Alice in Chains

Sap / Jar of Flies

Alice in Chains

Alice in Chains: una delle band storiche del grunge, anima dell’onda rock degli anni Novanta di Seattle, e, paradossalmente, una delle meno apprezzate da quanti, in Europa, s’erano concentrati esclusivamente sui Nirvana e sulla loro antitesi (a voler dar retta a Cobain): i Pearl Jam.  È un peccato, perché gli Alice di Layne Staley incarnano e sintetizzano, nei due EP che presento in queste brevi paginette, l’aspetto più malinconico e introspettivo d’un movimento ritenuto dai più semplicemente furioso, iconoclasta e nichilista.

Gli Alice in Chains, fondati nel 1987 dal cantante Layne Staley e dal chitarrista Jerry Cantrell, giocarono all’inizio sull’influenza di band come Black Sabbath e Led Zeppelin per caratterizzare il loro sound: che rimarrà riconoscibile e risulterà facilmente metabolizzabile, per questa ragione, per i metallari e per i puristi rock. Tuttavia, le non infrequenti incursioni nell’acustico garantiscono un eclettismo inimmaginabile per quanti trovano, per intenderci, un capolavoro un disco come “Dirt”, secondo album della band.  Questa è la ragione per cui si è preferito proporre una lettura di “Sap” del 1991 e di “Jar of Flies” del 1993 al lettore, nella speranza di richiamare all’ascolto della “dark side” dello spirito degli Alice in Chains.
 

SAP. Novembre 1991.

Il titolo dell’album deriva da un sogno del batterista Sean Kinney, nel corso del quale si trovava ad annunciare, in conferenza stampa, che il nuovo disco della band si intitolava “Sap”. Nel sito ufficiale, gli Alice in Chains assicurano che non se la sentirono di rovinare i piani del fato: il nome del disco doveva essere quello. Sap significa linfa o energia; oppure, nel gergo militaresco, sta a indicare una trincea sotterranea. Meno frequentemente, il termine viene adottato per indicare un secchione o un rincoglionito, in ambito scolastico. Non ho avuto modo di verificare quale fosse l’esatta accezione del termine: del resto, si tratta di una parola originata da un sogno, accettiamola così (o forse il rincoglionito è lo scrivente, che si pone problemi filologici di questo genere).  Difficile attendersi un disco di ballate acustiche dopo un esordio estremo come Facelift: gli Alice in Chains disorientano il loro pubblico e dimostrano una confidenza con i toni intimisti che nessuno avrebbe potuto immaginare. C’è tuttavia una bonus track a dir poco demenziale, “Love song”, che deriva da uno straziante accesso di follia che poteva essere ghigliottinato con destrezza in fase di post-produzione: non dedicherò più di quattro righe alla questione. Semplicemente, non dimenticate che vi avevo avvertito: c’è un corpo estraneo nel disco, ed è piuttosto irritante.

L’incipit dell’ep è “Brother”. “Frozen in the place I hide / Not afraid to paint my sky with / Some who say I’ve lost my mind / Brother try and hope to find / You were always so far away / I know that pain so don't you run away / Like you used to do”. Brano già chiaramente intriso di malinconia e nutrito da un’inerzia promettente: è riflessione sul distacco e sull’isolamento. Segue “Got me wrong”. La voce di Layne Staley mostra, in più d’una circostanza, d’aver interiorizzato la lezione di Morrison: si fa suadente e grave. Questo è un brano che potrebbe conquistare chi apprezzava le ballate degli Stone Temple Pilots prima maniera, o, in qualche frangente, i Counting Crows del fortunato esordio: ma si percepisce maggior disinvoltura, minor cerebralità e si riconosce altra classe. Il minimalismo di “Right Turn” è intrigante e suggestivo. Il testo non presenta aspetti interessanti: è l’ormai canonico lamento dell’amante incompreso o deluso, s’è rimasti fermi al “lei m’ha lasciato ma non mi dimenticherà”. È la musica a colpire e rapire. Atmosfera tipica d’un fine nottata con un gruppo di amici, ultimi accordi con la chitarra e qualche amarezza di troppo da spazzare via. Delizioso. I am inside” chiude il disco. Cantrell e Staley, a proposito dei labirinti dell’esistenza. “Loneliness it shadows me, quicker than darkness / Crawls to the surface of my skin, visibly surrounded by it / Black is all I feel, so this is how it feels to be free / Surrounded by empty souls, artificial courage used /And because so, once was mine / I walk this maze alone”.  Suggello memorabile d’un EP da riscoprire: segreto e grezzo diamante nella produzione d’un gruppo che merita, almeno adesso che si è consegnato alla storia, d’esser apprezzato e riconosciuto per la sua eterogeneità, la sua atipicità in ambito-Seattle e la sua autentica ispirazione.

