L’orco lo fece prigioniero / e una porta per scappare lui non la trovò / E allora divenne un uccello / e attraverso le sbarre nel cielo volò.
Ci avevano detto, non troppo tempo fa, per bocca di Marcello, leader indiscusso, ad un concerto organizzato a Roma da Azione Giovani, che quella sarebbe stata la loro ultima esibizione, brillante sigillo all’ottimo Decimo, album che raccoglie le hit musicalmente riaggiornate della più nota e celebrata band del panorama della “musica alternativa”. Ce lo avevano detto ma, si sa, sovente verba volant, in questa circostanza non per un atto di incoerenza, suppongo, ma per una sorta di nostalgia e voglia di riproporre ballate perdute, dimenticate, in alcuni casi nemmeno concluse (di Masha, per i pochi che hanno avuto l’opportunità di ascoltarla prima dell’uscita del disco, esisteva solamente una versione tronca). Ballate che scavano nella memoria e nella gioventù dei ragazzi del tempo che fu, oramai divenuti adulti, nel dolore per la perdita più grave, nell’amore restituito come atto di rivolta e ribellione nei confronti di un mondo che creava ghetti ed emarginazione politica e sociale. Dirsi fascista, gravitare in una certa area antagonista, soprattutto quella non istituzionale era, alla fine dei Settanta, un modo per opporsi non solo all’omologazione culturale sinistrorsa, ma anche e soprattutto a un sistema ingessato di convinzioni storiche cristallizzate. Era ribellione, non conformità. I canti dei 270bis, le loro ballate di forte intensità, nacquero proprio da queste esigenze, unitamente alla necessità di cementare una comunità che dopo la fine dei Settanta, con le morti e gli arresti, le condanne infami e i marchi indelebili su memoria e coscienza (sulla vita) che inevitabilmente si ritrovava, andava incontro all’era del riflusso con un colmo di angoscia e disillusione impressionante. Ecco che arrivano i canti per una generazione, decisamente fiaccata ma sempre restia alla rassegnazione, quelle canzoni che chi - come me, e come molti altri ragazzi (più di quelli che, da assoluti neofiti del tema in questione, potete immaginare) – ha gravitato anche solo pochi mesi in questo ambiente non può non conoscere. Parliamo di Non scordo, Claretta e Ben, Eri bella, Libertari, Cara amica, Salve sole, Oceano di guerrieri, C’è in te, Settembre nero, le cui musiche e i cui versi hanno fatto compagnia e aiutato a porsi interrogativi a più d’una generazione di adolescenti e ragazzi, trovando spesso in noi adulti di oggi un uditorio che va oltre la semplice nostalgia del tempo in cui all’ideale, alla politica – quando eravamo giovanissimi e pronti a spaccare il mondo – si voleva decisamente credere. Credetemi, dunque, quando vi dico che le loro ballate – unitamente a quelle di Massimo Morsello -, per più generazioni restano come un patrimonio dal valore intimo ed esistenziale difficilmente paragonabile a qualsiasi altra cosa esista in musica. Ma entriamo nel vivo del disco.
DI DOLORE, DI RABBIA E D’AMORE
La prima traccia, la già citata Masha, è davvero un canto perduto, recuperato per esaltare il contrasto tra vita rurale, a dimensione d’uomo, e orrori della modernità, raffigurati da mostruosi macchinari senz’anima, pronti a distruggere. Ma l’uomo è pronto all’estremo sacrificio per salvare l’eterna bellezza: Guarda come è biondo il mio grano / ogni spiga è una goccia di sole / non pensano neanche a tagliarlo / di asfalto lo stanno coprendo / perché ma perché non capite / che io non posso lasciar la mia terra.
La visione estrema della natura come “soggetto antagonista” connota questa prima traccia, per farsi poi luogo dell’anima, riflessivo e solitario, in cima alla collina che accoglie il doloroso canto d’amore di una ragazza che cerca l’altezza per incontrare l’eternità di pensieri assoluti rivolti ad un lui partito che mai ritornerà. Siamo all’interno della seconda traccia, Siùil a Ghrà, splendida ballata tradizionale irlandese, riletta dai 270 bis e interpretata dall’intensa voce di Chiara Ciavardini (giovanisssima figlia - e nipote di Marcelllo - di Luigi Ciavardini, ingiustamente accusato, insieme ad altri camerati, della tristemente nota strage di Bologna), che si fa melodia angelicata e struggente. Avvolgendo: Vorrei andare in cima alla collina / lassù lassù io piangerei / e per ogni mia lacrima / girerà una mola / vai con Dio vai con Dio tesoro mio / tingerò di rosso la mia veste / mendicherò girando il mondo.
