Cronaca dell’inferno.
Lo annuncia il titolo stesso del romanzo “La città dolente”, mutuato dal terzo canto della prima cantica della Divina Commedia.
È l’inferno del nostro Novecento barbaro e macellaio: l’abominio dei campi di sterminio nazisti.
Zimmermann scrive della Shoah, aggiunge il proprio contributo alla densa bibliografia inerente il più grande massacro della storia. Trentasette familiari persi ad Auschwitz impediscono il silenzio. Chiedono voce e tributo nuovi. Ne deriva un libro difficile, doloroso almeno quanto la verità che racchiude.
Zimmermann rifugge la prima persona. Sceglie la terza, inframmezzata da dialoghi scarni. Non racconta, scava fin nei più sordidi recessi dell’animo umano. Non accompagna il lettore all’incontro con François, il protagonista delle proprie pagine. Non si preoccupa di snocciolarne la storia secondo una misurata cronologia. Scende nell’inferno: non quello dantesco apprezzato in lingua originale dal brillante studente dell’École Superieure di Parigi, per approfondire la preparazione in vista della sua tesi sul sommo poeta, ma quello tangibile dei lager nei quali si trova catapultato.
Dal campo di lavoro di Drancy ad Auschwitz e infine a Treblinka, in quell’ angolo d’Europa che il medico stesso delle SS definisce l’anus mundi (titolo dell’originale francese), a sperimentare sulla propria pelle la disumanità degli esseri umani. Ebbri di odio, folli della forza inetta e feroce di un potere che si fa violenza cieca e inarrestabile.
Ed è lì che il giovane ebreo francese smette di pensare alla sua carriera accademica. È lì che il corpo prende con prepotenza il sopravvento sulla mente. Il freddo, la fame e l’istinto di conservazione, hanno la meglio su qualsiasi altro genere di esigenza. La piacevolezza della conversazione, la necessità di leggere, il bisogno di confrontarsi e arricchirsi attraverso lo studio cessano di essere delle priorità. Di colpo François scopre di essere un uomo, nel senso più animale del termine. Ma non lo abbandona la sciocca velleità di volersi distinguere, di risultare sempre il primo della classe. Anche di fronte alla frusta e al filo spinato la sua vanità di letterato non trova freno, dispensando citazioni.
È la presunzione di chi sa di sapere, è la paura della sofferenza, è il disperato tentativo di sfuggire ad una morte tanto tremenda quanto annunciata. E allora, prima la contabilità, poi il bon ton e in ultimo la musica, diventano brevi scappatoie. La sua cultura così come i suoi soldi, espedienti per allungarsi la vita di un giorno. Perché nei gironi dell’inferno nazista ogni ora in più è una vittoria sulla propria condanna.
E Zimmermann non manca di sottolinearlo, in un’inesorabile discesa verso il più bieco squallore. Dalle torture inflitte ad opera del dottor Menghele con pretesa di esperimenti scientifici, agli abusi sessuali sui giovani prigionieri. Dalle lotte per il cibo, ai tradimenti. Dalla corruzione al cannibalismo. Crudo, diretto, impietoso. Non una sillaba superfula. Nessun moralismo, nessuna ideologia. La questione dell’identità ebraica è poco sentita, del resto François si professa ateo e se appartenenza dichiara, è unicamente verso la Sorbona. In quest’ottica, dunque, è per lo meno affascinante che il libro si concluda con la sua tardiva circoncisione, seguita al breve ma significativo “processo a Dio” ritenuto colpevole, non di aver creato Treblinka, ma semplicemente di non averne impedito la creazione.
L’ironia dell’autore è amara come l’abisso che descrive, con parole sdrucciole, noncuranti di preparare il terreno a chi legge e obbligando, invece, al salto e alla caduta. Alla riflessione che passa per il rigetto nonché il disprezzo. Alla crisi che radica l’urgenza della memoria, anche quando, come in questo caso, passi per l’immaginazione. Per una storia non reale eppure atrocemente vera.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Daniel Zimmermann è nato nel 1935, figlio di una spia francese al servizio dei sovietici e di un’ebrea polacca emigrata in Francia dal ghetto di Varsavia. La vita dello scrittore si è impigliata nel nazismo ancora prima di cominciare: tutto il ramo familiare materno, ad eccezione della madre fuggita, è stato rinchiuso ad Auschwitz e sterminato, e il padre, smascherato, è stato decapitato dai tedeschi.
