Zardi Paolo

Il giorno che diventammo umani

Autore: 
Zardi Paolo

 “Rido, perché se la vita fa schifo, stasera ha fatto un’eccezione”. Senza svelare nulla, son partita dalla fine, esattamente dall’ultima frase dell’ultimo racconto, Cinque minuti, perché in questa frase – per me – c’è esattamente tutto quello che non mi è arrivato per tutte le precedenti oltre duecento pagine. Il giorno che diventammo umani è la seconda raccolta di racconti di Paolo Zardi, entrambe pubblicate per Neo Edizioni (Antropometria del 2010 e quest’ultimo volume uscito a ottobre 2013). Tra le due pubblicazioni, il primo romanzo dell’autore (La felicità esiste, Alet, 2012) che, in un qualche modo, affonda i denti nei sentimenti che si dipanano all’interno di una gestione necessariamente più lunga, che scava e rosicchia i lembi di corpi ed emozioni che tornano e, forse, riescono a imporsi di più nel lettore. Nei racconti no, necessariamente la brevità delle storie impone valzer continui, nuovi nomi, nomi legami, e – in teoria – nuove dinamiche che si espongono. Fin ora – e non solo per evidenti statistiche – sembra essere il racconto la dimensione in cui Zardi spennella con maggiore nudità, con minori filtri e forse pizzichi in più di sperimentazione.

 
Tornando alla fine del libro – che tra l’altro è il racconto stilisticamente costruito diversamente da tutti gli altri, in una dinamiche breve ma a mio avviso molto efficace per esprimere qualcosa all’apparenza semplice, e magari banale, ma in un’unica sorsata, portando il lettore verso il ‘fiatone’ non solo per approccio linguistico – mi è tornata in mente una dichiarazione dello stesso Zardi in un commento qui su Lankelot, al pezzo di Gianfranco Franchi proprio su ‘Antropometria’:
 
“Sono uno dei sostenitori che la forma viene al primo posto, tra gli ingredienti che rendono un libro immortale: non per questo, però, sono disposto a rinunciare al cuore che necessariamente deve sentirsi battere forte, dietro.”
 
Sulla ‘forma’ di questo libro non ho dubbi: una scrittura che scorre, precisa a tratti, evocativa in altri punti, semplice nelle spiegazioni, dialoghi verosimili e capacità di ricostruire scenari, immaginari e pathos di luoghi, contesti, relazioni ed emozioni (singole quanto collettive).
E – confesso – non mi aspettavo nulla di meno da Zardi che si è sempre distinto linguisticamente sin dal racconto pubblicato nella raccolta Giovani Cosmetici (Sartorio, 2008). S’avverte immediatamente che ci si trova davanti una penna che cerca e ricerca, legge molto, giocando anche un po’ con alcune soluzioni stilistiche.
 
Il ‘cuore’ invece, quello di cui lo stesso Zardi ha scritto direttamente, in questo libro l’ho trovato nella forte impressione che in ogni storia ci sia un accomodamento, una mediazione che inesorabilmente allontana da tutto ciò che è sempre stato qualificato come ‘sogno’, ‘speranza’, ‘costruzione’.
 
Il giorno che diventammo umani, scoprimmo forse che siamo fatti di grandi miserie, di stonature e assenze: spiegherei così quello che mi è rimasto chiudendo il libro.
 
Nella scheda del libro e nella quarta di copertina si citano ‘le fragilità’ (Perché, in fondo, cosa ci rende più umani delle nostre fragilità?). Ci sono senza dubbio tante fragilità in queste storie che scivolano rapide (quasi di corsa) tra le pagine – c’è la vergogna segreta di un uomo che non ha mai accettato la bruttezza della moglie riflessa anche nella figlia ormai adulta; ci sono i ricordi di un ultra centenario diviso tra tre figli diversi per caratteri, legami e destini; c’è il brutale assalto di alcuni giovani in procinto di diventare adulti che nell’inizio dell’università sentono tutto i peso di una crescita a cui non sono preparati; c’è la vergogna di una moglie che ha tradito e lo vive come un grosso peso finendo poi per riconoscersi che lo rifarà; c’è la desolazione per la fine di un pranzo di Pasqua che sembra quasi inevitabile quanto inevitabile e funesta appare l’ultima sigaretta di un padre o l’epilogo di una domenica pomeriggio iniziata con un rapporto anale a pagamento che poi scivola via su una panchina davanti alla tangenziale dopo un abbondante pasto solitario al McDonald…
 
Eppure non sono le fragilità, a mio avviso che in questi racconti colpiscono duro. Tutt’al più attraverso le fragilità di tutti – ma proprio tutti – i personaggi si arrivano a tratteggiare macro dinamiche narrative dove non c’è speranza, ma tanti piccoli accomodamenti perché alcune scelte fatte o subito delineano percorsi e conseguenze che nulla e nessuno può contrastare in queste storie. Non soltanto morte e malattie incurabili, ma anche l’ammissione di disamori, frustrazioni, assenze mai colmate, routine che strozzano ogni giorno un po’, consapevolezze che non c’è altro a parte quelle miserie che, forse, ci appaiono nitide e trasparenti, nude, il giorno che diventammo umani.
 
