Afterhours

Quello che non c'è

Afterhours

Un lampo squarcia il cielo notturno ritratto sulla copertina di "Quello che non c'è". Se il cielo della copertina immortala un istante inquietante, anticipatore di un violento temporale, il futuro della band di Milano non può apparire che roseo all’orizzonte, anche senza lo storico chitarrista Xabier Iriondo, autore delle graffianti melodie dei precedenti dischi.
Il risultato del lavoro senza la chitarra di Iriondo è un disco cupo e decadente, senza l’ironia che caratterizzava i precedenti lavori.
È come un pugno nello stomaco, duro e viscerale, un disco che non intende tirare su il morale o catturare per l’allegria dei suoni, perché la realtà mediocre e squallida che ci circonda purtroppo è vera, e gli Afterhours lo sanno, e non vogliono nasconderla con qualche velo colorato di arcobaleno. Inesorabilmente, infatti, una società superficiale e consumistica, basata sull’apparire piuttosto che sull’essere, sul dio denaro, si divora lentamente la nostra anima, succhia il nostro sangue per lasciare soltanto una realtà effimera, quello che non c’è, appunto.
Influisce molto, sulla struttura e le sonorità dell’album, il viaggio di Manuel in India, che gli ha permesso di prendere parte alla vita in un mondo differente da quello occidentale, così assetato di progresso e illusioni materialistiche: lo si sente sia nei testi che nella filosofia dell’intero album. Meno chitarre vigorose, rimpiazzate dal seducente violino di Dario Ciffo, violoncelli, pianoforti, meno violenza e più armonia nei suoni.

Si apre infatti in maniera diversa, il sesto album degli Afterhours (il quinto, se non calcoliamo il live Siam tre piccoli porcellin): accordi lenti e malinconici, in lontananza, una voce triste, sussurra, ci parla con l’anima, ci racconta una fiaba senza lieto fine, fatta di bambini e pistole, di angeli sbandati, ma soprattutto di “quello che non c’è”, l’effimera realtà che ci imbavaglia, fregandoci e fregandosene di noi, offrendoci messaggi inutili e banali in un mondo fatto solo di apparenze. “Arriva l’alba, o forse no, a volte ciò che sembra alba non è...”, le parole sono bellissime, questa cadenzata marcia penetra nel cuore e termina con un crescendo da lasciare senza fiato.
Prima chiara influenza indiana, nel titolo della seconda canzone, “Bye Bye Bombay”, ritmica e desolante, splendide immagini si affacciano sulla nostra mente: “Steso su un balcone guardo il porto, sembra un cuore nero e morto, che mi sputa una poesia”; nel ritornello c’è il rock, la penna di Manuel Agnelli continua a regalare poesie da brividi, la sua voce è calda e sensuale, accompagnata da intensi assolo di chitarra.
La terza canzone è “Sulle Labbra”, il primo singolo del disco, inno decadente sul degrado della società moderna, sulla mancanza di passione, vitalità, amore, veri sentimenti: “Pensi di avere un credo, poi lo adatti, a quello che sei [...] e come può il mio amore essere limpido, se è la mia nazione che lo inquina, so come un uomo deve decidere, ma ora non so più cosa sentire”. Chi non vuole omologarsi si sente spaesato, si sente in dovere di reagire, perché “anche odiare è un diritto” e “disobbedire acquista un senso in più”. I tempi sono bui, ma forse non è troppo tardi per cambiarli.
“Varanasy Baby”, altra influenza indiana nel titolo, tamburelli e chitarre nella melodia, ottima la batteria di Prette, mentre la voce di Agnelli è sconsolata e si sposa alla perfezione con la musica.  Poi è il turno del primo, vero pezzo rock, di quelli duri: “Non sono immaginario”, episodio particolarmente bello e intenso, che parla di un amore possibile e impossibile allo stesso tempo, per un uomo astratto o reale, dove alla fine c’è solo “la mia magia muore, la tua magia che muore”, ci si deve arrendere, e stringere tra le braccia solo un uomo immaginario in questa società della finzione.
“Lascio quello che ho, sento che crescerò, ma la verità è che la gente sta male...”, questa è la scottante verità della sesta canzone, “La gente sta male”, un atto di rinuncia alle cose materiali forse può portare ad una crescita, ma non è quello che fanno tutti, accontentandosi di inseguire ogni giorno “una normalità che ci ucciderà”: strano mondo, il nostro, abbiamo ormai perso di vista il vero valore delle cose. E non suona come retorica, almeno nelle parole degli Afterhours.
“Bungee Jumping” è un paranoico viaggio appeso ad un filo, che ci permette di “cadere all’ingiù, vedere da lì, le cose al contrario, su te...”, dobbiamo mettere su lenti particolari che ci permettano di vedere chiaramente la realtà e permetterci di fare la scelta giusta e “capire quando è troppo tardi per cambiare idea”. Quando termina l’angoscia è notevole.
“Ritorno a casa” emoziona, nostalgica e malinconica com’è: una chitarra parte da lontano, suona una dolce melodia, mentre Manuel in una sorta di racconto autobiografico apre il suo cuore, ci ricorda della “sua casa, dove abitava da bambino […] della sua intera brigata dell’esercito britannico” nel cassetto; quando la mamma, giovane e bellissima, entra in camera, e il risveglio sopraggiunge, Manuel ci confessa di non aver mai pianto tanto come al risveglio..
“Il mio ruolo”, ultima canzone, bellissima, storia di un amore, romantica e dolcissima: “il mio ruolo è il pensiero malvagio, che ti porta dritto a me”, sono parole che non mi stancherei mai di ascoltare, è una canzone che non smetterò mai di amare.