Il suo debutto letterario è avvenuto nel 1961 con 80 exercices en zone interdite, una raccolta di racconti sulla guerra d’Algeria che ne narra gli orrori in chiave fortemente antifrancese. È stato un autore assai prolifico: ha pubblicato romanzi, biografie e trattati di pedagogia.
Daniel Zimmermann, “La città dolente”, Meridiano Zero, Padova, 2004Collana Primo Parallelo, 10Traduzione di Marco CavalliTitolo originale: “L’anus du monde”Pp. 187
Angela Migliore, giugno 2008
Commenti
Alla fiera di Torino, presi l'ultima copia disponibile presso lo stand di Meridiano Zero. Fu il responsabile a farci caso, io ero troppo felice di aver trovato il libro, per potermi accorgere del posto vuoto che avevo lasciato sullo scaffale :)
Avrei voluto scriverne prima, purtroppo non mi è stato possibile. Però devo dire che tornare on line con un pezzo nuovo nel giorno del mio compleanno, è il modo migliore per festeggiare.
fantastico;)
Che ne pensi di un'analisi comparata con
www.lankelot.eu/index.php/2006/08/29/affinati-campo-del-sangue/
?
Eh, purtroppo non sono all'altezza. Non ho letto Affinati.
Mi pare di cogliere che Zimmermann abbia operato la riuscitissima applicazione di una tecnica narrativa capace di estrarre il succo vivo dalla perlustrazione degli abissi umani, senza far leva sulla comoda figura tenace e sfuggente dell'ebreo errante.
Hai fatto bene a metterloo in evidenza poiché questo va a vantaggio dello scrittore oltre che dell'uomo.
Preziosissima segnalazione. Ma ho capito male o il libro è introvabile ?
Gian Paolo
ha l'aria di un libro che tratta un argomento difficile da prospettiva un po' diversa e con stile inconsueto. Una bellissima rec, con uno stile che scorre molto.
5- No, Gian Paolo, il libro è disponibile sia sul sito di Meridiano Zero, sia su IBS. Allo stand di Torino ho acquistato l'ultima copia in esposizione. Solo una coincidenza.
6- Sì, diverso dagli altri libri sull'argomento. Almeno, diverso da quelli che ho letto io fin qui. E penso a Primo Levi o a Kertész Imre. Sarebbe interessante il parallelo con Affinati che propone Franco, ma dovrei prima leggere Campo del sangue.
7. Grazie Angela. Avevo infatti già provveduto ad inserirlo nel carrello di IBS. Avevo infatti frainteso il senso della Tua frase.
8. Anche a me è subito balenato il parallelo con Primo Levi. Per questo lo avevo trovato diverso dal solito filone tradizionale. Ed è questo il motivo per cui desidero leggerlo.
Gian Paolo
In ritardo ti giungano i miei auguri, di cuore (un giorno riusciremo aa rincontrarci, chissà?).
Grazie per la bellissima segnalazione, intensa e dolente come il titolo del libro (ecco, mi permetto di rilevare come si possano scrivere ottime recensioni senza necessità di troppe parole: un'arte che non tutti possiedono, neppure io...).
Non ti dico che lo leggerò, perché di quell'inferno non desidero, davvero, conoscere i confini (ma esistono?). Mi rendo ben conto della disumanità che permeò luoghi e persone, e forse sbagliando mi sembra che una colpa così grande non possa avere espiazione.
Grazie Ilde, spero anch'io di riuscire a bissare l'incontro quanto prima.
Per quel che riguarda il libro, mi fa piacere essere riuscita a trasmetterne l'intensità pur attraverso una pagina scarna. Mi sembrava il modo migliore per recensirlo. Quello più coerente con lo stile di Zimmermann e con l'argomento di cui scrive.
[La città dolente] Letto in
[La città dolente] Letto in questi giorni. La tua recensione rende in maniera perfetta la portata di questo libro.
[La città dolente] E' un
[La città dolente] E' un libro difficile, come tutti quelli sull'argomento. Il fatto è che da un po' non riesco più a leggerli. "Un viaggio", ad esempio, è rimasto a metà. Sono tutti uguali e diversissimi. Strazianti eppure insufficienti. E' da un po' che hanno smesso di bastarmi. Devo andare lì. Prima o poi troverò la forza per farlo.