Zorn Fritz

Il Cavaliere, La Morte e Il Diavolo

Autore: 
Zorn Fritz

Lucido, ostinato, tenacemente violento nel gelo della sua crudele ed organica espressione del dolore, Zorn lascia divampare, dopo trentadue anni di vita non vissuta, il fuoco della sua ira che cresce, avanza, arde e brucia alimentandosi della sua stessa amara consapevolezza, della sua stessa natura di atto unico e definitivo dell’esistenza di un uomo educato a non essere; educato ad assistere, in qualità di supino spettatore, allo scorrere inesorabile dei propri giorni, incapace di mordere il presente e nella vana attesa di un ideale futuro migliore, fatto di nebulose e passive convinzioni infondate, chiari alibi atti a giustificare, sia pure solo inconsciamente, la latente frustrazione generata dalla falsa armonia di un mondo subdolamente artificiale, un castello di carte ipocrita quanto tragicamente solido, il cui lento crollo si trasferisce nero su bianco con la forza di una disperata arringa, “l’ultimo appello di chi chiede giustizia per chi non ha saputo farlo nel corso dell’intera vita: se stesso”.
Offeso, derubato, violentato, castrato nell’anima e nel corpo, l’autore, seduto alla sua scrivania, “freddo fin dentro il cuore”, si produce in un saggio sull’infelicità. Squarciato il velo della caparbia cecità, in grado per anni di ingannarlo, nascondendogli la natura patologica della sua tristezza cronica, Zorn grida, denuncia, vomita la sua ribellione e fa del suo scritto un “documento autistico”, trasformando la raggiunta consapevolezza in un bisturi che gli viviseziona l’anima. Un’anima a lungo rimasta atrofizzata, narcotizzata, insensibile, ingabbiata com’era, tra i perversi ingranaggi di quell’assurdo meccanismo borghese passivamente malvagio al punto da spacciare per “elevatezza” la totale incapacità di vivere. Un’anima scossa dal suo stato narcolettico da un nuovo dolore riconosciuto e certificato come tale: il cancro, la putrefazione, cioè, di quel corpo assieme al quale essa arriva finalmente a costituire un tutto armonico in virtù, proprio, della comune sofferenza. Il disagio, l’angoscia, l’inferiorità, la costante sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto al mondo reale, la depressione, l’apatico vagare senza meta nel blando labirinto della propria esistenza, il profondo vuoto generato dalla perenne solitudine interiore, l’infelicità, l’ostilità alla vita da sempre subita supinamente nella soffocata disperazione sembrano, quindi, materializzarsi in un qualcosa di troppo tangibile per essere ancora impunemente surclassato, sembrano prendere consistenza ed assumere le sembianze di un nemico che attacca uscendo finalmente allo scoperto. La sofferenza fino ad allora anonima, acquista pertanto, un nome e lo catapulta di fronte alla morte, una morte che è ora anche esteriore, tragica, crudele, ma mai sottilmente atroce quanto la morte intima e sempre taciuta di prima.
Il cancro, dunque, come evoluzione ultima del suo segreto dolore, quello occultato accuratamente per anni dietro la maschera delle buone maniere e della falsa allegria. Il cancro non come causa, ma come conseguenza della ormai palese disarmonia tra anima e corpo. Il cancro come manifestazione definitiva dell’incapacità di vivere che spinge, con la sua virulenza, a guardare la morte negli occhi ed a scoprire, paradossalmente proprio attraverso la morte, una vicinanza con la vita fino ad allora sconosciuta.
“Morire la sua morte, quindi, assume, per l’autore, il significato di riconoscere implacabilmente entrambe: la morte e la vita. Assume il significato di chiamare morte la morte ed accettare la sua crudele illogicità, e di chiamare vita la vita anche quando non c’è più il tempo per viverla”.
Il suo libro, di conseguenza, si pone come una strategia della sopravvivenza. Benché presentata come scoria del sistema borghese e spazzatura del mondo, infatti, Zorn rifiuta l’idea che la sua esistenza possa finire nel nulla e testimonia l’urgenza che di lui resti la consapevolezza profonda, madre tormentata di quella estrema forma di ribellione attraverso la quale arriva, passando per le vie di un irriverente irrazionalismo, a dare al suo morire il valore di un attacco rivoluzionario ai “genitori”, al sistema, a Dio, a tutto; il valore di un’aggressione che trasferisca nell’al di là la meritata morte.
Un esistenzialismo il suo, dunque, portato oltre i limiti nel tentativo di equilibrare, almeno razionalmente, il peso di ciò che la vita gli ha negato. Nel tentativo di affermare la propria dignità manifestando, finalmente, la profonda sofferenza non come dolore, ma come ira. L’ira di un soggetto che si presenta come oggetto, oggetto di un’indagine privata, condotta con l’intento di protestare contro l’elemento che paralizza e impedisce la vita in tutti noi. Un’indagine che si trasferisce su carta per essere offerta al lettore e rispondere, in tal modo, al bisogno a lungo soffocato di comunicare, condividere, rendere partecipi. Un’esigenza, questa, a cui l’autore impara a non sottrarsi solo quando è ormai troppo tardi. Troppo tardi per amare, troppo tardi per ridere, troppo tardi per vivere, ma sicuramente non troppo tardi, da parte di ciascuno di noi, per leggere e lasciarsi coinvolgere, lasciarsi penetrare dal gelo della perfetta razionalità di un uomo autore della propria autopsia ante mortem; lasciarsi invadere dal veleno del suo dolore; lasciarsi scuotere dalla violenza della sua rabbia incapaci di sottrarci alla sofferta lucidità delle sue parole che paralizzano il cuore e si stampano sul viso come schiaffi, schiaffi il cui bruciore raggiunge l’anima stritolando i pensieri.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Fritz Angst, alias Fritz Zorn (dieci aprile 1944, Meilen, Zurigo - due novembre 1976, Zurigo).  Scrittore svizzero.
Studiò filologia romanza e filologia germanica. Concluse gli studi universitari con la laurea. Per un breve periodo insegnò in un liceo. Contratto un cancro, lasciò la professione. Negli ultimi anni della sua giovane esistenza, soffrì di una terribile depressione.
Il romanzo autobiografico “Mars” è stato pubblicato, postumo, nel 1977. Grazie alla sua spietata radicalità, è divenuto un libro cult negli anni Ottanta.
Fonte delle note biografiche: Literatur Schweiz Autoren Lexikon 27. Traduzione e adattamento delle note a cura della redazione. 

