“Mai la morte....”
“Le mandrie al ritorno sollevano polvere e sabbia, nuvole grigie o marroni che il vento porta su, in mulinelli di sordi bramiti e nervosi belati, sopra le punte di acacie e baobab, verso i recinti sicuri di spine, dove le ombre dei corpi animali si accovacciano scure, in attesa che l’alba ritorni a macinare uomini e cose” (p 129)
Giovanni Zilioli è un compaesano. Etimologicamente, il termine, ravviva l’assonanza con compagno, cum panem, che condivide lo stesso pane, che ci chiama al raduno nel villaggio a cui apparteniamo, ad una condivisione feconda a cui poi in ultimo, sembra sottrarvisi. Apolide per troppa irragionevole speranza nei propri umanissimi compaesani, Giovanni si manifesta presto la più lineare delle assenze, la più scavata fra le apparenze.
In questo libro d’Africa, che è un reportage eterodosso di un incontro spolpato nella spinale carne di un avventale, vi si narra la vicenda di una consonanza ritrovata tra un piccolo uomo padano e un gigante maasai della savana dal nome fatalmente letterario: Lawrence. Il viaggio narrativo si apre con un concerto impossibile del maestro Riccardo Muti e della sua orchestra Giovanile Cherubini svoltosi sotto i cieli inquieti di Nairobi il 9 luglio del 2011.
Sin dal primo sguardo su questa realtà tutto è fenomenologicamente confessato in un presagio di vita e di morte. Le polarità antipodiche di musiche accademicamente secolarizzate e i febbrili ritmi e le ctonie danze si compenetrano senza che lo spettatore possa trovare il viatico a quella lingua che necessaria ci respinge alle nostre afasie attonite di servi della evangelica tassonomia dell’Occidente.
Dal concerto maesteso ed iniziatico, Giovanni ci porta a visitare il Kivuli Centre dove quotidianamente alcune giovani donne (ma con loro tutte le donne gestanti di questo continente, donne macinate da gravidanze a raffica) si recano con il loro unico bene (un canestro di plastica) ad arricchire l’interno delle loro vite di acqua rassegnata alla predazione.
E sempre predato appare lo spazio ma ancor più il tempo di Kibera, slum dove anche spostarsi con lo sguardo è colposa ingerenza ; dove il dolore si traghetta alla fine di ogni giorno, per ammararsi per gradi esistenziali e dove il fossato dischiuso da copiose piogge diviene placido giaciglio di un roboante corpo caduto che, come cencio all’aria insaziabile (C.Rebora), sperimenta l’invisibilità poetica di una penultima sosta, dove anche la fame di non esistere a sé stessi è condivisa ricchezza.
Ma il viaggio continua, tra capanne, arbusti ed orme nell’ immota caligola, giocoso e sferzato dalla polvere rossa, su biciclette d’occasione made in china, ingranaggi giunti fragili alle membra mulinanti, su cui i nostri due veri amici combattano per restare in sella, come moto discioltosi in libertà che è estraniazione e quindi ‘apertura’ del Possibile. Ritrovo così a latere le parole di una prefazione di Lucia Drudi Demby ad una vecchia edizione DELLA MIA AFRICA: “Entrambi, il piantatore bianco e il ragazzo negro, sono termini della già indicata ambivalenza: il bianco soffre il pauroso smarrimento della libertà, è portato fatalmente dalla mancanza di limiti “a provare” fin dove può spingersi, a ‘sperimentare’ la sua libertà. E nel far questo, per una logica quasi kirkegaardiana, perde la libertà. Il ragazzo schiavo, battuto a sangue, ‘vuole’ all’inverso la morte come sua inalienabile dignità, e con tale volere compie il rovesciamento della situazione: acquista la libertà e addirittura salva il suo persecutore”.
Lo spazio è quello di una amicizia vertiginosa, di una pratica dell’amicizia che nel suo afflato di provvidenza, diviene la quintessenza di una fratellanza universale sempre deposta e solo da levare a imperituro stupore figurale, perché tutto ciò che è, è ‘essere’ comune, oppure non è; “alta e sottile, sfumata nell’aria di polvere e vento, la sua figura dissolve e scompare, diventa sabbia e cespuglio acacia savana, si fa terra e di cielo, imprecisa, opaca, leggera come un fantasma o la traccia lasciata da un corpo svanito, che l’Africa-eterna placenta- a sé richiama e riassorbe nella sua carne materna” (p.167).
