Carnale, la scrittura di Carmela Cammarata attraversa il passato di Nanà come una ferita. Incisa con la profondità che solo “I santi padri” sanno. Quegli uomini che sono fulcro di un dolore inconsolabile e che pure lontani riescono a far male. Il nonno ubriaco, il genitore assente, il padre dei propri figli poi scopertosi omosessuale...
“I bambini saltano fuori dalla pancia delle madri e scoppiano a piangere, ancora terrorizzati da quello che hanno abbandonato, dalla morte che hanno scampato. Sono pezzi di corpo della madre in fuga da lei. Le madri cercano di tenerli legati a sé, li trattengono quando nascono, ma i bambini fuggono ugualmente, e allora le madri deluse si vendicano, aizzano contro di loro la morte, la corda che li trattiene diventa il serpente che morde il loro piccolo ventre, e gli inietta il veleno mortale. Anche loro sono segnati, il loro destino gli è stato inoculato nella pancia.
“Avevo sognato centinaia di volte di essere madre, eppure non avevo mai accettato l'idea di poter essere padre. No, padre no, padre non volevo esserlo. Ci ero andato vicino due volte, e in entrambi i casi ero scappato” (Romeo, “Non piangere coglione”, p. 7). La prima volta a vent'anni, la seconda a trenta. A trentadue si sposa. A trentacinque non ha più niente, né donna né lavoro. E i soldi stanno per finire. Gli amici sono spariti. Leggere Paul Auster fa venire idee sbagliate, basta una telefonata fuori posto d'un gioielliere e Andrea va a ritirare gli orecchini di un altro, presentandosi al posto suo, come se fosse stato incaricato.
Caduta la centralità del paradigma del pater familias, autoritario, carismatico, decisionista e tiranno, accettate le tristi conseguenze della “società senza padri”, figlia dei pur necessari cambiamenti sociali novecenteschi (libertà sessuale, controllo delle nascite, emancipazione femminile, aumento del numero dei divorzi) la psicanalista francese Simone Korff-Sausse osserva che la società occidentale vive una fase di passaggio tra un vecchio modello di paternità e uno nuovo, tutto da costruire: “La paternità – scrive, e mi sembra decisamente condivisibile – è un'istituzione in ristrutturazione”.
Che succede quando “Paris-Texas” sembra cominciare alla fine di un libro, ibridandosi con la narrativa di formazione on the road?
Prepotente come l'esordio di questo romanzo, di bellezza pari all'intensità e alla violenza dei sentimenti di una madre, della madre che racconta cosa significa dare alla luce un bambino, e cosa significa avere diciannove anni, in quel momento, ricordo d'aver letto poco, negli ultimi anni. Forse niente. La maternità è un mistero assoluto, per noi uomini; è solo il principio di una metamorfosi della donna che abbiamo amato e ameremo per sempre, è solo la sensazione di un evento fenomenale, incancellabile (e: giusto. Naturale, perfetto). E da quell'esordio in avanti mi sono lasciato andare, tra le pagine, come se fossi cullato.
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