Ai toni soffusi e dilatati dei primi due pezzi, fa seguito una ballata antagonista, Il poeta, in cui protagonista è il cantore in versi, il maestro, colui che invita alla rivoluzione. Dedicata al giovane poeta rivoluzionario Rigoberto Lopez Pérez, trucidato dalla Guardia Nacional nicaraguense. Parole che traducono l’impeto giovanile di rivolta, cui con sorpresa, visto i tanti cani che abbaiano ma non mordono, il poeta fa seguire i fatti. Sarà ricordato come un martire, vista l’atroce sorte cui andrà incontro: Lui parlava di rivoluzione / con le parole più belle / e noi eravamo stupiti / nel sentirlo parlare / con le parole più belle / con le parole migliori / i sentimenti / che tutti noi sentivamo… E gli spezzarono tutte le dita / perché non scrivesse canzoni / e gli spezzarono i denti / perché non potesse cantare / ma restavano gli occhi / li potevamo vedere / lui ci guardava / e ci lasciava stupiti
Siamo nella parte più intima, personale, dolorosa e ispirata dell’album, momento in cui Marcello intona Nanni è partito, sentito omaggio al fratello ucciso in carcere dalle forze dell'ordine (facendo passare il tutto come un suicidio: non esiste ancora giustizia per Nanni). Davvero un pezzo notevole, in cui il dolore si trasfigura per farsi catarsi proiettata in un mondo onirico, simbolico e immaginifico, in cui lo sfortunato giovane è rappresentato come un uccello che può fuggire attraverso le sbarre, trovando la libertà dall’insensato e dalla feroce ingiustizia propria a quel mondo di trent’anni or sono, fin troppo dimenticato. Rabbia e commozione, ma anche speranza: C’era un grande guerriero / con lo sguardo sereno che giocava con te / combatteva senz’armi / era senza cavallo ma è lo stesso per te / Ora è partito ma ritornerà / tornerà quando tu chiamerai / ora è partito ma se lo vorrai / tornerà quando sogni da te.
NANNI DE ANGELIS
Nanni torna nel sogno, sogno liberatore anche nello splendido pezzo successivo, Nella mia stanza. Ancora riferimenti autobiografici per Marcello, che canta il tempo della sua prigionia, restituendo emozionanti immagini a contrasto, tra la sua cella e la “stanza di speranza” del suo giovane amore: Nella mia stanza il sole non arriva / nessuno canta la morte ci è vicina / nell’aria manca ogni genere di odori / nella mia stanza ti tolgono i sapori / Nella tua stanza grandi finestre aperte / le serrature non chiudono le porte / sulle pareti uccelli e arcobaleni / nella tua stanza quello che sogni ottieni… Nella mia stanza comandano i guardiani / quando ci parlan ci trattan come cani / non vedo un fiore da non so quanto tempo / una parola gentile non la sento.
Con la sesta traccia, Chi più mi prenderà, si ritorna ad una ballata di rivolta esistenziale in cui Marcello sfida, omaggiando ed evocando ancora Nanni, oltre che i suoi nemici addirittura la morte, prendendola di petto. Anche qui siamo su registri musicalmente ispirati: No non mi hanno fatto niente / quei colpi che mi avete dato / la morte non mi fermerà / sarò io che la possiederò / Volo sulle teste / nella mia immensità / volo tra la gente / chi mai mi fermerà.
La settima traccia è una metafora sulle illusioni della vita, ricca di suggestive immagini dell’infanzia, in cui La bambina si traveste di magia e sortilegio, per quel bambino che ha vissuto l’incanto puro e limpido di un momento, che lo aiuterà comunque crescere più forte e consapevole della possibilità dell’inganno del destino, dell’uomo e del sogno: Il bambino tutto intorno si guardò / dentro un volo di farfalle si trovò / la bambina d’improvviso / in quel volo si innalzò / lui era incerto ma a volare ci provò / la bambina era soltanto una magia / e una strega quel che dà si porta via / il bambino è nel cortile / tutto è grigio intorno a lui / la bambina è andata insieme ai sogni suoi.
Si prosegue con un pezzo sarcastico, La giostra del cuor, la cui protagonista, una donna in carriera, vive irrimediabilmente perduta nella sua solitudine. Subito di seguito una canzone che fa parecchio fine Settanta inizio Ottanta, Nannannà najannanannà, nella quale vi è anche l’intervento del coro infantile, alla Another brick in the wall (perla assoluta dei Pink Floyd), per capirsi.
Si torna su toni intimi ed esistenziali con la struggente Vorrei, canto in cerca di salvezza e d’amore, per un mondo diverso. Ma il destino del ragazzo che ha scelto la via della rivolta non può che essere segnato: Vorrei che questo sangue non fosse cosi rosso / vorrei restarti accanto / ma proprio più non posso / Vorrei tirarle contro / questa troia di rasoio / Vorrei vivere in eterno / ma guarda come muoio / Vorrei non dirti addio / vorrei che mi salvassi / ma con quest’ultima mia marcia / non torno sui miei passi.
