“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]
L’uomo, e soprattutto colui che meglio sa esprimere la propria sensibilità, fa risuonare dentro di sé l’incertezza del mondo, rivelandone le più brutali miserie e cadute. La sua discesa, sofferta quanto piena di vertigine, tocca «dolorose cose», secondo la sintesi rilkiana concepita nell’esperienza poetica, e risulta fecondata da quella prossimità al caos che nutre lo slancio del narratore. Dunque, al pari di ogni funambolo, l’artista riporta una visione al limite e, spinto da ciò che Elias Canetti ha definito «la responsabilità per la vita che si distrugge», si sente chiamato a esporla agli altri, perché chi vi assiste la possa cogliere e ricordare.
Vincitore del Premio Oscar 2010 come miglior film straniero, nonché del Goya per il miglior film straniero in lingua spagnola, è arrivato da pochi giorni nelle sale italiane Il segreto dei suoi occhi, del regista argentino Juan José Campanella, film talmente amato dai membri dell’Academy tanto da preferirlo al favoritissimo e pluripremiato (Palma d’Oro a Cannes, Golden Globe, Oscar europeo) Il nastro bianco, dell’austro-tedesco Haneke, e al sorprendente Profeta di Audiard. I motivi di questa fascinazione dei giurati nei confronti dell’opera del regista latino americano vanno ricercati non solo nella qualità complessiva del film, ma anche in una crescente presa di coscienza
Nel panorama letterario giapponese Inoue Yasushi è scrittore defilato rispetto ai nomi più noti di ieri e di oggi. Eppure lui, che si dedicò principalmente a tematiche storiche, è un cantore raffinato delle ombre. Yasushi, a causa del lavoro del padre medico, cresce con la nonna nei luoghi verdeggianti della penisola di Izu, in un ambiente in cui la natura rappresenta la sua forza e la sua consolazione.
“Sono stato molto infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quello che si dice il fondo della disperazione. Ricordo tuttavia pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l’ottobre del 1929 e il giugno del ’30, quando facevo la prima liceo”.
Su ispirazione della memoria lo scrittore è spinto a raccontare di un’elegante e aristocratica famiglia ebraica, vissuta in raffinato isolamento a Ferrara e distrutta poi con la deportazione e lo sterminio. Riappaiono tra le sue evocative pagine i Finzi-Contini: il professor Ermanno e la signora Olga con l’anziana madre Regina e i loro figli Alberto e soprattutto Micol, per sempre bella e sfuggente, affascinante e tragica.
“Sei lì da quattordici anni, uno uguale all'altro, mese, giorno, ora, minuto, uno uguale all'altro, sino ad oggi, fino alle undici e cinquantasette, quando, steso nel tuo stesso sangue, per la prima volta da quattordici anni ti accorgi di quanto bianca sia la luce dei neon” (p. 22)
Stralunato, picaresco e grottesco, “Lo smemorato di Tapiola” (1991; IT, Iperborea, 2001), tenero e umanissimo romanzo dello scrittore finlandese Arto Paasilinna (1942), già padre del grande “L'anno della lepre” (1975; IT, Iperborea, 1994), è un libro destinato a fare la gioia di quei lettori in cerca di narrativa di viaggio (e quindi, come sempre, di trasformazione) atipica ed esotica; assieme, piacerà agli appassionati di questioni legate alla natura della memoria e ai problemi legati alle amnesie; infine, colpirà i lettori un po' più avanti negli anni, perché probabilmente riconosceranno nei vuoti, nelle aporie e negli irruenti recuperi del passato (dell'identità) del protagonista qualcosa di famigliare, e di proprio.
“Il pavone è il messaggero della divinità del ricordo” (pag.11).
“Non voglio essere interrogato, e non voglio nemmeno spiegartene il perché. Ti dovrei parlare di me, spiegarti me stesso, e non voglio, soprattutto non so, forse non c’è materia”.
Ha smesso di ascoltare, il protagonista de “Le stelle fredde”, e non sente alcun desiderio di parlare. Ricerca una solitudine capace di mettere distanza. Abbandona il proprio lavoro di pubblicitario, la donna che ha amato, il padre. Si lascia alle spalle l’intera vita, arrivando ad allontanarsi persino da sé stesso. Le pagine iniziali riportano un’insolita visita medica, volta ad accertare una presunta ipoacusia.
“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque” (pag.3).
“In data 18 marzo 2003, non è ancora stato avviato alcun processo per giudicare il genocidio khmer rosso. Quasi due milioni di persone hanno perso la vita in tre anni, otto mesi e venti giorni d’inferno che il paese ha attraversato tra il 1975 e il 1979” (pag. 186).
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