Ci sono dunque dei leitmotiv – Padova e la catena Auchan son luoghi che tornano spesso – sebbene leggendo ho avuto l’impressione che gli stessi personaggi, nominati e raccontati a volte anche nel dettaglio, finiscono nell’insieme per essere più ‘prototipi’ di dinamiche e realtà di vita che identificano standard più ampi.
 
In ‘ardore’ ad esempio, una storia dal plot tutto sommato semplice e comune (il marito quarantaseienne muore dopo un iter noto a molti nel tentativo di combattere un brutto male e dopo tre anni un collega tenta di corteggiare la protagonista, moglie e madre), resta un amarissimo sapore non soltanto perché la fine non è proposta come ‘happy’ pur potendolo essere per sviluppo della trama, ma soprattutto perché resta prepotente la percezione che ci sia qualcosa di sbagliato, nel corteggiamento forse, nel concedersi di andare avanti da ‘viva’, nell’ammettere che nell’amore precedente – così buono e dolce - era mancato proprio l’ardore che andava accogliendo con qualcun altro, fra stonature (o così son sembrate a me).
 
C’è una forte presenza sessuale, nelle storie, di sesso raccontato e consumato, di attese di atti sessuali anche non portati a termini, del piacere del corpo che preme per uscire in momenti diversi e, in generale, ci sono spesso riferimenti a parti del corpo per il loro significato sessuale o aderenza a sollecitare piaceri della carne. Confesso che, nel complesso, non sempre l’ho trovato un approccio funzionale, probabilmente in alcune storie più che in altre avrei ridotto alcuni richiami o descrizioni in favore degli elementi più specifici del singolo racconto. Non tanto per un qualche senso del pudore, quanto proprio perché mi è parso non fosse sempre necessario, e personalmente se un elemento non mi sembra aggiunge (e magari tende un po’ al disturbo) avverto l’esigenza di agire in riduzione.
 
Innegabilmente Zardi fa un uso dei corpi nelle sue storie che è consapevole, puntuale, e ricco di spunti e significati. Trovo rientri in quell’insieme di autori contemporanei che in narrativa propongono e usano i corpi per dire e trasmettere entro alcune dinamiche meno battute ed evidenti nei decenni precedenti.
 
“I confini del corpo sono una delle sensazioni più semplici da provare: chiudi gli occhi e inizia a esplorarti dall’interno: le mani, le braccia, i piedi là sotto, le loro dita, una a una, la pressione che esercitano sul pavimento… è impossibile confondersi, anche solo per un momento, con il resto del mondo: c’è un universo infinito, fuori da noi, e ci siamo solo noi, dentro a questo corpo. La pelle è la frontiera di noi stessi. La nostra coscienza di essere noi pervade ogni nostro centimetro cubico. Ma questa cosa, questo tumore, cos’è? Sono io? Io sono questo corpo, ma questo corpo non mi appartiene – io sono lui, ma lui non è me.”
(racconto ‘La stella marina’)
 
Tornando, dunque, a quell’ultima frase nel racconto Cinque minuti, non ho trovato in nessuna delle altre storie eccezioni al leitmotiv ‘la vita fa schifo’ ed è probabilmente la percezione che più mi fa restare sospesa, indecisa. Non che ogni narrazione debba insegnare o rassicurare. Non che in ogni storia ci debbano essere condivisioni, sogni o immaginari tesi a logiche più ‘grandi’. Tutt’altro. Personalmente credo che le storie debbano solo essere ciò che sono. Nel caso di questi racconti, tante miserie diverse, tante accettazioni, tanti compromessi, tante ammissioni che le direzioni prese sono immutabili e mortificanti, tante assenze e fasi del vivere dove ci si guarda attorno e s’avverte quel doloroso freddo dentro. E ora?
 
Ecco questa è la domanda che mi è venuta più spesso alla fine dei vari racconti: e ora?
Complice la brevità, il continuo cambio di scenario, intrecci e voci, Il giorno che diventammo umani è un bicchiere perennemente mezzo vuoto.
 