Si chiude con una ballata allegorica, Canto di un Sufi metropolitano, forse dedicata ad un amico, un camerata travolto dal destino e rinchiuso (ingiustamente - logico pensare allo stesso Ciavardini) nelle prigioni dell’esistenza. Cercando il cielo, un orizzonte libero, in cui lanciarsi nuovamente alla vita: Sono un uomo del deserto / che attraversa il vuoto / sopra un animale cieco / fino alla fine della sua condanna / Sono un naufrago delle città / in cerca del suo regno / perduto ai dati con il destino / via dallo spazio e dal tempo.
Undici tracce, forse l’ultimo lascito dei 270bis (ma, come accennano sul loro sito, mai dire mai), compongono un album decisamente lontano dalle atmosfere dei lavori precedenti. Siamo distanti dall’immediatezza del verso come “slogan politico” - sia pur sempre ricercato e mai banale, se ben guardiamo alla storia del gruppo –, o quantomeno dai territori in cui l’esortazione alla battaglia antisistema è evidente o codificata per l’ambiente. Siamo sempre su un terreno ispirato, musicalmente e a livello di testi, quasi con sorpresa visto il tempo che portano con sé queste canzoni, accantonate e riscoperte, riportate a nuova vita attraverso registri votati all’essenzialità. Il suono pulito della chitarra, del sax e del piano (davvero tanto pianoforte) si amalgamano perfettamente con la voce roca di Marcello, consumata dal tempo, dall’alcol (gran bevitore di birra durante i concerti, e non solo), fors’anche dall’ulteriore imborghesimento (ora è senatore di Alleanza Nazionale) cui è andato incontro, ma sempre intensa e perfetta per intonare le undici tracce del disco. Probabilmente il disco più intimo e personale della band, come si diceva, che per l’occasione azzera l’uso degli effetti computerizzati e delle tastiere, proprio per restituire verità e vita con canzoni di dolore, rabbia, morte e amore, sempre orgogliosamente rivolte alle nuove generazioni di fruitori della loro musica. Tutte canzoni che bene o male avevamo ascoltato, cercandole nel web, trovando versioni in cui spesso non si capivano nemmeno le singole parole, tanto erano tecnicamente scadenti nella registrazione originale. È il caso della famosa “cassetta di Londra” (in cui erano contenuti Nella mia stanza e Chi mai mi prenderà), della stessa Masha o de Il poeta, fino ad arrivare alla struggente e malinconica Nanni è partito. Proprio con i versi per Nanni ci si presenta la copertina del disco, essenziale come il resto, doveroso omaggio di Marcello non solo ad un fratello coraggioso e amorevole, ma a quello che sarebbe suo malgrado diventato uno dei dolorosi simboli di una generazione in lotta per un diverso avvenire.
Davvero un bell’album, in stile cantautoriale, che dimostra ancora una volta quanto i 270bis avrebbero meritato un più vasto uditorio rispetto a quello, pur orgogliosissimo, che li ha accompagnati con amore in questi anni. E chi se ne frega se Marcello è diventato senatore, non mi va di fare processi alle intenzioni. Speriamo che il loro viaggio in musica non sia ancora terminato.
270bis, Tracce
Musiche e testi: Marcello De Angelis
Arrangiamenti: Giaco, Max Cocciolo
Voce: Marcello De Angelis
Voce femminile: Chiara Ciavardini
Léon, maggio 2007.
Commenti
é uscito da un mesetto, e visto l'assenza di commenti in rete, lascio uno dei primissimi pezzi scritti su questo nuovo disco dei 270bis.
Chi volesse acquistarlo può andare qui: www.270bis.com o se vive a Roma alla Libreria Europa.
Tra i vecchi pezzi, il mio preferito è "Non scordo". Li ho conosciuti meglio qualche anno fa grazie a un paio di amici, ho diversi mp3 che ho ascoltato con curiosità e piacere, pur non essendo mai stato un militante o un attivista di partito.
Grazie per la speciale segnalazione.
Doverosa, direi, visto che non ho trovato nessuna recensione in rete;)
Meglio ancora:). In effetti musicalmente avrebbero meritato diversa visibilità: diverse cose, tecnicamente, non sono male; molto pulite, lineari, equilibrate. Probabilmente - in questo caso l'esempio è macroscopico - fossero stati schierati altrove come altre band, avrebbero avuto diversa fortuna nella scena alternativa. Ma non avrebbero contato sullo zoccolo duro che nomini;).
Saluti
Si, si, tecnicamente sono bravi, e se fossero provenienti da altri ambienti avrebbero avuto le loro - piccole o grandi non so, ma le avrebbero avute - fortune commerciali. Ma in fondo li preferisco cosi, per noi pochi (che comunque oramai abbracciamo diverse generazioni).
Anarcosaluti