L’impotenza piccola e disperata dell’infante. Questo ho pensato, chiudendo l’ultima pagina del libro di Loris Zecchini. Cosa mi resta dietro il velo rosso delle palpebre dopo che l’ultima riga è scorsa via, mi sono chiesta. Questa sensazione algida di raggelata sospensione. E insieme, questo senso di nitida chiarezza.
Perché questo è, la scrittura di Zecchini. Un raggio laser. Che disegna i contorni di eventi e oggetti con bagliore limpido, nitido, perfetto. Mettendoti davanti, senza scampo, il loro terso, desolante squallore.
Opera prima di un autore schivo e riservato, poco affine ai meccanismi di compravendita che governano il mercato dell’editoria, “Yoko ono sono io” ci mette all’occhio il foro del caleidoscopio. Ci mostra la girandola di allucinazioni pensieri emozioni odii rancori dolori lacerazioni abbandoni che roteano luccicanti come scaglie dentro il corpo di Mia e Nadir, fratelli ricongiunti dalla morte della madre. E lascia che siamo noi a cercare di condurre un filo, per dir così, logico, che leghi gli atti che si svolgono sotto i nostri occhi.
Niente ci viene raccontato. I fatti ci si parano davanti attraverso il filtro ora degli occhi dell’una, ora dell’altro. E piano piano impariamo a riconoscere il timbro della voce interiore di ciascuno dei due fratelli, più nitido e lucente quello di Mia, più lutulento e avviluppato quello di Nadir.
Quel che ci si mostra, in realtà, è l’agglutinarsi progressivo che subisce il loro destino. “Certe cose del passato ti restano dentro come un drago.” Intrappolati in una gabbia fatta di tempo andato, ricordi e rancori, i due fratelli sembrano prodursi nella dimostrazione pratica di un processo di entropia. Mano a mano che procedono le ore, e che si accresce l’ampiezza del moto oscillatorio percorso dalle emozioni, parallelamente aumenta il caos e la disarticolazione degli spostamenti che i due compiono nello spazio, fino a giungere a un vagolare totalmente infantile e impotente. Senza più capo né coda, senza più meta. Finito. Al capolinea. Una marmellata di sentimenti e sensazioni si avvolgono e si attorcigliano una nell’altra, e si addensano piano piano in forma di inerte massa statica, gommosa come la gelatina.
Collasso del fato. Fine del destino.
Dei due fratelli, Nadir è quello che mostra questo processo nel modo più evidente. Schiavo dell’alcol e di tutta una collezione di sostanze psicotrope, ci si mostra come preda impotente del proprio corpo, che ora per ora implode in un borborigmo di viscere e mucosità, mentre la sua mente si arrampica nel terso nitore dell’allucinazione chimica: “Il tasso alcolico nel suo sangue scese di livello, lasciando che la mistura che aveva assunto galoppasse sulla cresta dell’onda, e portasse a galla nel suo cuore una pace profonda, che lo indusse a pensieri nitidi, plastici, perfetti, sgusciati fuori dalla tela come una natura morta di Morandi, riempiendolo di stupefatta bellezza, facendogli vibrare lo sterno, le costole e i tegumenti del collo. E il suo respiro divenne quello della soddisfazione: una placida soffusa pienezza, dolore che se ne va, leggerezze ipnagogiche d’abbandono.”
Mia invece ci appare ancora ben viva, coi sensi desti, capace di cogliere con sensibilità fin troppo acuta orrore e bellezza dello strano mondo che la circonda: “Distrasse gli occhi e guardò giù per la scarpata. Le ramaglie di felci, convolvolo e vitalba, sebbene ancora in fiore, avevano foglie del colore del primo autunno, quel verde che si spande nel giallo in mille sfumature, simile ai riflessi che irradiano alcune pietre preziose. (…) Respirò a pieni polmoni e per la prima volta in vita sua si sentì invasa da quello splendore. Sentì una cosa del tipo, che quel paesaggio le apparteneva ancor più della sua faccia. Non era difficile. A suo tempo e più di una volta, si era fatta riempire gli zigomi di collagene, e ora aveva le gote rotonde e sporgenti come una mela…”
Forse è questo il motivo per cui ci facciamo cogliere impreparati dalle ultime righe del libro. Perché è così: Zecchini ci conduce, silenzioso, nascosto dietro i suoi personaggi, verso l’epilogo della vicenda: spiazzante, desolante, disperato. E affida a un cane, nell’ultima pagina, il compito silenzioso di far da corrispettivo oggettivo al capolinea interiore raggiunto dai due protagonisti : “In fondo a una scarpata, davanti a una villa rossa, vide un uomo che tirava un cane per la collottola e nell’altra mano aveva un’ascia. (…) L’uomo tirando per la collottola il cane attraversò il prato, lo fece accucciare davanti a sé, e lentamente si portò alle sue spalle. Il cane non voleva star fermo. Le parve di sentirne i guaiti che si perdevano nell’aria. Quand’ecco che l’uomo d’un tratto alzò l’ascia, e colpì il cane sul capo con una tale mazzata che il cane cadde riverso da un lato.”