E nel radium delle umane gesta solo la Natura compenetra la culla di una dispersione. Altissimi cieli, nuvole arrestate, albe la cui fatica tarda a svanire e tramonti come slarghi di umane isole, che in cielo riavvolgano la memoria perduta in uno sguardo di eutimica investitura: “ [ma è in un altro mondo che il nostro ciclista si raccoglie per procrearsi in memoria. Ove la luce inaltera le cose di una luminosità impressionata, il mondo riappare come memoria di sé, sguardo di una stanchezza e di una attesa. Fine ed inizio, complicati insieme, in sostanza di vita, in spigolare di vento che inabissa. A mezza luce, una certa idea di felicità. Il sereno dirompe là, nella semplicità del suo dominio]”…”[perché la dissoluzione della fine non è la fine. Ma principio che si compie alla luce di una scomparsa]” (p. 44, il Ciclista Infinito, Vicolo del Pavone, Piacenza 2006, nda).
PARTE DEI PROVENTI DI QUESTO LIBRO SARANNO DESTINATI A “AMICI DI LENGESIM” ONLUS PER L’OSPEDALE DI LENGESIM.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE Giovanni Zilioli, Polvere – Giovanni Marchesi Editore, 2011, Piacenza. Giovanni Zilioli vive a Fiorenzuola d’Arda (Piacenza), è laureato in filosofia e appassionato di bicicletta. Già membro del Club des Cent Cols, ha portato a termine la Race across America (1998), la Capo Nord-Gibilterra (1996) e il Tour de France no-stop (1996). Nell’autunno del 2005, insieme a cinque amici è partito dalla pianura padana per giungere a Lhasa, la capitale del Tibet. Qui i sei sconsiderati pedalatori hanno inforcato le loro biciclette e hanno cominciato a scalare strade sterrate verso valichi tra i quattro e i cinquemila metri di altitudine, arrivando a Kathmandu, in territorio nepalese. Raggiungere in bici il Tetto del Mondo può essere un’avventura estrema, ma anche rappresentare un percorso spirituale in grado di annientare le barriere razionali per condurre sul terreno del sogno e dell’immaginazione. Le sue “riflessioni ad alta quota” spaziano dall’incontro con il millenario popolo tibetano al contatto con una natura dalla possente e vertiginosa bellezza, capace di risvegliare l’afflato spirituale assopito nei cuori occidentali. Zilioli ha pubblicato diverse raccolte di poesie, tra le più recenti “La compassione dei vinti” e “Luci della sera”. Nel suo libro “Sotto i cieli del Tibet” parla di paesi, di città, di montagne, di fiumi, di alberghi, di un popolo animato, fra allegria, feste, pellegrinaggi, in nome della fede assoluta e saldissima malgrado l’occupazione del paese.
BIBLIOGRAFIA “SPARSA”: - ‘Il mio assurdo sentire’ (Istituto Propaganda Libraria, 1981, Milano) -‘Sotto i cieli del Tibet’ (Ediciclo Editore, Portogruaro, 2006) - ‘Le stagioni di una lingua’ (Rotary Club Piacenza, 2007) - la trilogia ‘Luci e silenzi delle Ande’, ‘Nella terra dei buddha rimasti’ e ‘ Le croci nella pietra’ sempre Giovanni Marchesi Editore, Piacenza.
Commenti
[zilioli] dice
[zilioli] dice fabrizio: "Giovanni Zilioli è un compaesano. Etimologicamente, il termine, ravviva l’assonanza con compagno, cum panem, che condivide lo stesso pane, che ci chiama al raduno nel villaggio a cui apparteniamo, ad una condivisione feconda a cui poi in ultimo, sembra sottrarvisi. Apolide per troppa irragionevole speranza nei propri umanissimi compaesani, Giovanni si manifesta presto la più lineare delle assenze, la più scavata fra le apparenze..."
> buona lettura!
[camminati] le sue 4 schede
[camminati] le sue 4 schede di lettura, ad oggi: http://www.lankelot.eu/autori/fabriziocamminati - grazie fabrizio!
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