JAR OF FLIES. Settembre 1993.

Due anni più tardi, reduce dai trionfi internazionali di Dirt, la band registra sette brani in sette giorni. Nasce il terzo Ep degli Alice in Chains, stampato in fretta e furia per evitare la concomitanza con l’allora attesissimo Ep acustico degli Stone Temple Pilots. Il nome del disco deriva da un “geniale” esperimento compiuto, negli anni della high school, da Jerry Cantrell. Due barattoli pieni di mosche: nel primo c’era del cibo, nel secondo non c’era nulla. Le mosche senza cibo, “inaspettatamente”, si mangiarono a vicenda. L’esperienza del mancato entomologo è dunque tutta qui: non esistono significati segreti a un titolo altrimenti piuttosto interessante. Ballate alternate a sfuriate puramente rock: domina, tuttavia, un senso di isolamento e di disperazione che era estraneo alle precedenti canzoni degli Alice. Non c’è più traccia di luce, all’improvviso, neppure nella rabbia e nel disincanto: c’è solo l’accettazione d’un baratro, e un dolore lancinante e pervasivo. Chiarissimo, in questo senso, il messaggio di Layne Staley, sin dai primi versi dell’ouverture del disco, “Rotten Apple”. “Innocence is over / over (…) Confidence is broken / broken / Sustenance is stolen/ stolen”. Si ripete, come in un mantra, la ragione della propria disfatta, e si denuncia il torpore dell’immobilità. Semplicemente schiacciante.  
C’è un capolavoro, in “Jar of Flies”: parlo, ovviamente, di “Nutshell”, una delle più belle ballate degli anni Novanta. Non c’è una nota, e non c’è una parola fuori posto. Tutto converge in un equilibrio perfetto. Il canto della deriva. Il malessere di Staley è terribile. “We face misprinted lies / We face the path of time/ and yet I fight / this battle all alone / No one to cry to / No place to call home”. E questo micidiale senso di isolamento risulta oggi, purtroppo, la tragica profezia di quelli che furono gli ultimi anni del cantante: chiuso in casa, senza aprire più la porta a nessuno, distrutto dalla dipendenza dalle droghe e annichilito da una serie di disgraziati rovesci esistenziali, Staley ha finito di vivere combattendo da solo, a tutti gli effetti. Gli “amici” l’hanno trovato morto a circa, si presume, due settimane dal decesso. Così si conclude Nutshell. “If I can’t be on my own / I’d feel better dead”.
Dallo sconforto di “Nutshell” alla prima concessione rock dell’ep: “I stay away”. I cultori di “Dirt” riconoscono finalmente le sonorità e la rabbia degli Alice, che si temevano compromesse dalla depressione. “No Excuses” è una cavalcata nella consapevolezza: ritmi più sostenuti, senza mai eccedere e senza mai sconfinare nel disordine; ampie concessioni alla melodia dominante, mentre magnetico s’impone il timbro di Layne Staley.
C’è una favoletta strumentale, “Whale & Wasp”, con qualche concessione (incredibile) alla solarità; segue “Don’t follow”. Cantrell si congeda dall’ascoltatore con una malinconia di chitarre e fisarmoniche, che nella seconda parte ammette daccapo un picco di conflittualità e di aggressività che altro non è che vitalità: quella vitalità che, già vacillante, ora scivolava via dalle creazioni di Layne Staley, costrette in un’immobile contemplazione della morte, e del niente.        
 
