Come reagireste se domani i mezzi d’informazione annunciassero che qualche simpatico cervellone ha inventato una macchina capace di predire, dopo l’analisi di una vostra goccia di sangue, le modalità della vostra morte? Non quando accadrà ma come schiatterete e che quel come non fosse così chiaro come magari vi potreste aspettare ma con delle frasi tipo “Non facendo ciao ma annegando” o “Mandorla”? o “Ucciso da Daniel?” Probabilmente rimarreste agghiacciati ma forse, in fondo al vostro cervello, sorgerebbe il desiderio di provarla o farla provare a qualcuno che vi sta accanto e per il quale magari non provate un grande affetto.
Berto s'è appena sposato ma non sembra proprio euforico. Dovrebbe essere almeno felice, ma non sembra felice. Sembra preoccupato, più che altro. Lui e sua moglie stanno in viaggio, e lui non ha una gran voglia di pensare. Meglio non pensare. Meglio non capire. Sente che Anna è nervosa, si discute per cose minime. Forse è l'emozione del nuovo, comune inizio. Forse è qualcosa di diverso.
Con l'espressione “delitto d'onore” si intende un delitto in cui, nove volte su dieci, la vittima è una donna e il carnefice è un uomo membro della medesima famiglia. Figlie, sorelle, persino madri uccise per essere incorse in comportamenti ritenuti socialmente indegni, che “macchiano” l'onore e la rispettabilità di una famiglia. Macchie che si pretende di lavare col sangue, infilandosi in un tunnel in cui si perdono sia il futuro, sia l'onore. A ben vedere il delitto d'onore ha due vittime concrete, l'ucciso e l'uccisore, e un mandante virtualmente astratto, ma socialmente concretissimo: l'onore.
Dice che uno dei dolori più grandi, forse il più grande in assoluto, che possa toccare di vivere a un essere umano sia quello di perdere un figlio. Un dolore così grande che seppur faticosamente somatizzato nel corso degli anni non smette mai di far soffrire e sono sufficienti una foto, un momento di debolezza, un evento simile accaduto a qualcun altro per tornare con la mente a quel terribile momento e per sognare, forse, il giorno del possibile ricongiungimento con quella parte di se stessi prematuramente scomparsa.
«Il mio amico sciamano mi dice che è solo uno spostamento, amore. Mi dice che ti sei solo spostata, e dove ti sei spostata non posso vederti. Mi dice che tutto quello che vediamo non è vero. Che vero è solo ciò che non vediamo. Ma il mio amico sciamano non sa che io ti vedo ugualmente, per quanto tu possa esserti spostata. Non sa che ho fatto di te la misura di tutta la mia vita» [Tonon, “La luce prima”, p. 76]
Terzo libro di narrativa di Gabriele Dadati, scrittore e consulente editoriale piacentino classe 1982, “Piccolo testamento” [Laurana, 2011] è la confessione e la trasfigurazione del dolore dell'allievo che ha perduto il maestro: è lo sconsolato memoir di un letterato ragazzo che ha dovuto accettare una perdita percepita come una mutilazione. È la storia della sua sofferenza: di quanto è inconsolabile e di quanto è fredda: e di quanto è spoglia di pretese di sublimazione. Assieme, è la frammentaria e semplice vicenda dell'amicizia tra due letterati, del riuscito passaggio di consegne tra due generazioni, del momento del passaggio di consegne tra due generazioni.
“Non c'è volta nei nostri colloqui ch'io non mi senta più indegno e nel tempo stesso io non trovi in me una nuova forza e speranza di far la mia vita migliore. Perché s'io possa un giorno per l'ultima volta chinare il capo tra le mie figliole e queste con dolore tranquillo mi congedassero: padre, tu ci lasci pur una vita da vivere senza disperare – oh, io avrei portato alla felicità la mia fatica e ritrovato Dio, per te, fratello” [Stuparich, “Colloqui con mio fratello”, p. 97].
