Cocteau Twins

Victorialand

Cocteau Twins

Sinceramente, all’una di notte passata, io non so dove inizi la musica, la composizione, e cominci il genio. Non mi è permesso saperlo, e penso che per lungo tempo, fino alla mia fine, non mi sarà mai concessa questa grazia da frate indovino. Mi è sufficiente pensare che il mio udito possa cogliere perle musicali, e tanto basta. Se per gli altri non è Genio, mi è sufficiente restare nella mia convinzione, unitamente alla mia birra doppio malto da quattro soldi, e la musica che ascolto dalle casse del mio piccolo stereo da due soldi (di minor valore della birra, badate bene). 

I Cocteau Twins segnano, da Grangemouth, Scozia, un percorso musicale eterogeneo, altisonante, e coriaceo. Aprono la strada a un genere musicale che puzza d’innovazione già dalle prime diffusioni, e scalzano da un sound saporoso di vecchi classici quali Joy Division, Siouxsie (il disco d’esordio “Garlands” (1982) né è un ventre placentare), un’icona avanguardistica di ridefinizione del canone classico della canzone. I Cocteau Twins sono, prima di ogni definizione, dei moderni promulgatori della “non canzone”, muratori della struttura, architetti del sound, ancora prima di essere una band che accompagni momenti quotidiani di comunissima vita. Definirli, anche a distanza di tempo, anche valutando il bagaglio da loro concesso, sarebbe riduttivo quanto pleonastico.

Fanculo, Fraser & Co, siete troppo fuori dagli schemi, e rendete il lavoro più difficile della classica difficoltà a reinterpretare, e valutare (nei limiti delle doti personalissime di chi scrive) la produzione discografica che si può godere da un vostro disco.

 

Il sound, ancor prima di parlare “Victorialand”, è una brodaglia saporita che riporta shoegaze, aritmie arabeggianti, folk, psichedelia e goticismi. Un inferno di specchi che riflettono atmosfere lugubri quanto aperte, sonore, melodiche e oniriche. Non a caso, i critici, nel loro fabbisogno quotidiano di impostare una categoria assolutamente indispensabile a definire, in due parole, una band o solista, parlano per il gruppo scozzese di dream pop. Pop da sogno, o, detto in maniera meno melensa della classica definizione: pop da psicanalisi. Un viaggio dentro la mente. Una pornografia di ambient mescolato a lucidità compositiva gotica, spettrale, orientaleggiante, e svenevole.

I Cocteau Twins sono un viaggio, resta questo, di fondo: uno sguardo svenevole e morente alla melodia, un saluto alla musica, e un desiderio continuo di avanzare, sfondare, penetrare dentro la psiche, e incendiarla di immagini floreali lisergiche nonostante l’lsd non stia necessariamente da queste parti. È solo musica, e tanto basta, allora, per definire il genio, per quanto mi riguarda.

 

 

 


Abbandonando l’esordio di innumerevoli ep come il primissimo “Peppermint pig", o il già citato “Garlands” – entrambi del 1982 –, la produzione dei Cocteau Twins ha sciorinato sapientemente sonorità gotiche e luccicanti di nebbia attingendo dal patrimonio inglese antiluminoso. Tre elementi all’attivo: la wonder woman della voce femminile Elisabeth Fraser (voce), Robin Guthrie (chitarra e tastiere), Will Heggie (basso), hanno dato il via alle danze; di seguito si aggiunse Simon Raymonde, percussionista. E il 1984 porta alla luce “Tresure”, disco di contrappasso: per tanta oscurità inibita offerta, luce e genialità innovativa maturata e servita. Il capolavoro, a detta di tutti. Un’ovazione di pubblico e critica.

 

È il 1986 quando “Victorialand” matura ed esplode. Consacrazione, discutono in molti. Ennesima conferma, invece, echeggiano gli altri. “Victorialand” è il trionfo della luminosità musicale: cuore pulsante del sogno, dell’onirico, dell’inconscio, e fulcro, senza dubbio, di un grosso capitolo della musica contemporanea. Il disco è freddo, riporta la fuliggine dell’esperienza degli anni passati della band, maturandola, lasciandola posata sui mobili per attorniarla di milioni di candele accese. Portando così luce.

“Treasure” è stato un passaggio, indubbio, da premiare. “Victorialand” è la conferma, la salita in cattedra di una voce femminile che potrebbe permettersi di tutto (più di quanto quella spettacolosa donna della Gibbons possa immaginare, purtroppo, perché io, in verità sono innamorato di Beth più di quanto non lo sia di Liz), e un viaggio dentro gli arrangiamenti e dentro la saturazione del concetto di canzone/brano fino a portarlo all’implosione. “Victorialand” è un disco contorto, fastidioso all’ascolto, tanto è illuminato e accecante. Prepotente e endovenoso. Un’ampolla di nettare sonoro.

 Se “Treasure” è stato un disco meditato, pesato, aperto alla definizione di una precisa identità musicale, “Victorialand” è un disco troppo spesso adombrato dal precedente fratello famoso, e per questo da rivalutare assolutamente. Amare. Coltivare. Crescere e portare fino alla morte, dentro una bara. In “Victorialand” non si apprezza una sonorità chiara e precisa, si sentono strumenti silenziosi, accordature aperte, mancanza di sezione ritmica: è tutto sospeso per aria, come senza risentire del tempo classico musicale. È amabile perché fuori dalla classica valutazione della produzione ordinaria di una band.

