Zoni Marisa

Come un metallo o un tamburo

Autore: 
Zoni Marisa
Cinquant’anni dopo il suo primo libro di poesie dal titolo Testa o croce del soldone, dato in stampa dall’Editrice Quadrivio di Lanciano e cui seguirono le pubblicazioni, tra gli altri, per Mondadori e Guanda, appare Come un metallo o un tamburo, penultima raccolta di versi di Marisa Zoni: poetessa emiliana, classe 1935, che nel 2004 darà, poi, alla luce Tu paria dai mille occhi, uscito invece, per i tipi della Pendragon.
 
Voce instancabile che fissa su carta il suo tempo, “si flette/ negli inchiostri/ e diventa parola/ ampia serrata/ amica per giustizia/ e secca per/ pudore”, Zoni fotografa la propria epoca mediante l’agilità di un verso che si spezza in rapidi frammenti senza mai perdere quell’eleganza austera che fa dell’essenzialità la sua cifra stilistica.
Divisa, simile all’angelus novus: attenta al presente ma con lo sguardo rivolto al passato a voler ricomporre l'infranto, e contemporaneamente sospinta verso l'incognita del futuro, si muove in bilico nelle tre dimensioni temporali riuscendo a conservare equilibrio, perché “è l’uomo che/ racconta i difetti/ del mondo e/ li contrasta”.
E allora la sua diventa poesia civile che descrive le storture dei nostri giorni, e riflette sulle problematiche sociali facendosi denuncia.
Zoni legge i giornali per estrapolarne il grido di dolore di una società in ginocchio, commentando l’orrore delle notizie di cronaca in versi singultici che somigliano al pianto. Ed è qui che spicca la femminilità di un sentire particolarmente sensibile alla tematica della maternità: dall’abbandono dei neonati nei cassonetti dei rifiuti, alla controversa questione della dignità umana dell’embrione, che diventa spunto per pungolare le coscienze di quanti si ostinano ad ignorare l’infanzia negata. Le parole della Zoni non mancano di assumere i toni del severo rimprovero, quando senza mezzi termini scrive: “Se quelli/ del partito/ dell’embrione/ andassero a/ raccogliere i bimbi/ africani/ o del sud America/ o di qualunque/ malore in terre/ diverse e li/ spostassero dalle/ sevizie della fame/ della malavita/ avrebbero la tavola/ zeppa di bimbi/ di tutti i colori/ già partoriti/ in mala sorte:/ con l’impegno/ di crescerli”.
La poetessa supera le stagnanti discussioni in materia di bioetica per invitare ad una moralità più pragmatica che difenda i piccoli, partendo dalla concretezza dell’adozione. Successivamente, poi, l’attenzione si sposta sulla povertà e nella poesia Il muro di San Giacomo, troviamo il ritratto di un senzatetto vestito di cartoni, gli stessi cartoni che ritornano nel componimento dal titolo Fine secolo, urlando la fame degli ultimi del mondo.
Sono pagine impietosamente sincere, in cui la Zoni sintetizza con estrema lucidità l’intera storia dell’uomo, per versi scarni e limpidi che affondano nei pensieri di chi legge, come sassi lanciati a pelo d’acqua e poi precipitati in profondità: “l’odio la guerra/ le religioni i morti:/ i cimiteri nascono/ ovunque senza fiori”. È immagine perfetta che racchiude secoli.
Ma l’analisi della poetessa non si arresta e in seguito si sofferma sugli immigrati stipati nelle stive albanesi, mentre galleggiano alla rotta di Brindisi (Un canto nero). Dice del Sud che “non piange, semplicemente soffre”, affollato da quelli che definisce “i guerrieri del 2000”: giovani senza lavoro la cui vita si gioca “in un inerzia che li umilia”. E non manca di ricorrere ad una certa ironia amara nel descrivere la situazione economica della penisola, mediante un irriverente paragone col tempo degli Etruschi, quando “i mercanti erano/ dell’Egeo:/ (mentre) oggi il tempio delle/ vendite è di uno/ di Arcore né mitico/ né poeta”.
L’Italia, allora, appare in tutta la sua parabola discendente attraverso la metafora di una carruba vuota e selvatica che la Zoni cerca di masticare, ingoiandone succo e semi (La carruba)
E nel volo di un uccello scorge il millennio che le porge un binocolo amaro per contare le morti, i legacci, le grida (In volo).
Da qui il suo interrogarsi sul dolore, che si riflette in una poesia imbevuta di sofferenza, ma capace di farsi eco delle voci di quanti chiedono giustizia (La condanna), rendendo al meglio quell’irrisolta contraddizione tra l’ingegno dell’uomo che lo vede copartecipe della creazione per tramite anche dell’arte e, di contro, la sua violenza cieca che arriva a snaturarlo quando “poi uccide tappando/ la bocca dell’altro incaprettandolo:/ lì il suo viso è vuoto/ come uomo/ non esiste”.
E non esiste nell’atrocità dello stupro che la poetessa interpreta come dissolvenza della coscienza, descrivendo la solitudine assoluta della donna nella strage del suo corpo, “ridotta/ a una piccola mosca/ stracciata sulle/ scale da un passo/ di scarpe ferrate”. Umiliata, schiacciata sotto il peso dell’oltraggio “con l’anima/ che schizza in scaglie”; troppo spesso e con troppa leggerezza etichettata puttana (poesia omonima): epiteto facile, “il grido più comune/ verso una donna/ per cancellarla”.
Appare quindi evidente come questa raccolta affronti temi di grande impatto emotivo, riuscendo tuttavia a non risultare mai ridondante. Zoni leviga le parole, scarnificandole, senza cedere alle lusinghe del sentimentalismo, conservando così una forza viva e limpida che sa anche trasformarsi in tenerezza autentica, quando la poetessa guarda al futuro e l’io diventa noi “in attesa quasi/ parte attiva del/ vento”.
Quando esprime il suo trasporto verso la natura, assordando le ansie con il ristoro che deriva da una passeggiata tra le foglie di menta e i sassi (È autunno). Del resto la “commuove/ tutto ciò che è/ quotidiano”, per cui crea condivisione nei confronti del lettore, immortalando la bellezza del gesto minimo: “il tegame che/ bolle con una/ nuvola bassa/ quell’odore di/ cibo di sporta/ di cantina/ di ferro da stiro”. E la memoria regala scatti dal passato, perché se “la vita è uno/ scampolo di spazio/ che si usa con/ giustizia per/ non incupire/ la fantasia”, “la morte è/ (invece) una fetta/ di silenzio/ da dove arrivano/ ricordi e volti/ voci precise/ terremoti/ d’infanzia”.
 
