Ecco un nome che sicuramente vi dirà poco o nulla, Armando Crispino, regista affatto prolifico che trovò il suo maggior periodo d’ispirazione nella prima metà dei Settanta, grazie a due thriller a loro modo geniali: L’etrusco uccide ancora (1972) e Macchie solari (1975). Proprio di Macchie solari ci occuperemo nella nostra analisi, non dimenticando che il nostro, prima di darsi al thriller aveva sondato tutt’altro genere, la commedia (Faccia da schiaffi – 1969). Crispino, comunque, ad oggi, in epoca di rivalutazione del B-movie dei Settanta-Ottanta, sembra assolutamente dimenticato, caduto in un incomprensibile oblio della memoria critico-cinematografica del Belpaese.
L’epoca dello “spaghetti western” è stata non lunghissima ma intensa e prolifica, ha partorito opere che incontrarono il gusto degli italiani e non solo, andando a solleticare l’attenzione di altre cinematografie occidentali e orientando non poco il cinema orientale di genere degli ultimi venti-venticinque anni.
A monte c’è un paradosso: l’ispettore capo della Squadra Omicidi uccide la sua amante durante un rapporto sessuale contrassegnato da sadomasochismo, cronaca nera e lenzuola di lusso. L’omicidio è intenzionale: l’ispettore dissemina ovunque prove e indizi che incriminerebbero qualsiasi cittadino comune, vuole dimostrare a se stesso che i rappresentanti del potere possono sfuggire anche al cospetto di prove schiaccianti. Si prodiga per dimostrare la sua colpevolezza, ammette la sua colpevolezza in tutti i modi possibili, conduce i colleghi sulle sue tracce, ci dimostra che il potere è un abuso e un aborto: nessuno avrà l’intelligenza e il coraggio di puntargli il dito contro.
INTRODUZIONE
Storia di un venditore di sogni, non di un inventore di sogni. Perché i sogni che Joe Morelli (Sergio Castellitto) va vendendo nei paesini dell’entroterra siciliano del primo dopoguerra sono i sogni di grandezza, ricchezza e fortuna del popolo d’ogni nazione, lui non deve inventare nulla. Deve solo mostrarne la superficie, e descriverla; senza promettere nulla, deve suggerire che quel mondo incantato è accessibile per chiunque.
Bobby (Sean Penn) guida una Mustang del giugno del 1964, per le strade dell’Arizona. È in viaggio da parecchio tempo, sembrerebbe. È piuttosto malridotto: sembra inquieto, spaventato, estenuato. Ha una sacca piena di denaro, deve precipitarsi a Las Vegas per saldare un debito. Altrimenti corre il rischio di vedersi tagliare altre dita delle mani. Bel guaio. La sua macchina si guasta; inversione a u, e si entra nella ridente e amena cittadina di Superior, ai margini del vecchio territorio Apache, in cerca di un meccanico. L’officina cade a pezzi, il meccanico è un umanoide.
Un realismo eccessivamente doloroso da accettare senza il filtro del grottesco, senza la mediazione del paradosso e senza la deviazione della visionarietà: un film di denuncia organico, lacerante e intellettualmente onesto, pregiato da un’interpretazione superba di Gian Maria Volontè.
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