Fritz Zorn, “Il cavaliere, la morte e il diavolo”, Mondadori, Milano, 1978.
Traduzione dal tedesco di Amina Pandolfi.

Angela Migliore, 2003.
Originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
9788804285472

Commenti

(un libro talmente interiorizzato che non ho più avuto coraggio di tornarci su. Una copertina che è diventata parte della storia di noi tutti. Un veleno che non deve più essere tossico. A Frizt Angst restituire la speranza).
*
E' maledetto ma è bellissimo. Grazie.

Sì, bellissimo perchè dannatamente vicino...

Recensione bellissima e palpitante energia. Ho voglia di leggere.

La mia prima pagina per il vecchio Lankelot.com, non credevo potesse essere adatta alla pubblicazione per via del suo taglio fortemente personale. E' bello essere smentita.
Zorn è uno dei tanti preziosi suggerimenti per cui sono in debito con Franco.

Zorn è uno che avrei voluto ripubblicare, e come dio comanda. Magari con un'introduzione come questa. Grazie a te.

Sbaglio o ho già visto la copertina da qualche parte?

Sul Lankelot.com?

"...Questo è un caffè letterario".

"La mia prima pagina per il vecchio Lankelot.com, non credevo potesse essere adatta alla pubblicazione per via del suo taglio fortemente personale"

Non avevo letto!

(sì, il quadro di Duhrer era l'icona prima di Lankelot.com. E non era una coincidenza:) ).

E? un libro agghiacciante, Angela. Ma la tua presentazione è travolgente, colta. A Fritz Zorn, ricco borghese di Zurigo - non certamente un "buon selvaggio" - e lusitanista, venne diagnosticato un cancro (ai linfonodi del collo, mi pare, ma non ricordo con precisione). Questo suo unico libro è il modo in cui Zorn si racconta la sua malattia e se ne spiega l'eziogenesi. Tra l'altro, per una specie di ironia della sorte, il vero cognome di Zorn era Angst, che, in tedesco ho letto, significa angoscia, paura - e lui scelse lo pseudonimo Zorn, ovvero, ira, quando decise di reagire - troppo tardi - al suo tumore.

?Il cancro, dunque, come evoluzione ultima del suo segreto dolore, quello occultato accuratamente per anni dietro la maschera delle buone maniere e della falsa allegria. Il cancro non come causa, ma come conseguenza della ormai palese disarmonia tra anima e corpo?.? Bellissimo.

Grazie.

Raffaella

la magnifica copertina del primo lankelot......che ricordi!
Non è un libro che sarei in grado di leggere in questo periodo, dev'essere proprio agghiacciante.
In ogni caso ne hai fatto una presentazione esemplare, davvero costituirebbe una bella introduzione per una riedizione.

A latere. La mia copia di Zorn - da cui derivarono tante cose - proviene dalla biblioteca di Calvi dell'Umbria (cfr. vecchie riflessioni sulle biblioteche, tanto tempo fa).

Arrivo in ritardo anche qui, ma pian piano conto di recuperare e rispondere a tutti i commenti arretrati. Questa è, fra tutte, la pagina a cui son più legata e non solo per il valore del libro: prezioso come pochi. Letto in fotocopia, chè la biblioteca nazionale di Napoli, manco l'aveva nell'indice il caro Zorn.

Ripubblicato da Gabriele Capelli Editore (Mendrisio, Svizzera)
Notizie qui:
http://www.directions.ch/index.php?option=com_content&task=view&id=124&I...

questa è una grande notizia:)