Emilio Salgari nasce nel 1862 a Verona. Appassionato lettore degli scrittori di avventura di moda all’epoca (gli intramontabili Verne, Stevenson, May), frequentò l’Istituto navale a Venezia non riuscendo però a conseguire il brevetto di capitano di lungo corso e perciò interruppe i suoi studi.
“Di notte resta sveglio, ultimamente, e i pensieri colano. Ma stasera è diverso e il mondo si riversa nel vuoto che ha dentro, come quando immergi una tazza nell’acqua” (pag. 9).
“Infanzia è una corruzione di Ninfanzia: periodo della vita che l’uomo consuma sotto l’autorità di Anzia, ninfa delle primizie. (Anzia da «ante», prima)” (pag.573). Come si annuncia in prefazione, questa è la storia di un uomo “nato” sotto il sole di Atene che vivrà la maggior parte dell’infanzia e dell’adolescenza in mezzo all’aristocrazia europea e, da gregario qual era inizialmente, arriverà a rifiutarne integralmente l’abnorme ipocrisia. Dalla nascita di Nivasio, come per ogni bambino nato in Grecia, ci si aspettava il grido benaugurale della civetta, l’uccello che preannunciava la dea Minerva, svegliata per l’occasione dal sonno eterno.
Alberto Savinio in prefazione, confessa che fino ad un certo punto della vita si agitava nell’ansia di andare sempre più avanti, nel timore di non avere abbastanza tempo per costruire e scoprire in quell’avventuroso e misterioso viaggio che è l’esistenza umana. Nel suo pensiero, il guardare indietro poteva rappresentare un ritardo o addirittura un ostacolo nel timore di una delusione per quello che era stato: “solitamente è per una ragione morale che abbiamo paura di guardarci dietro le spalle. Per non esser colpiti dall’immobilità.
Due libri di liriche che si leggono in fretta, non perché le pagine siano parche o perché il contenuto sia troppo facile, al contrario è l’avvolgente odore del mare che invita a proseguire, passo dopo passo, una lettura piacevole e per qualche verso malinconica. La copertina di 20 risacche è un tuffo nel libro, spumeggia come un ingresso in una piscina, gettandosi da un’altura indefinita. Si penetra dentro come in un mare aperto e, fra le onde, appare la prima poesia. Odore di ruggine, sembra di sentire il vento che spettina e l’acqua che aspetta, “al soffio quasi nudo delle dune”.
Storia di una vita che si dipana nel niente e nell’anonimato, fin quasi a far perdere le sue tracce. Immagini di terre lontane, dagli ampi spazi sconfinati e circondate dal vasto oceano, viaggi, attraversamento di confini sino al ritorno alla propria terra, situata anch’essa all’incrocio di culture diverse. Ed poi, ancora una volta, la presenza del mare, quello familiare, ben noto, più piccolo rispetto al grande oceano straniero che è «un altro mare».
“Devo questo alle storie, di bastarmi, pur’io bastare a loro. Con lapis e quaderno posso scrivere pure quando gela l’inchiostro nella penna. È stata la porzione a me assegnata, eredità che non si può ricevere e lasciare. Di questo sono fatto, di pagine sfogliate e poi riposte”.
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