A margine, ho ritrovato in questi racconti elementi che dicono dello Zardi scrittore, le sue spennellate a evocare autori amati (come in altre storie), e a inserire quelli che sono contesti e dinamiche del suo essere parte del tessuto editoriale italiano contemporaneo (ad esempio nel racconto ‘Tac’, il Salone del libro a Torino mi è sembrato ben più che un espediente narrativo o una location, c’è lo sguardo dello Zardi osservatore, che coglie dettagli e li fa suoi per rafforzare una storia; ma anche l’ironica presenza del libro ‘Cinquanta sfumature di grigio’ nel racconto ‘La camera della vicina’).
 
EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Paolo Zardi (Padova, 1970) ingegnere e scrittore. Ha esordito pubblicando un racconto nell'antologia “Giovani cosmetici” a cura di Giulia Belloni (Sartorio, 2008). Nel 2010 la raccolta di racconti Antropometria (Neo Edizioni); nel 2012 è uscito il suo romanzo La felicità esiste (Alet Edizioni). Suoi racconti sono inclusi nelle antologie: Giovani cosmetici, (2008, Sartorio), Storie di martiri, ruffiani e giocatori (2012, CaratteriMobili), ESC - Quando tutto finisce (2013, Hacca)

Paolo Zardi “Il giorno che diventammo umani”, Neo Edizioni, Castel di Sangro (AQ), ottobre 2013. Collana “Iena”. Pag.204, Eur 14.
 
Approfondimenti in rete: 
Il blog di Zardi, Grafemi.
La prossima (forse prima) presentazione del libro, il 10 Ottobre a Verona, dal sito dell’editore.
Scritti di Zardi su Vicolo Cannery.
In Lankelot: schede su Paolo Zardi di Gianfranco Franchi; ‘Giovani cosmetici’, ‘Esc – quando tutto finisce’.
 
Barbara Gozzi, Ottobre 2013.
ISBN/EAN: 
9788896176160

Commenti

"il giorno che diventammo

"il giorno che diventammo umani" - scrive barbara:

"Il giorno che diventammo umani è la seconda raccolta di racconti di Paolo Zardi, entrambe pubblicate per Neo Edizioni (Antropometria del 2010 e quest’ultimo volume uscito a ottobre 2013). Tra le due pubblicazioni, il primo romanzo dell’autore (La felicità esiste, Alet, 2012) che, in un qualche modo, affonda i denti nei sentimenti che si dipanano all’interno di una gestione necessariamente più lunga, che scava e rosicchia i lembi di corpi ed emozioni che tornano e, forse, riescono a imporsi di più nel lettore. Nei racconti no, necessariamente la brevità delle storie impone valzer continui, nuovi nomi, nomi legami, e – in teoria – nuove dinamiche che si espongono. Fin ora – e non solo per evidenti statistiche – sembra essere il racconto la dimensione in cui Zardi spennella con maggiore nudità, con minori filtri e forse pizzichi in più di sperimentazione...

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(zardi, "il giorno che diventammo...")

dati bibliografici+links consigliati da Barbara:

Paolo Zardi “Il giorno che diventammo umani”, Neo Edizioni, Castel di Sangro (AQ), ottobre 2013. Collana “Iena”. Pag.204, Eur 14.
 
Approfondimenti in rete: 
Il blog di Zardi, Grafemi.
La prossima (forse prima) presentazione del libro, il 10 Ottobre a Verona, dal sito dell’editore.
Scritti di Zardi su Vicolo Cannery.
In Lankelot: schede su Paolo Zardi di Gianfranco Franchi; ‘Giovani cosmetici’, ‘Esc – quando tutto finisce’.

(Neo edizioni) ultimi

(Neo edizioni) ultimi inserimenti per tag NEO EDIZIONI: www.lankelot.eu/neo-edizioni

[Zardi - Il giorno che

[Zardi - Il giorno che diventammo umani] Oggi la presentazione a Verona che lancia l'uscita del libro! http://www.neoedizioni.it/neo/eventi/presentazione-de-il-giorno-che-diventammo-umani-di-paolo-zardi-verona/

[Il giorno che diventammo

[Il giorno che diventammo umani - presentazione] Per chi ha anche Facebook, l'evento con tutte le informazioni:

https://www.facebook.com/events/472117172895832/

[Zardi - Il giorno che

[Zardi - Il giorno che divantammo umani] Su Scrittori Precari l'anteprima del racconto 'Acido desossiribonucleico' dal libro in uscita oggi.

http://scrittoriprecari.wordpress.com/2013/10/09/acido-desossiribonucleico/

Un racconto che va a colpire la dibattuta questione del diritto a decidere di una gravidanza legandola alla bellezza come canone estetico ricercato/desiderato/ambito e l'aspetto fisico come tratto genetico temuto.

