Siamo agli inizi degli anni Settanta: anni di lotta, di ribellione, di manifestazioni in piazza, di morti innocenti ammazzati per la follia delle Brigate Rosse e della destra eversiva, l’enorme macchina statale sembra non essere in grado di confrontarsi con tanta rabbia e insofferenza; “Anni di Piombo”, così saranno definiti, a simboleggiare il malessere generale e la durezza di quel periodo di dolore, disordini e malumore e odio diffuso in ampie fasce della popolazione.
In questo bollente calderone nasce e si sviluppa un nuovo modo di fare musica, che sposta più in là le coordinate prestabilite, osando sempre di più e rompendo gli steccati imposti dagli schemi di tutta la musica suonata in precedenza: la voglia rivoluzionaria presente nella società, infatti, ha modo di trovare un simile impulso anche sul pentagramma, con la sperimentazione sonora del genere progressive, proveniente dall’Inghilterra e sviluppatosi in modo autonomo in Italia. In questi anni è forte l’influenza delle band d’oltremanica, come Pink Floyd e Jethro Tull, ed è tanta la voglia di osare di più nel creare musica, inventando lunghe cavalcate melodiche, testi visionari e poetici, melodie distorte e infinite, concept-album sempre pronti a stupire, in una completa fusione di orizzonti che prevede un’intensa sperimentazione e ricerca sonora.
È in questa particolare e rivoluzionaria cornice spazio – temporale che nasce la Band di Francesco Di Giacomo e dei fratelli Nocenzi, il “Banco del Mutuo Soccorso”, più semplicemente “Banco”, un nome già esemplificativo di una band al di sopra delle linee, al di fuori degli schemi.
Sono passati più di trent’anni ma sembra impossibile che i suoni di quel lontano periodo risultino ancora così intensi e magici; sembra incredibile, ma ogni volta che ascoltiamo quest’album del Banco risulta immediato, emozionante e vitale come la prima volta. Le meravigliose melodie, l’avvolgente tappeto sonoro ci trasporta immediatamente in una dimensione parallela e lontana dall’asfissia metropolitana.
Basta ascoltare le prime note di “In volo”, per sentirsi leggero e capace di spiccare salti infiniti nel tempo e nello spazio; un’atmosfera magica e inquietante la voce di Di Giacomo che recita solenne: “Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo, e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo. Però non ingannarmi con false immagini ma lascia che io veda la verità e possa poi toccare il giusto”. Le immagini sono fantastiche, medievali, il coro che si leva sembra uscito da una fiaba con un sicuro lieto fine.
La voce di Francesco di Giacomo si sposa alla perfezione con la meraviglia dei suoni di “R.I.P. (Requiescant in pace)”, cavalcata d’incredibile bellezza contro la guerra e la violenza, che alterna ritmi e suoni aggressivi, a partire dal coinvolgente inizio di chitarra e la possente voce dell’imponente cantante, che subito intona un testo dal linguaggio sofisticato e dai contenuti aulici: “Cavalli corpi e lance rotte si tingono di rosso, lamenti di persone che muoiono da sole senza un Cristo che sia là. Pupille enormi volte al sole la polvere e la sete l’affanno della morte lo senti sempre addosso anche se non saprai perché”. La melodia si ripete intensa con chitarra e batteria che compiono virtuosismi tra momenti veloci e minuti di calma solenne con pianoforte e voce, quasi a far sposare musica classica e violente improvvisazioni rock. Un brano manifesto della musica del Banco, forse uno dei più belli, di certo unico per l’intensità e le emozioni che riesce a regalare, tra grida, gli acuti, pianole magistralmente suonate, attacchi violenti che colpiscono al cuore, fino alla magnifica conclusione al pianoforte: sei minuti da brividi.
