Pensate ad un caldo, immobile e accecante paesaggio siciliano dei primi anni Sessanta. Le piazze semivuote, arse dal biancore invasivo del sole del Sud, la placida immobilità attraversata dai rintocchi di mille campanili, la morbosa curiosità di sguardi celati dietro giornali e serrande. Un’umanità assorta e silenziosa, un tempo dilatato, il quieto e inarrestabile cri cri dei grilli. Questo lo sfondo.
La vicenda, grottesca, è quella del Barone Cefalù, appesantito dalla realtà stagnante della provincia e alla ricerca di un viatico per il coronamento del suo salvifico sogno d’amore.
Che ora è appartiene sicuramente ad un buon cinema d’autore ed è un film in cui, oltre all’incommensurabile Mastroianni, spicca la figura di Massimo Troisi, che tra i comici della penultima generazione, è certamente quello più vicino all’umorismo agrodolce di Ettore Scola. Partendo dall’analisi di un elemento di non primaria importanza, quale la scelta delle tonalità e dei colori, che si presentano un po’ sull’ocra e sul mattone, quasi orientati su un viraggio seppia, constatiamo quanto questo film sia profondo e intimista, e come nulla, nemmeno la scelta di un tipo di inquadratura, di un colore, o di illuminazione, sia lasciato al caso da Scola e dai suoi collaboratori.
Alla fine del circo resta un bambino che suona. Poi la luce si smorza e tutto si fa buio, via l'angoscia della scelta, via l'angoscia del dover fare. Tutto è più chiaro adesso.
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