A qualche anno di distanza dal suo brillante esordio, “Il diavolo custode” [Meridiano Zero, 2007], Luigi Balocchi torna a pubblicare una buona prova di narrativa, caratterizzata da una sempre credibile personalità autoriale, da una grande dedizione al territorio (e al suo amato dialetto lombardo) e da una profonda umanità.
Storia di x, trentotto anni, alias Nicolò Maineri, trentaquattro anni. Nelle prime battute sta in aereo, a fianco del suo amico giudice. Il giudice è uno che ha bisogno di un'iniezione di morfina ogni otto ore. Nicolò sente mancanza di sua figlia, Ginevra, cresciuta e allevata dalla mamma. Manca poco a Caracas. A Caracas c'è un altro che ha cambiato nome, adesso è Ricardo. Prima era un brigatista rosso, e prima ancora un antico compagno – in tutti i sensi – di Nicolò. Adesso è uno da giustiziare. Come tutto il passato di quella generazione, che si sente fallita e si vuole autodistruggere. Ma non ne ha il coraggio, a ben guardare.
La generazione nata negli anni Settanta e Ottanta condivide la consapevolezza dell’assenza: l’assenza di uno o di entrambi i genitori, esperienza vissuta drammaticamente, come una mutilazione. È una generazione, scriveva qualcuno in America, cresciuta solitamente dalle madri: è cresciuta con dei vuoti che niente ha potuto e saputo colmare.
Incontriamo el Luis, il Luigi Balocchi autore dell’appena edito “Il diavolo custode” (Meridiano Zero, 2007). Per prima cosa, in considerazione della recensione appena pubblicata (qui), domando al Balocchi di evidenziare tutto quel che ha trovato sbagliato nel mio articolo: ti domando di bastonare eventuali fraintendimenti, di correggere errori e inesattezze, di integrare omissioni e lacune. Subito dopo cominciamo col fuoco delle domande.
È come ascoltare una ballata tra gli yegg raccontati dallo scrittore ladro e vagabondo Jack Black, padre di un genere; è come restituire alla letteratura italiana il respiro del romanzo picaresco; è alfabetizzare i contemporanei, insegnando dinamiche, nomi e interazioni dei banditi anarchici (non degli anarchici banditi) del primo Novecento, restituendo memoria a città e territori cambiati, giocando con le rime e le assonanze per tessere una filastrocca romanzata.
Un libro di racconti, di frammenti e di sperimentazioni narrative non è, ammettiamolo, sempre seducente: pur trattandosi dell’opera di un grande narratore, mantiene valore come oggetto di culto per i fanatici della sua scrittura, costituisce un importante esemplare per gli studi, le congetture e le interpretazioni dei filologi e dei critici, e al limite costituisce una curiosità per i neofiti e per i lettori occasionali. Questo discorso vale per la stragrande maggioranza dei narratori (italiani, del Novecento): con l’eccezione di Guido Morselli, intellettuale e scrittore borghese ostracizzato, in vita, dal sistema letterario: sino all’estremo e inevitabile epilogo.
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