Allegoria intensa ed elegiaca dello spirito di accettazione della depressione, dell'anomia, della sofferenza e dell'inquietudine che feriscono e offendono la nostra società occidentale, e il nostro tempo, “Salone di bellezza” è un romanzo breve e crudo – è la drammatica rappresentazione della prepotenza del malessere di tanti individui squassati dalla freddezza e dal disordine della vita metropolitana: dalla sua rinuncia incontrovertibile alla bellezza, su tutto.
«Life is just what happens to you/
While you're busy making other plans» [John Lennon, Beautiful boy].
In fondo la morte è stata sempre una inseparabile compagna di viaggio dei personaggi dei film di Clint Eastwood, se si vuol ripercorrere brevemente anche solo a fuggevole memoria la carriera dell’ottantenne regista statunitense. Una morte non da temere né da scansare, quella evocata più volte dal cantore crepuscolare delle contraddizioni d’America, e tanto meno è mai stata quell’innominabile ingombro che è nei fatti divenuta per la società occidentale di massa che insegue, più o meno consapevolmente, lo spettro (quello si, ben più mortifero e pericoloso) di un benessere illusorio che si cela dietro infinite maschere.
La leggenda di Tiberio Mitri, il campione che sfidò “Toro scatenato” Jake La Motta e morì vecchio, solo e dimenticato, travolto da un treno a Roma, non ispira, a dieci anni esatti dalla fine dei suoi giorni, soltanto documentari e biografie nostalgiche: il secondo romanzo del giovane letterato romano Andrea Caterini, La guardia (Italic Pequod, pp. 160, euro 14), si fonda sulla trasfigurazione della fine del vecchio pugile triestino per dare vita a un melodramma famigliare mai avvenuto. Caterini immagina un mondo in cui il figlio maschio del pugile, Alessandro, è sopravvissuto al padre: ma come il padre sembra predestinato a un epilogo sordido e oscuro.
Che possa esistere la vita oltre la morte è la granitica certezza di quelli che credono nell'anima. Che possa esistere una forma di comunicazione tra i vivi e i morti è una speranza che alimenta le giornate di chi ha perduto qualcuno prima del previsto: prima che fosse “naturale”. Che l'aldilà esista come dimensione parallela, ed estranea alla presenza di un dio, è una visione più letteraria che religiosa. Alè, ci stiamo avvicinando allo spirito dell'opera. Che esista una forma di consolazione per le sofferenze e per le violenze ingiustamente conosciute in terra è un grande sogno di tutti.
Dopo la poco convincente parentesi americana con Noi due sconosciuti, la cinquantenne regista e sceneggiatrice danese Susanne Bier torna in patria con un film pensato e costruito appositamente per concorrere nelle rassegne festivaliere. In un mondo migliore è in effetti il classico film a cui la critica non rimane insensibile, sia per i temi trattati che per il ritorno a un cinema indipendente che porta ancora con sé qualche traccia del Dogma e del maestro Lars von Trier.
Raccontare la morte dimenticando la prospettiva dell'eternità, dimenticando la possibilità della reincarnazione e accantonando qualsiasi meditazione sull'anima, e sulla vita dell'anima, può diventare un incubo di sofferenza, disperazione e malessere. Può diventare un gorgo in cui si sprofonda.
“È una buona cosa ritrovarsi soli in una camera d'albergo ben chiusa, camminare nudi sul tappeto in fibra, guardarsi a lungo allo specchio e decifrare sul proprio viso i segni che si è abituati ad analizzare sulle linee della mano. Attendendo che la vasca da bagno si riempia fino all'orlo, mi guardo nudo nel riflesso dello specchio, come un ricordo stereotipato. Il pallore, è il sovraffaticamento degli ultimi mesi al giornale. Le occhiaie violacee, e il peso invisibile che tira le labbra verso il basso, è Madeleine. Negli d'occhi d'un blu spento, che mi trafiggono freddamente, riconosco la mia disperazione, o forse la follia. Ho il volto dell'autunno che finisce” (Aquin, “L'invenzione della morte”, p. 5).
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