Dopo l’intervallo live di “Passaggio”, poche note al piano e rumore di passi che vanno via, vibrante e magnifica è “Metamorfosi”, un altro momento altissimo, che si apre con il piano che riesce a toccare le corde più profonde dell’animo, due linee sonore, una base delicata con alcune improvvisazione coinvolgenti che salgono di intensità nota dopo nota; il suono diventa poi più ribelle e ossessivo, quindi entrano in gioco l’organo e la batteria, chitarre elettriche portate all’estremo, di nuovo una delicata pianola, dal suono penetrante e ossessivo, che gioca con la chitarra, tra richiami e intarsi musicali egregiamente eseguiti.
La musica è bellissima, matura e intensa, destinata a durare immortale nelle nostri menti; la canzone si chiude con il canto di Di Giacomo su un emozionante tappeto sonoro creato dalle pianole e dalle chitarre maestose: “Uomo non so se io somiglio a te non lo so sento che però non vorrei segnare i giorni miei coi tuoi no, no”, tra le ultime prepotenti improvvisazioni quasi hard-rock
Ma il pezzo più carico e eterno dell’album è senza dubbio la lunga e infinita performance di “Il giardino del mago”, divisa in capitoli (…passo dopo passo…, …chi ride e chi geme…, …coi capelli sciolti al vento…, COMPENETRAZIONE), un folle viaggio nel medioevo, tra magie e follie musicali, una musica suonata con una padronanza straordinaria degli strumenti: dapprima cori e pianoforte, poi chitarre elettriche, la voce di Di Giacomo crea atmosfere antiche e solenni, tra cavalli con la testa in giù, funerali, cavalcate progressive deliranti e forsennate: un testo bellissimo ricco di immagini evocative, farfalle, gnomi, torte di fiori, foglie di vetro e cigni che danzano.
Per diciotto, leggendari minuti la musica trasporta l’ascoltatore in un mondo fatato, rende liberi da catene e costrizioni, si impossessa della mente e del corpo senza freni inibitori.
L’ultimo brano, semplicemente “Traccia”, è un importante ricamo musicale di pianola e batteria dai toni violenti ed i cori solenni ad intonare semplici gorgheggi, ogni tanto la chitarra elettrica penetra questo soffice muro del suono con la sua scarica compulsava, è il finale adatto per un disco storico.
Uno dei migliori esempi di progressive-rock italiano, questo album omonimo del “Banco” entusiasma e sorprende per la maturità dei suoni e della voce del cantante, per il sapiente uso degli strumenti e la capacità impareggiabile nel creare atmosfere magiche.
È un disco intenso e profondo, che necessita, come tutti i lavori progressive, di molti ascolti e applicazione per permettere alla musica di scorrere con naturalezza tra le pieghe dell’animo. È un disco che precede di pochi mesi un altro grandioso concept–album del Banco, “Darwin”, dalla favolosa copertina e dal suono forse ancora più penetrante e sofisticato.
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
Banco del Mutuo Soccorso (Ricordi, 1972)
Darwin! (Ricordi, 1972)
Io sono nato libero (Ricordi, 1973)
Come in un’ultima Cena (Manticore, 1976)
…di Terra (Ricordi, 1978)
Canto di Primavera (Ricordi, 1979)
Da qui Messere si Domina la Valle (Ricordi, 1991)
Il XII (Ricordi, 1994)
Nudo (Ricordi, 1997)
No Palco (Sony, 2003)
BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Il Banco del Mutuo Soccorso – più facilmente ricordato come Banco - nasce nel 1968, a Roma, dalla collaborazione dei fratelli Gianni e Vittorio Nocenzi (tastiere) con la splendida voce di Francesco Di Giacomo, Marcello Todaro (chitarra), Renato D’Angelo (basso), Pierluigi Calderoni (batteria).
Il primo album del gruppo è del 1972 famoso, oltre che per le splendide musiche, per la particolare copertina che ritraeva un salvadanaio. Pochi mesi dopo pubblicano Darwin, altro splendido album con il quale si riconfermano come una delle più solide e innovative realtà musicali italiane e una delle più importanti band del progressive italiano. Il gruppo divenne famoso anche oltremanica, grazie a Greg Lake, bassista e cantante degli Emerson Lake & Palmer, che fece incidere per la propria etichetta (Manticore) un album in inglese. Seguono numerosi album e concerti in tutta Italia: spettacoli bellissimi, con splendide coreografie, esibizioni teatrali e orchestrazioni.