Il disco apre con “Lazy calm”, suite ambient, polifonica, sonnacchiosa. Incipit silenzioso, poi, la Fraser, che porta per mano dentro il ventre cotonoso della sicurezza placentare del disco. Fluttua, il brano, come tutto il disco, ma all’approccio, “Lazy calm”, mortifica tanto è rassicurante e liquida. Abbiate la compiacenza, a questo punto, già dalla prima traccia, di rendere merito alla Fraser di aver dettato scuola. La new age, Enya stessa (il cui primo disco, “Celts”, risale al 1987), la sopravvalutata Enya, aggiungerei, non può che rendere merito alla Fraser, i Cocteau, e i norvegesi Bel canto. Ne è debitore Michael Crètu (alias Enigma), sperimentatore sonoro di introspezioni musicali. “Fluffy tufts”, poi, seconda traccia di “Victorialand” è un’estraniata ballata arabeggiante, melodica, confortante. “Trhoughout the dark moths” affonda il suo suono in melodie ancorate al suolo, la Frase, alta, vola basso (cercate di capire la sensazione che si possa provare). Su questa linea non posso che trovarci l’anticipazione nordica dei Theater of tragedy e della voice di Liv Kristine. Un mantra il ripetere della strofa. Poetica, la terza traccia. “Whales tails” riluce di un giro vocale fastidioso, acuto. Poetica la Fraser che si libra, si apre, luccica. “ooming mak” è un solare intarsio lunare di cori, levigazioni melodiche della Fraser che, volenti o nolenti, è la padrona del disco nonostante il fascinoso lavoro della band, e nonostante il massiccio apporto chitarristico di Robyn. “Little spacey” è una filastrocca del sogno. Rimbalza, la voce, su medievaleggianti basi sonore. Arpeggi ludici, giocosi, baldanzosi. “Feet-like fins” è un tantrico influsso erotico in musica. “How to bring a blush to the snow” arpeggia, un muro di suono che si solleva, verso il basso, e le voci confuse, che echeggiano, confondono, un vero e proprio colpo di genio. Provengono da ovunque, le voci, da oltre l’inconscio, dal fondo del petto della creazione sonora. “The tinner the air” è macilenta, ombrosa, quasi un tributo al passato, nonostante lo stile nuovo e luccicante della band permanga. Una funerea crescita di un pathos sonoro. I fiati si confondono. Le voci sorgono come soffi di canne d’organo. Accordi melodici. Vocalizzi che sfiorano il lirismo. Accordo finale, sullo sfondo.

E il disco chiude, senza preavviso.

Il pregio di “Victorialand” è la vitalità prepotente offerta a distanza di vent’anni. 20 anni, per capirci: un’infinità di tempo, se si pensa che in vent’anni un neonato matura, cresce, è in grado di votare e procreare. I Cocteau Twins hanno ingravidato il ventre musicale con una perla non discutibile.

Discografia:

Garlands (1982)  Head over heels (1983)  Treasure (1984) Victorialand (1986) The Moon and melodies (1986)  Blue bell knoll (1988) Heaven on Las Vegas (1990) Four Calendar Cafè (1993)

Milk and kisses (1995) Lullabies to violaine / anthology (2005) – comprende tutti gli ep usciti durante gli anni.

Approfondimenti web:

ISBN/EAN: 
0652637060225

Commenti

a) ho capito di non saper caricare le immagini come m'è stato richiesto b) non capisco perchè ogni volta che pubblico, pur mantenendo i paragrafi ordinati in word, e caricandoli nell'editor con le dovute cure, appaiono tutti alla cazzo di cane. ira!

Fai semplicemente: copia testo su .doc; quindi: digita ctrl e v
(stanotte cmq reimpagino e revisiono)

ok, ritaglio di tempo, tutto sistemato. Ho corretto qualche refusetto (titolo, nome album qua e là nel pezzo; qualcosa può essermi sfuggito)

Faccio ctrl x e ctrl v. Lo faccio normalmente, però poi si incasina il tutto. Anche le immagini, poi, non so come si carichino dal mio hdd. Sono un down di lankelot.eu

ma dai. tutti stiamo imparando. io per primo;).

(gran pezzo!)

"Il pregio di ?Victorialand? è la vitalità prepotente offerta a distanza di vent?anni. 20 anni, per capirci: un?infinità di tempo, se si pensa che in vent?anni un neonato matura, cresce, è in grado di votare e procreare. I Cocteau Twins hanno ingravidato il ventre musicale con una perla non discutibile".

> Matrivian, penso solo a un pezzo come "Musette" - non ricordo in quale disco sia, so soltanto che ha un'espressività e un'intensità che non hanno conosciuto ombra e intervallo. Ringrazio qui chi ha provveduto a sistemare il mio archivio-Cocteau - forse passa da queste parti e ci fa un saluto, il grande Closer.

(grazie ancora per la rec)

così a memoria mi viene "Musette and drums", da "Head over heels", secondo disco ufficiale della band. Poi non so, magari è qualcosa che proviene da qualche ep che non trovo e non ho. ;)

esatto:).

grande brano, allora. Grandissimo.

Non ho mai cercato troppa discografia dei Cocteau. Completamente immerso nel dark dei Cure e nella voce Di Ian Curtis. Ho solo un disco(quadruplo) "Lullabies To Violaine" su piccì. Sicuramente conoscerò almeno la metà di queste canzoni inconsapevolmente. :)

Grossa recensione. Notturna. Grande...

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