"Camera mia è un ammasso disordinato di oggetti ed emozioni. Come casa mia, come la mia testa. E l’ultima cosa che cerco è qualcuno che sia in grado di metterle in ordine. Quello che cerco è qualcuno che sia in grado di cambiare posto alle mie cose ogni giorno. Alle mie emozioni, ai miei pensieri. Qualcuno che mi fotta la testa, non che cerchi di mettermela a posto. E per poter fare questo, bisogna essere in grado di lasciarsela fottere la testa. Di lasciarsi disordinare da qualcuno. Di lasciare che ti rapisca.”
L’opera prima di Vergnani è stata una scoperta, doppia. Fin dalla lettura delle prime pagine ho visto Modena trasfigurarsi. Vivo in questa città ormai da quattro anni e posso dire di conoscerla poco, quel tanto che mi basta per uscire di casa ogni mattina senza perdermi. Ogni tanto mi concedo, o meglio, le concedo, la scoperta di una strada o di un angolo nascosto, cercando di fissare nella mia mente un ricordo da associare. Ebbene, c’è un luogo che è ormai parte della mia vita, che ho attraversato ogni giorno per diverso tempo e che continuo a vedere ancora oggi.
Apprezzato da Pier Paolo Pasolini e da Giorgio Bassani, il romanzo “Zebio Còtal” del misconosciuto scrittore e poeta modenese Guido Cavani (1897-1967) apparve nella “Biblioteca di Letteratura” Feltrinelli nel 1961. Pochi anni prima era stato stampato in proprio dall'autore, post scarto vallecchiano, in duecento copie. Cinquant'anni più tardi, Cavani è rimasto un artista molto laterale. Il suo destino, sin qua, è stato quello d'essere periodicamente riscoperto; infine, il suo “Zebio Còtal” ha avuto l'onore e l'onere di rappresentare la seconda, paradigmatica uscita della collana “Novecento Italiano” di ISBN Edizioni, nel 2009.
Angelo Fortunato Formiggini, brillante e pionieristico editore e letterato modenese, si suicidò nel 1938. Si suicidò non perché fosse disperato, non perché fosse ammalato, non perché fosse solo. Si suicidò perché era ebreo, e perché voleva protestare contro le leggi razziali: voleva gridare alla nazione tutto il suo dissenso, tutta la sua rabbia e tutta la sua angoscia per quel che stava diventando l'Italia. E cadendo dalla Torre Ghirlandina di Modena, gridò per tre volte la parola "Italia". Antonio Castronuovo, biografo e saggista autore di questo "Libri da ridere" (Stampa Alternativa, 2005) non ha dubbi: "Un uomo può giungere a suicidarsi per protesta.
Il letterato è un vagabondo che ruba. Un vagabondo che ruba alla natura e al signore, con ogni sguardo, un segreto dell'essenza del mondo. Il letterato è un viandante che ascolta. Un viandante che ascolta tutte le parole e tutti i profumi delle strade delle città, saccheggiandone i colori, e associandoli con impertinenza al suo passato. Il letterato è un cantastorie che bara. Un cantastorie che bara perché non ha vissuto niente, e pretende d'aver conosciuto tutto. Delfini è un grande letterato. Dimenticato. Ma adesso basta, vogliamo che diventi un letterato esemplare, e che sia interiorizzato.
C’era una volta un editore modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte, che risiedeva a Roma. Quando gli dissero: tu non sei italiano egli volle dimostrare di essere modenese di sette cotte e perciò sette volte italiano buttandosi dall’alto della sua Ghirlandina
Ave vini color clari, ave sapor sine pari
“Sedemmo fianco a fianco sul divano a guardare apatici le gesta del muscoloso cacciatore di vampiri nero che disgregava avversari a destra e a manca, temuto e rispettato, con immancabile gran pezzo di figa innamorata che gli moriva tra le braccia. Per lui nessuna testa di maiale o calci nel culo. Solo gloria, arti marziali e completi di pelle. Persino il dolore, in lui, aveva qualcosa di epico. In quel momento compresi che sarei tornato al mio vecchio Barbour” (p. 381).
In perfetta sintonia con quanto scriveva Calvino, secondo il quale “le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure”, “L’ombra del Duomo” racchiude i segreti, le ambizioni, gli spettri e i simboli di una Modena in bilico tra realtà e fantasia e tuttavia unica, indiscussa protagonista di quest’antologia nata col preciso intento di celebrare la città emiliana, per mostrarcela in una veste nuova capace di fondere tradizione e invenzione.
Ed è tributo a quella lei che Sofo sa descrivere con parole suadenti rendendone appieno l’atmosfera. Quella lei dai “fianchi larghi quando la sfiori, dalle curve infinite. Delicate ma col sapore grasso della cucina casalinga.
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