Nel corso degli anni il sound del gruppo si sposterà verso sonorità meno progressive, ma sempre cariche di emozioni e splendidi arrangiamenti. Successivamente ci sarà un periodo di silenzio durante il quale i componenti del gruppo si dedicano alla composizione di colonne e ad esperienze soliste.
Saranno ricordati come uno dei migliori gruppi progressive italiani.
Antonio Benforte, 14 dicembre 2004.
Recensione apparsa originariamente sul sito www.ciao.it, in versione più breve e leggermente modificata.
Commenti
Il BANCO secondo Antonio!
per approfondire...
http://it.wikipedia.org/wiki/Banco_del_Mutuo_Soccorso Wiki sul Banco;
http://www.bancodelmutuosoccorso.it/HomeIta.htm Sito ufficiale del Banco;
"In questi anni è forte l?influenza delle band d?oltremanica, come Pink Floyd e Jethro Tull, ed è tanta la voglia di osare di più nel creare musica, inventando lunghe cavalcate melodiche, testi visionari e poetici, melodie distorte e infinite, concept-album sempre pronti a stupire, in una completa fusione di orizzonti che prevede un?intensa sperimentazione e ricerca sonora."
> E' stato un momento di magnifica creatività, quello. Spero ripetibile.
"Ma il pezzo più carico e eterno dell?album è senza dubbio la lunga e infinita performance di ?Il giardino del mago?, divisa in capitoli (?passo dopo passo?, ?chi ride e chi geme?, ?coi capelli sciolti al vento?, COMPENETRAZIONE), un folle viaggio nel medioevo, tra magie e follie musicali, una musica suonata con una padronanza straordinaria degli strumenti: dapprima cori e pianoforte, poi chitarre elettriche, la voce di Di Giacomo crea atmosfere antiche e solenni, tra cavalli con la testa in giù, funerali, cavalcate progressive deliranti e forsennate: un testo bellissimo ricco di immagini evocative, farfalle, gnomi, torte di fiori, foglie di vetro e cigni che danzano.
Per diciotto, leggendari minuti la musica trasporta l?ascoltatore in un mondo fatato, rende liberi da catene e costrizioni, si impossessa della mente e del corpo senza freni inibitori. "
> Applausi per questa descrizione. Album che non dovrebbe mancare nella collezione degli appassionati di musica - senza distinzioni di genere.
"È un disco che precede di pochi mesi un altro grandioso concept?album del Banco, ?Darwin?, dalla favolosa copertina e dal suono forse ancora più penetrante e sofisticato."
> Ce ne parlerai, amice?
Sarebbe un contributo prezioso...
[Banco del mutuo
[Banco del mutuo soccorso]
Credo che "Darwin" non sia all'altezza dell'esordio. Direi anche che nessun altro disco del Banco sia all'altezza dell'esordio, forse neppure lo straordinario "Io sono nato libero".
Anche il Banco rientra in quella straordinaria stagione del "pop" italiano (oggi si direbbe progressive), tanto vivace (quante bands da one-shot albums?) quanto effimera. Di lì a 3, 4 anni tutto sarebbe cambiato, il punk avrebbe cambiato per sempre i gusti musicali, le elaborate "suite" e i "concept albums" avrebbero fatto per sempre il loro tempo: quelle poche bands italiane "progressive" che desideravano sopravvivere a quella stagione avrebbero fatto canzonette (le Orme, il Banco), altre avrebbero fatto da spalla a cantautori (PFM). E poi, anche loro, i mitici "cantautori" (Guccini, Lolli, Dalla, De Gregori) avrebbero fatto il loro tempo, avendo comunque dato il meglio di sè in quella irripetibile stagione.