Sull’identità vicentina e altro – 2.
1974. Opera prima di Stanislao Nievo, scrittore e giornalista e avventuriero, “Il prato in fondo al mare” finì per appassionare pubblico e critica. Complice l'argomento – l'oscura vicenda della fine del grande antenato dell'artista, Ippolito Nievo – complice la scrittura frenetica, diaristica e febbrile dell'erede, complici le stravaganti e grottesche incursioni nella parapsicologia che vanno a puntinare di delirio la narrazione, ricerca d'una impossibile verità a un secolo pieno di distanza dai fatti, in parecchi finirono per apprezzare Stanislao più ancora di Ippolito.
Berto s'è appena sposato ma non sembra proprio euforico. Dovrebbe essere almeno felice, ma non sembra felice. Sembra preoccupato, più che altro. Lui e sua moglie stanno in viaggio, e lui non ha una gran voglia di pensare. Meglio non pensare. Meglio non capire. Sente che Anna è nervosa, si discute per cose minime. Forse è l'emozione del nuovo, comune inizio. Forse è qualcosa di diverso.
Questo è un romanzo di un ritorno. È il romanzo del ritorno a casa del soldato prigioniero di guerra: il ritorno di uno che aveva perduto la speranza, e s'era ingannato a dare coraggio agli altri, come poteva. Milano sembra un paese straniero: “case distrutte, muri sudici e neri per gli incendi” [p. 127], rovine a pochi passi da casa, alberi sradicati. La porta di casa, tanto attesa, è a un passo. L'interno della casa è intatto. La famiglia si raduna attorno al figlio ritornato. Lui si guarda allo specchio e si ritrova “una faccia ambigua: disorientata e goffa […]. Mi sembrava di avere polvere anche dentro gli occhi, ma doveva essere soltanto stanchezza” [p. 132]. Passano giorni, settimane. Il reduce rimane quanto più può a letto.
Mi è capitato, recentemente, di verificare la grandezza de La suora giovane con un mio collega avanti con gli anni. Quando ha saputo che ne avrei parlato s’è compiaciuto, ha sorriso e poi ha cominciato a raccontar la trama come se avesse chiuso il libro minuti prima: lo aveva letto da giovane e rimasto folgorato.
Ormai è un dato di fatto che il romanzo di Arpino sia considerato, dai più, come l’opera più riuscita e toccante dell’intera sua produzione, una storia che per la sua semplicità e per la commistione di elementi sociali e di magnetismo rappresenta anche una chiave di volta per rappresentare un paese nella sua fase massima di ricostruzione.
Sull'identità vicentina e altro - 1
Ruggero Zangrandi che, col suo imponente Il lungo viaggio attraverso il fascismo, enumerò vizi e virtù dell’intellettualismo sotto il regime, non aveva una grande considerazione di Sem Benelli, e s’infastidì soprattutto quando il commediografo, pur valendosi dell’etichetta di antifascista, aderì con entusiasmo alla politica mussoliniana contro le inique sanzioni.
Sem Benelli non era un vero e proprio oppositore al fascismo: semmai era un intellettuale che con intelligenza aveva intuito la forza del nuovo secolo e con essa gli stimoli che ne derivavano.
“Le Marchesi! Che strane visioni di esotiche cose evoca solo il loro nome. Nude uri... banchetti cannibaleschi... boschi di noci di cocco... banchi di corallo... capi tatuati e templi di bambù; valli piene di sole dove cresce l'albero del pane... canoe intagliate che si cullano sulle splendenti acque azzurre... selvagge foreste custodite da idoli terrificanti... riti pagani e sacrifici umani” [Melville, “Typee”, Piano B, Prato, 2011; p. 23].
Dalle mie parti la chiamano "malerba" ma credo che possa essere facilmente assimilata alla "malapianta". Si tratta di una coltura infestante, particolarmente nociva che cresce rapidamente, senza difficoltà e che è complicato estirpare. Il parallelismo tra la "malapianta" e la 'ndrangheta è lampante. Ma la "malapianta" ricorda anche la struttura di tronco, rami e foglie che caratterizza la 'ndrangheta la quale si basa, ormai da secoli, su una gerarchia di poteri ben definita ed inviolabile tenuta assieme soprattutto grazie a vincoli di sangue e al silenzio omertoso di chi ne fa parte.
Quinto libro di narrativa di Renzo Rosso, apparso a sei anni di distanza dalla raccolta di racconti “Gli uomini chiari” [Einaudi, 1974] e otto anni prima del velleitario e debole “Le donne divine” [Garzanti, 1988], “Il segno del toro” [Mondadori, 1980] è un romanzo allegorico e satirico, pretenzioso, apocalittico e fumoso.
Ricordo ancora con sgomento quando, in occasione della nuova edizione del libro, una nota informativa Mondadori scriveva che era in libreria la ristampa di Deiezione. Chissà, ma mi viene da pensare ad un clamoroso lapsus dettato dall’esalazione che questo romanzo ha sempre emesso. A Roma si direbbe, cambiando totalmente espressione: un cagnaccio.
Vincent Spasaro rappresenta un nuovo successo della scuderia de Il Foglio Letterario, dopo il lancio internazionale di Lorenza Ghinelli (Il divoratore - Newton Compton), che con il nuovo editore ha superato le 50.000 copie e sarà tradotta in tutto il mondo.
Curioso come l’autore voglia determinare i fatti con estrema precisione e voler suggerire ‘un cogli l’attimo’ come se quello successivo potesse influire sulla memoria. Non si spiegherebbe l’affanno di Petroni di determinare la nascita di questo piccolo e straordinario libro.
Dice nella post-fazione dopo che su alcuni testi e articoli di giornale era apparsa la nota che l’anno di ideazione di Il mondo è una prigione fosse il 1949: Ma esiste una data privata del libro, lo dico perché mi piace, ed anche per altre ragioni: il manoscritto fu il mio regalo di nozze alla Puci. Ci sposammo il 20 settembre del 1945, perciò questa è la sua data.
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