La sua scrittura, allora, viene da lei stessa paragonata ad un coriandolo soffiato sulle mani “che non contrasta i cieli/ ma va in direzione/ emozionato”, similmente all’innocenza barbara del bimbo cui si rivolge nell’omonima poesia, chiedendo ascolto e rivelandosi in prima persona, come colei “che non ama/ cose facili/ ma abita con/ fantasia gli/ anni di domani/ e ha un aquilone/ che si muove/ raso terra. Un aquilone che insieme potrebbero far volare. 
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
 
Marisa Zoni è nata nel 1935 a Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna. Il suo primo libro di poesie, Testa o croce del soldone, introdotto da Carlo Bo, è del 1959.
Ha lavorato con alcuni tra i più grandi letterati del Novecento, da Paolo Volponi a Lalla Romano, da Vittorio Sereni a Roberto Roversi.
Su suggerimento di Volponi fu proprio Vittorio Sereni, all’epoca direttore editoriale della Mondadori, a cogliere la carica innovativa dei suoi testi e il loro forte radicamento nelle passioni civili, dando alle stampe nel 1967 La scarpinata, un viaggio italiano dal tono ironico ed eversivo.
Nel 1971 Pier Paolo Pasolini scelse e volle pubblicare su Nuovi Argomenti alcune poesie dell’autrice bolognese. In quegli anni Marisa Zoni si dedicava a un lavoro trasversale, collaborando con pittori, scultori e incisori. Frutto di questo lavoro furono le cartelle d’arte Per una terra isolata (1974).
Verso la fine degli anni Settanta fondò una tra le prime associazioni italiane in difesa dei diritti civili dei tossicodipendenti. Da allora ha continuato a scrivere, pubblicando Dove l’Italia si vede (1978), La quota rovente (1990) e La scommessa (1994). Nel 1999, per l’editore Piero Manni è uscito Come un metallo o un tamburo, definito da Attilo Lolini sul Manifesto “un canto nero, tra Brindisi e Valona”, capace di azzerare tutti i chiacchiericci televisivi, svelandone "la malafede e le incongruenze". La sua ultima raccolta è Tu paria dai mille occhi, pubblicata da Pendragon nel 2004.

Marisa Zoni, “Come un metallo o un tamburo”, Piero Manni Editore, Lecce, 1999
Collana Pretesti, a cura di Anna Grazia D’Oria.
Pp. 74
 
Approfondimento in rete: anteprima Pendragon di Tu paria dai mille occhi
 
Angela Migliore, marzo 2009
ISBN/EAN: 
9788881760848

Commenti

Se c'è un modo per "festeggiare", l'otto marzo, mi piace farlo dando spazio alla voce di Marisa Zoni.

(amata, e molto, da Simone: quando lavorava per Pendragon mi aveva spedito "Tu paria"... ottima integrazione, Angela.)

In realtà di Simone non sapevo, alla Zoni mi ci hai portato tu. Avevo segnato il nome dopo aver letto il tuo suggerimento in calce ad un pezzo di Laura.

:).
felice di averci indovinato, allora;)

Non è mai capitato il contrario. I tuoi suggerimenti sono sempre indovinatissimi.