Un disco complesso, duro, angosciante, “Quello che non c’è”, degli Afterhours, è il definitivo disco della maturazione della band. Non che ne avessero bisogno, i non più giovanissimi componenti del gruppo milanese, già da tempo famosi e apprezzati in Italia e in Europa. Certo, è quasi impossibile ripetere capolavori all’altezza di “Germi” o di “Hai paura del buio?”, ma questo disco non ha in mente nulla di tutto questo. È un album completamente differente dai precedenti, perché la chitarra di Iriondo non c’è più, e nessun altro potrà sostituirne l’inconfondibile suono.
È un album simbolo dei tempi in cui viviamo, figlio di quel disagio e di quella insofferenza nei confronti delle difficoltà della vita moderna. È un album necessario da ascoltare, per crescere con esso, ad ogni ascolto, maturare per poi affrontare con la giusta forza ciò che la vita ci offre, ci propina e, alle volte, ci toglie ingiustamente. Senza abbattersi mai.

 
DISCOGRAFIA ESSENZIALE
During Christine’s sleep (Vox Pop, 1990) 
Pop kills your souls (Vox Pop, 1993) 
Germi (Mescal, 1995) 
Hai paura del buio? (Mescal, 1997) 
(Non è per sempre) (Mescal, 1999) 
Siam tre piccoli porcellin (Mescal, 2001) 
Quello che non c’è (Mescal, 2002) 

BREVI NOTE BIODISCOGRAFICHE
Gli Afterhours sono una delle migliori rock band italiane di tutti i tempi.
La loro formazione attuale vede Manuel Agnelli alla voce, Giorgio Prette alla batteria, Dario Ciffo al violino, Andrea Viti al basso e Fidel Fogaroli alle tastiere. Nel 1990 esce il loro album d’esordio DURING CHRISTINE’S SLEEP, interamente in inglese, molto apprezzato anche oltreoceano. L’avventura continua e nel 1993 esce POP KILLS YOUR SOUL. Del 1995 è il primo album in italiano, GERMI, che vede la canzone “Dentro Marilyn” reinterpretata addirittura da Mina (con il titolo “Tre volte dentro me”). Nel 1997 gli Afterhours registrano l’album HAI PAURA DEL BUIO?, uno dei migliori album rock della storia musicale italiana, secondo alcune delle più importanti riviste specializzate. Del 1999 è il successivo disco (NON È PER SEMPRE). All’inizio del 2001 la band pubblica un doppio live, SIAM TRE PICCOLI PORCELLIN, un cd elettrico ed uno acustico. Dopo l’uscita del chitarrista Xabier Iriondo, anima del gruppo, la band si reinventa, e nel 2002 dà vita a QUELLO CHE NON C’È, nuovo album di studio, intriso di sonorità più cupe e decadenti. 

Afterhours in Lankelot:
Afterhours - (Non è per sempre) di rapace
Afterhours - Germi di rapace
Afterhours - Hai paura del buio? di rapace
Afterhours - Quello che non c'è di rapace

Antonio Benforte, 8 marzo 2005.

Recensione apparsa originariamente sul sito www.ciao.com.

ISBN/EAN: 
0094638107125

Commenti

ho ripubblicato tutti gli after :)

Uno dei due dischi che ancora riesco ad ascoltare degli Afterhours.

Ora sono a Sanremo...

A me piace anche quello successivo, Ballate per piccole iene (ma la sua versione in inglese no). L'ultimo invece non mi attira per niente. Il pezzo di San Remo, dicono sia un buon pezzo. Boh.

Sanremo... brrrrr

"Influisce molto, sulla struttura e le sonorità dell?album, il viaggio di Manuel in India, che gli ha permesso di prendere parte alla vita in un mondo differente da quello occidentale, così assetato di progresso e illusioni materialistiche: lo si sente sia nei testi che nella filosofia dell?intero album. Meno chitarre vigorose, rimpiazzate dal seducente violino di Dario Ciffo, violoncelli, pianoforti, meno violenza e più armonia nei suoni. "

> Queste sono le digressioni e gli approfondimenti che mi piacciono: elementi che vanno a raccontare la genesi e la storia "altra" del disco, le segrete e plausibili influenze e le "corruzioni" della rotta.

http://www.youtube.com/watch?v=HKLH2Ze--ns

una batteria pumpkiniana...

ovviamente il video è stato rimosso da youtube. era la canzone che gli afterhours hanno portato a sanremo. vabbuò.

piace?
a me no.

Piace a tratti. Non l'ha cantata granché, in ogni caso.

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