso a giocare.
 
Malinconica e agrodolce, traccia che interiorizza il ricordo e la rielaborazione della fine di un amore estivo, La quiete dopo un addio, è un canto a difesa e protezione di quel “dolce malessere” che tanto ispira i poeti (intesi nell’accezione più ampia e pura), che si installa nella memoria per poi dilatarsi e riappropriarsi - a tempo debito e necessità - del tempo perduto (perduto, mai veramente). E c’è poesia nei versi di Sgalambro:
 
Verrà un altro temporale sarà di nuovo estate / e scoppieranno i suoi colori per le strade / ci sentiremo crescere e la voglia di viaggiare e di incontrare nuovi amori / che ci faranno credere / monti sorgenti dalle acque appariranno le baie dell’incostanza / le valli dell’incoerenza per superare questa noia di vivere / prendi ciò che vuoi da tuoi giardini sospesi nell’anima (…) poche le cose che restano alla fine di un’estate / la quiete dei colori autunnali si rifletterà sulle strade e sugli umori / come il dolce malessere dopo un addio.
 
La quarta traccia, Personalità empirica, è una riflessione sul tempo della ricerca interiore, che inevitabilmente passa per la rielaborazioni di percorsi; nel voler sottrarre, aggiungere o moltiplicare le impressioni accumulate nella vita. E quando non coincide l’essere con il voler essere, si cerca una sorta di dover essere entro uno spazio sconosciuto, che è – nei fatti - una via per l’ascesi:
 
Quando non coincide più l’immagine che hai di te con quello che realmente sei / e cominci a detestare i processi meccanici e i tuoi comportamenti/ e poi le pene che sorpassano la gioia di vivere/ coi dispiaceri che ti porta l’esistente/ ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti/ per allenare la tua mente a nuovi stai di coscienza.
 
Il cammino interminabile è un canto in dialetto che precede le riflessive Lontananze d’azzurro: Battiato anela luoghi incontaminati per emanciparsi dalla routine; in cui perdersi, per ritrovare la semplicità e la genuinità inscritta nel tempo di un presente senza fine:
 
Sembra che non finisca questa lunga notte d’inverno / sembra che tardi il sole come fosse in pericolo / Rovine inseguono i ricordi, ma io voglio vivere il presente senza fine / (…) / Voglio lontananze d’azzurro per me / Riprenditi la tua libertà, il tuo orgoglio inutile, la tua precarietà / Domani parto, cambio vita e altitudine.
 
In Sarcofagia, testo ispirato ad un’operetta morale di Plutarco (rielaborato da Sgalambro), l’artista catanese estrinseca il suo orientamento vegetariano attraverso versi beffardi e cadenze pop indiavolate:
 
Fu nefasta e temibile l’età del tempo / di profonda e irrimediabile povertà / quando ancora non si distingueva l’aurora dal tramonto / quando l’aria della prima origine / mischiata a torbida e instabile umidità / al fuoco ed alla furia dei venti / celava il cielo e gli astri / Come può la vista sopportare / l’uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi / non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue / le carni agli spiedi crude / E c’era come un suono di vacche / non è mostruoso desiderare di cibarsi / di un essere che ancora emette suoni / Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
 
Battiato ripropone anche, in chiave melodico-orchestrale e con voce alterata dall’effetto computerizzato, Hey Joe di Jimi Hendrix, concludendo il disco con un’orecchiabile pezzo dal sapore jazzistico - Scherzo in minore - e lasciando Sgalambro a briglia sciolta. Filosofeggiando, sul Potere del canto:
 
Sprezza ogni inganno / il canto è potere / Si bagna come un prato / si arrampica sugli alberi / fa muovere il giroscopio / spezza ogni inganno / ha la forza di undici aquile / Fa smuovere il cuore al Faraone.
 
Di là dai giochi lessicali, dalle assonanze ricercate, dalla disuguaglianza delle tracce, e dalle divagazioni filosofiche di Sgalambro, Ferro Battuto è un disco che trova la sua unità nell’energia che restituisce nell’ascolto, e che riporta Battiato sui sentieri del gioioso sincretismo parola-effetto sonoro, già intreccio fondante del famosissimo La voce del padrone. A distanza di vent’anni da quel disco mutano le tematiche ed evolve la ricerca musicale (ma questo è logico e consequenziale); resta, con la soddisfazione di coloro che ne amano l’arte musicale, una vena vitale che non perde mai il gusto per la sperimentazione. Il tutto – a differenza di ciò che i più pensano, detrattori o meno – senza prendersi mai troppo sul serio. Che il tempo ce lo conservi sempre su questi livelli.
 
 
Musiche e arrangiamenti: Franco Battiato.
Testi: Manlio Sgalambro e Franco Battiato.
Ritmiche computerizzate: Pino “Pinaxa” Pischetola.
Batteria: Lele Melotti.
Basso elettrico: Paolo Costa.
Chitarre: Franco Battiato, Chicco Gussoni, David Rhodes, Saro Casentino.
Tastiere: Franco Battiato.
Pianoforte e direzione d’orchestra: Michele Fedrigotti.
 
 
Léon, Dicembre 2005.Originariamente pubblicato su www.lankelot.com


ISBN/EAN: 
5099750229521

Commenti

Eppure, ti giuro, tra Ferro Battuto e La Voce del Padrone non perdo nemmeno un attimo: prendo tutta la vita La Voce del Padrone. Non è solo nostalgia fine a se stessa - é che a dispetto dell'intellettualismo e del concettualismo esasperato io preferivo il Battiato che giocava a fare il pop lezioso senza nemmeno accorgersi che il pop lezioso è il pop vero.

Ma è indubbio ciò che dici. Mi limito solo ad affermare che questo disco - non tra i più commerciali di Battiato - ha delle indubbie qualità. Prima tra tutte quella di fondere con intelligenza parole e musica: è gradevole per chi ascolta in rilassatezza e non disdegna importanti messaggi sottotraccia. Come "La voce del padrone", del resto.

La sua ricerca musicale sembra evolvere in una direzione sola - la fusione dell'avanguardia elettronica originaria con il pop. Come additivo, Sgalambro. Non è poco ma pretendo la stessa incoscienza di un tempo;)

L'incoscienza di un tempo? é dura, ma ci spero sempre. Lo stesso discorso vale per altri cantori della sua generazione.

(sì - e per quelli che dovrebbero riuscire a farsi ascoltare, tra i nuovi, che non sono pochi)

Concordo. Ma è il tempo che viviamo che favorisce meno di allora.

E invece no. Allora non esisteva il web, non c'era myspace, non c'era la diffusione di mp3 gratuiti, non c'era informazione se non su poche testate "ufficiali" e tanti ciclostili "ufficiosi" e via dicendo. Oggi è più facile di prima. Soltanto, non ci campano più. Ma possono circolare molto più rapidamente di prima.

Io intendevo un'altra cosa. é cambiato il mercato discografico. E poi, c'è una diversa sensibilità. Non è colpa dei nuovi autori musicali... il kaly yuga avanza sempre più veloce.

Non so se avanzi davvero veloce. So che le migliori cose che ho ascoltato in questi anni non avevano NULLA a che fare con il mainstream - nemmeno quello provincialotto italiota.

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