Collasso del fato. Fine del destino.
Percorso da una scrittura veloce e accurata, ruscellante e singhiozzante come un torrente in piena, eppure dotata della precisione di un bisturi nel ritagliare i contorni delle cose, “Yoko ono sono io” parla una lingua preziosa, ma mai ostentata. Intessuto di citazioni implicite ed esplicite, provenienti dagli autori più disparati, così fitte da non potersi espungere senza smarrire l’intreccio della tela, questo testo d’esordio ha, a mio parere, il grande pregio di mostrare senza pretendere di dimostrare. I due protagonisti sono esattamente quello che sono, senza filtri o giudizi morali. Semplicemente ci si mostrano, come quelle cavie da laboratorio che passano la loro vita in una cella di plexiglas, per permettere agli osservatori di seguirne i movimenti quotidiani. Ed è così che ci sentiamo noi che leggiamo: curiosi, crudeli, voyeurs. Incollati al buco della serratura, intenti a spiare il mondo interiore di Nadir e Mia, in una spietata scientifica disamina delle loro fobie e delle loro idiosincrasie.
E così, ecco, questo mi resta, sotto il velo rosso delle palpebre, una volta chiuso il libro. Qualcosa di elettrico, di lisergico. Un che di disperato e gelato, di folle. Ma una follia lucida. Anzi, limpida. Tersa. Perfetta. Capace di tracciare sulla retina contorni nitidi e scolpiti.
E ora non mi resta che aspettare Zecchini alla sua prossima prova. Uscirà infatti nel 2008 “Sayonara da un’ora”, per i tipi dell’editore Giraldi. Sono curiosa. Un po’ come quegli scienziati chini sulla gabbia di plexiglas. Voglio appoggiare ancora l’occhio al buco del caleidoscopio…
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Commenti
Amices,
nuovo articolo della nostra Fiorenza!
Buona lettura,
gf
"Opera prima di un autore schivo e riservato, poco affine ai meccanismi di compravendita che governano il mercato dell?editoria, ?Yoko ono sono io? ci mette all?occhio il foro del caleidoscopio. Ci mostra la girandola di allucinazioni pensieri emozioni odii rancori dolori lacerazioni abbandoni che roteano luccicanti come scaglie dentro il corpo di Mia e Nadir, fratelli ricongiunti dalla morte della madre. E lascia che siamo noi a cercare di condurre un filo, per dir così, logico, che leghi gli atti che si svolgono sotto i nostri occhi."
> Credo che miglior presentazione non potessi darne, da queste parti. Introduzione davvero in linea con lo spirito del sito.
"Percorso da una scrittura veloce e accurata, ruscellante e singhiozzante come un torrente in piena, eppure dotata della precisione di un bisturi nel ritagliare i contorni delle cose, ?Yoko ono sono io? parla una lingua preziosa, ma mai ostentata. Intessuto di citazioni implicite ed esplicite, provenienti dagli autori più disparati, così fitte da non potersi espungere senza smarrire l?intreccio della tela, questo testo d?esordio ha, a mio parere, il grande pregio di mostrare senza pretendere di dimostrare."
> Altro bellissimo passo.
"E ora non mi resta che aspettare Zecchini alla sua prossima prova. Uscirà infatti nel 2008 ?Sayonara da un?ora?, per i tipi dell?editore Giraldi. Sono curiosa. Un po? come quegli scienziati chini sulla gabbia di plexiglas. Voglio appoggiare ancora l?occhio al buco del caleidoscopio?"
> Confido, per l'opera nuova, in una tua scheda di presentazione. Intanto memorizzo il nome dell'autore. Grazie per la condivisione,
gf
Come sempre grazie a te, caro Franco. Alla tua attenzione, sempre sollecita e vigile. E al gran lavoro che metti in questo portale, a beneficio di tutti noi...
Un forte abbraccio, a te e a tutti i lankelottini.
Fiorenza
Ricambio e ti ringrazio ancora per la condivisione dell'articolo.
Sicuramente una recensione d'effetto, e anche onesta quando parla di "mostrare senza pretendere di dimostrare", misurata e allo stasso tempo coinvolgente.
Diciamo che a leggere "Una marmellata di sentimenti e sensazioni si avvolgono e si attorcigliano una nell?altra, e si addensano piano piano in forma di inerte massa statica, gommosa come la gelatina.
Collasso del fato. Fine del destino." penso a un esperimento interessante ma non sento forse l'urgenza di conoscere meglio l'autore.
Una curiosità però ce l'ho: come mai il titolo?
Comunque una bella pagina, indubbiamente.
caro loris 6 un mito,complimenti.la tua collega di lavoro,Gabriella S.
(benvenuta su Lankelot, Gabry).
Edizioni Creativa lo metto
Edizioni Creativa lo metto come Creativa?
yes!
yes!