DISCOGRAFIA ESSENZIALE e GENESI DEL GRUPPO.
Live, Columbia, 2000. Unplugged, live, Columbia, 1996.  Alice in Chains, Columbia, 1995.  Jar of Flies, Ep, Columbia, 1993; pubblicato nel 1994. Dirt, Columbia, 1992. Sap, Ep, Columbia, 1991; pubblicato nel 1992. Facelift, Columbia, 1990. We die Young, Ep, Columbia, 1990.
Seattle. Negli anni della high school, Layne Staley (Kirland, 1967) fonda una band, gli Alice N’Chaynz. Incontra Jerry Cantrell (Tacoma, 1966) nel 1987: assieme al bassista Mike Starr e al batterista Sean Kinney, amici di Cantrell, la band assume il nome definitivo e inizia a suonare dal vivo nei locali della città. A parody heavy metal band that dressed in drag”: questo il significato di “Alice in Chains”, a detta dell’ideatore, Staley. Lanciati dalla Columbia con l’album Facelift, nel 1991 gli Alice in Chains sono band di supporto nei concerti di Iggy Pop, dei Megadeth e dei Van Halen. Nel frattempo, durante la lavorazione del secondo album, pubblicano l’EP Sap.
Sono gli anni dell’esplosione del grunge: gli Alice in Chains cavalcano l’onda d’urto originata dal leggendario Nevermind dei Nirvana, si ritrovano a essere una delle band di riferimento dell’intero movimento e ideano un disco destinato a consacrarli: Dirt. Prime polemiche per qualche allusione all’eroina nei testi scritti da Staley e per “Rooster”, un brano sul Vietnam scritto da Cantrell. È il 1992: Mike Starr abbandona la band, sostituito da Mike Inez. Jar of Flies, pubblicato nel 1994, è il primo e unico Ep della storia a raggiungere la vetta di Billboard.  Nel frattempo, Staley partecipa al progetto Gacy Gang, meglio noto come Mad Season, assieme al bassista John Saunders, al batterista Barrett Martin degli Screaming Trees, al chitarrista dei Pearl Jam Mike McCReady. L’unico album della band, “Above”, ancora eccessivamente trascurato in Italia, è parte integrante della storia del rock degli anni Novanta. Una eccellente sintesi dello spirito nichilista del grunge. Quando, anni dopo, il cantante aveva acconsentito ad esser sostituito da Lanegan come frontman della band, non si riuscì a registrare nulla. La morte di Saunders e quella di Staley scriveranno, in seguito, la parola fine.Il terzo e ultimo album degli Alice in Chains è il disco omonimo del 1995.
Rimarrà tempo, per via della tossicodipendenza di Staley, della depressione per la morte della sua compagna, e per qualche inevitabile acredine all’interno della formazione, soltanto per un MTV unplugged e per un rabberciato Live, datato 2000, contenente demo, bootlegs e precedenti esecuzioni dal vivo.  Cantrell ha già iniziato a percorrere la carriera da solista: l’esordio, Boggy Depot, risale al 1998, e ospita l’intera band con l’eccezione del sofferente Staley. L’agonia del leader degli Alice in Chains termina nell’aprile 2002. Esattamente otto anni dopo la morte di Cobain. Overdose.
La band lo ha commemorato, in quei giorni, con queste parole:Yesterday, we all managed to come together in Seattle; it’s good to be with friends and family as we struggle to deal with this immense loss...and try to celebrate this immense life. We are looking for all the usual things: comfort, purpose, answers, something to hold on to, a way to let him go in peace.  Mostly, we are feeling heartbroken over the death of our beautiful friend. He was a sweet man with a keen sense of humor and a deep sense of humanity. He was an amazing musician, an inspiration, and a comfort to so many. He made great music and gifted it to the world. We are proud to have known him, to be his friend, and to create music with him. For the past decade, Layne struggled greatly--we can only hope that he has at last found some peace”. Neppure due mesi più tardi, nei negozi di dischi s’intravede la copertina del secondo album di Jerry Cantrell, “Degradation Trip”. 
 
Fonte principale delle informazioni biodiscografiche è stato il sito ufficiale della band, oltre al solito, monumentale allmusic.com.
Da visitare: Rollingstone.com


Lankelot Franchi, dicembre 2003.  Originariamente apparso su Lankelot.com e Supertrigger.
 
Chaos and hate shadow me, pain it fills me up / Only one thing makes me feel, missing better half of me”. (Cantrell-Staley, “I am inside”).
ISBN/EAN: 
5099747485527

Commenti

daje, a fràààààààààà

We chase misprinted lies / We face the path of time / And yet I fight / And yet I fight / This battle all alone / No one to cry to /
No place to call home / My gift of self is raped / My privacy is raked / And yet I find / And yet I find / Repeating in my head / If I can?t be on my own / I?d feel better dead

(Layne Staley, "Nutshell")

;).

l'unplugged, secondo me è superiore a quello dei nirvana. (Sitting On An Angry Chair / Angry Walls That Steal The Air / Stomach Hurts / And I Don't Care.................)

Scrivine. Dai.

(I Don't Mind, Yeah /Lost My Mind, Yeah / But I Don't Mind /Can't Find It Anywhere.... )

ci proverò.... ; )

Ok, domani compro SAP e DIRT, così tratterò ancora peggio i miei colleghi d'ufficio.

Ok, mi hai convinto, farò accompagnare a JAR OF FLIES SAP e DIRT, così tratterò ancora peggio i miei colleghi quando fuori il cielo sarà plumbeo.
Pensa che trauma per gli ALICE IN CHAINS quando si troveranno a trotterellare in una busta con l'ultimo della NANNINI.

Questa è una notizia. Sappi che ho avuto con me, a lavoro, Explosions in the Sky, Joy Division, System of a Down e Nirvana d'antan. Alè.

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