[Zardi] Molto cuorioso di

[Zardi] Molto cuorioso di leggerlo. Intanto più tardi vado a leggere il racconto in anteprima e poi magari torno a commentare. 

[Zardi - Acido

[Zardi - Acido desossiribonucleico] L'incipit del racconto su Scrittori precari: "Era rimasta incinta nel modo più classico e stupido: il preservativo, tirato fuori dalla confezione, si era lacerato, permettendo così al seme del suo compagno di raggiungere la tuba di Falloppio. Là dentro uno spermatozoo aveva raggiunto l’ovulo e ne aveva perforato la parete, dando così inizio alla mitosi di una nuova cellula. Erano bastati pochi minuti per definire il progetto di un nuovo individuo: lei aveva messo ventitré cromosomi, lui gli altri ventitré, e quindi era iniziata la lotta tra geni dominanti e geni recessivi."

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[Zardi - Il giorno] Più avanti leggerò la raccolta e ne dirò. 

(zardi, "il giorno che

(zardi, "il giorno che diventammo umani") live in triest! 4 dicembre... http://www.gianfrancofranchi.com/?p=1668

[Zardi - Il giorno che

[Zardi - Il giorno che diventammo umani] Ho finalmente finito di leggere questa raccolta. Purtroppo lettura frastagliata (per motivi non attinenti al libro) ma densa. Lettura che mi ha lasciato un po' perplesso, nel senso che è un libro che riesco poco a decifrare, rimane, per me, sospeso. Prima di leggerlo avevo letto racconti in rete e li avevo molto apprezzati, ma nell'insieme devo dire di averli trovati meno forti. Probabilmente la lettura consecutiva ha dato risalto nella mia testa di lettore a quei difetti che, leggendo i racconti singolarmente, non erano venuti a galla. Qui Barbara parla di "bicchiere mezzo vuoto", nell'altra recensione Gianfranco scrive del rischio di "scadere nella morbosità, o nell'artificio, o nell'eccessiva insistenza sul male [sul dolore: sulla sofferenza]", e a me sembra a volte che i racconti non decollino (inteso come azione dell'aereo) e che siano decollati (inteso come azione della ghigliottina). Uno dei momenti in cui più ho avvertito questa sensazione è nella parte finale di "Ardore", dove la scrittura mi ha portato fino ad un certo punto di aspettativa, attenzione, e poi... si è ridotta, è come scaduta. Zardi scrive bene, e molto, ma mi è sembrato che indugi, nella sua scrittura, come molti suoi personaggi, senza poi riuscire a dare lo slancio finale. In questi racconti c'è sempre, secondo me (magari sbaglio), un andamento crescente, e questo andamento non sempre si risolve con un salto, o con un tornare indietro, ma rimane lì, e questo rimanere lì non è detto corrisponda a ciò che accade ai personaggi. Faccio di nuovo l'esempio di "Ardore" perché per me la sua parte finale è quella in cui si nota meglio questo "rimanere lì" della scrittura mentre il personaggio va altrove. "Ardore" racconta di una donna che rimane vedova e che, dopo tre anni, si concede ad un altro uomo, più giovane di lei, e lo fa e lo accetta con sensi di colpa, piena di dubbi, ma quando poi si trova lì, a fare sesso con lui, ecco, scatta qualcosa, tra i suoi pensieri e il suo corpo. Ma la scrittura indugia, cosa fa lui, dove mette le mani, la lingua, il cazzo etc. Da una parte c'è la donna travolta e dall'altra la sensazione di essere in mezzo ad un "mano destra, seno sinistro". Una sorta di surplus informativo, perché l'atto viene descritto due volte: una potremmo dire dall'esterno, una dall'interno, solo che non riescono ad essere complementari, quanto ripetitive, e in questa ripetizione non si arriva all'eccesso descrittivo, dell'azione, della sensazione, lo sguardo analitico si arresta alla superficie, ci passa e ripassa sopra. La scrittura indugia, non tanto da fermarsi completamente e dilatarsi, e non procede veloce fino a saltare da un'altra parte. Zardi ha insomma margini di miglioramento, un miglioramento di dettagli, per quel che mi riguarda, non di costruzione del racconto, neppure di stile, solo di scegliere in modo più definito se dilatare la propria scrittura o asciugarla (o anche, a seconda dei momenti, scegliere una delle due opzioni, ma sceglierla in maniera netta, da "riuscire" del tutto o "fallire" del tutto). Per finire, gli "alberi di mandorle" si possono anche chiamare "mandorli", eheh. Dopo aver scritto questo troppo lungo commento, un po' le idee mi si sono schiarite: "Il giorno che diventammo umani" è una bella raccolta, imperfetta, ma bella. Ora la smetto con 'sto tedio...