Ho la nausea. Il nuovo romanzo di Antonio Moresco può indurre sazietà se ben dosato nelle sue mille e passa pagine, ma può anche provocare spiacevoli effetti collaterali. La nausea che mi attanaglia non è tuttavia legata solo ad un fattore materiale, meramente quantitativo. In realtà, e ve lo dico con una mano sul cuore ed una sulle palle, ho una confessione da sottoporvi prima di entrare nello specifico: mi sono fermato, stremato, a pagina ottocentoventitre. Ora, mi chiederete voi, ancora prima di chiedere come mai non abbia portato a termine la lettura: perché proprio a pagina ottocentoventitre? Perché non ottocentoventiquattro o ottocentoventidue? Cos'ha che non va quella pagina? Un marchio peculiare?
Fra’ Tommaso Campanella, come molti grandi uomini, aveva un sogno. Questo sogno si chiama città del Sole. L’opera si sviluppa attraverso un dialogo tra un cavaliere dell’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme, ed un genovese (nocchiero di Colombo) che racconta entusiasta al primo l’esperienza del suo viaggio. Immergiamoci nell’opera, partendo con la descrizione della città da un punto di vista geografico urbanistico, che è già qualcosa di spettacolare. La città fondata da un gruppo di filosofi provenienti dalle Indie, profughi dalle invasioni Tartare, è situata probabilmente nell’isola di Sumatra, si arrampica su un colle, ed è divisa in sette gironi che prendono i nomi dei sette pianeti allora conosciuti dall’astronomia.
Leggere Donald Barthelme è un'esperienza unica. La sua scrittura è talmente originale che sfugge a qualsiasi accostamento. E' più facile dire quello che Barthelme non è, piuttosto che affannarsi a cercare scappatoie laterali. Barthelme riesce a non essere autoreferenziale. Barthelme riesce a spappolare la trama di una storia lineare e famosissima senza per questo diventare caotico. La lettura dei suoi romanzi non prevede altro accostamento o referenza alla realtà se non la volontà creazionista dell'autore stesso. Il che potrebbe significare che Barthelme è pura letteratura.
Ora possiamo inoltrarci più nello specifico sulla visione della natura umana, attraverso la quale Rudolf Steiner articolò il suo pensiero. Per conoscere la natura umana, diceva Goethe, bisogna osservare gli oggetti della natura in sé e nei loro reciproci rapporti; bisogna investigare la loro struttura, traendo i dati del proprio giudizio non da se stessi, ma dalla cerchia delle cose osservate. Ciò fornisce allo Steiner lo spunto per focalizzare l’attenzione su tre cose: gli oggetti con cui l’uomo viene a contatto, le impressioni che gli oggetti fanno su di lui, e le cognizioni che egli acquista intorno alle cose.
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