Zandonai Editore

Colloquio con Giuliano Geri. Collane "Fuochi" e "Piccoli Fuochi"

Autore: 
Zandonai Editore

Colloquio con Giuliano Geri (co-responsabile di collana della Zandonai Editore)

La casa editrice Zandonai, nata qualche anno fa a Rovereto (TN), presenta principalmente due collane, ''I fuochi'' ed ''I piccoli fuochi''. ''I piccoli fuochi'' è una collana in buona parte dedicata agli autori dei Paesi dell'ex Iugoslavia (Albahari, Brina Svit, ma c'è anche il francese Laurent Mauvignier), mentre ne ''I fuochi'', oltre a Boris Pahor, troviamo nomi italiani e tedeschi. Sono due collane piuttosto diverse, come linea editoriale, mi sembra. Vorrebbe illustrarne gli autori e magari spiegarci meglio il senso delle due collane?

Innanzitutto partiamo dal luogo di nascita della casa editrice Zandonai. Il Trentino è da sempre una terra di confine, luogo di incontro tra lingue e culture differenti, in particolare porta aperta sul mondo germanico. Ed è precipuamente alla nozione di “confine” – significato per sua natura “mobile”: confine indica non soltanto linea divisoria, separazione, ma oltrepassamento, percorso da compiere, ponte reale o simbolico – che ci siamo ispirati elaborando il progetto culturale che anima il catalogo della Casa. Come se la presenza di un confine, geografico quanto interiore, invitasse immediatamente allo sconfinamento, all’attraversamento. Ecco che è nata dunque l’idea di un binario immaginario che potesse collegare le due autentiche città di confine in Italia, che storicamente vivono e rappresentano nelle loro attività, culturali e non, una realtà multiculturale: Trento e Trieste. Due città che rappresentano al tempo stesso due traiettorie e due portali sulla grande tradizione del mondo germanico e della cultura mitteleuropea, e sul grande fermento culturale ed editoriale attualmente in corso nei paesi della ex-Jugoslavia e nel complesso e affascinante mondo balcanico. Confini geografici, confini tra generi, confini simbolici: questa la linea guida in cui si sviluppano i criteri di selezione di autori e testi e di definizione delle collane. I libri che pubblichiamo vogliono funzionare come ponti, capaci di creare le occasioni di un incontro e di uno scambio (due finalità che i libri svolgono da sempre in maniera eccellente) tra persone, saperi, epoche. Confine innanzitutto tra i generi: è questo l’obbiettivo della collana “I Fuochi”, nella quale le tradizionali categorie di romanzo e saggio, di classico e moderno, di storia e politica, filosofia e letteratura si incontrano per disegnare nuove mappe interpretative. Nel segno del sodalizio fra saggio e narrazione, la collana mette a colloquio opere saggistiche che non soffocano il proprio impulso a narrare, e romanzi dalla forte attitudine riflessiva. Costretti dalla contemporaneità a mescolarsi e a contaminarsi, pensiero e narrazione possono finalmente dar voce alla loro più autentica tensione utopica, là dove si annidano molti luoghi, reali o fantastici, ancora inesplorati o da riscoprire. In un’epoca in cui la crisi della filosofia è ormai dichiarata e la letteratura conquista spazi assoluti con il rischio di perdere se stessa, la scrittura può assumersi l’onere e l’onore di narrare i propri avventurosi sconfinamenti da un mondo all’altro, nel tentativo di ampliare la dimensione del sentire e della conoscenza. I testi selezionati per la collana sono dunque “transgender”, per utilizzare un’espressione triviale e abusata ma quanto mai chiara sugli intenti che animano l’attività editoriale. E inoltre la collana prevede la riscoperta dei “classici” – ovvero testi forse introvabili, di certo irripetibili – che testimoniano tutti, pur nella loro diversità e al limite della disappartenenza, come sia possibile un confronto con i temi della modernità, anche senza dover a ogni passo rivendicare una paternità forte: o filosofica o letteraria. A questi si aggiungono alcuni “classici” della letteratura jugoslava, mai pubblicati oppure proposti molti anni fa ai lettori italiani ma mai sufficientemente valorizzati nella loro grandezza. Parliamo di autori del calibro di Miroslav Krleza, Vladan Desnica, Alexandar Tisma. Ecco dunque il perché della riscoperta di autori come Wolfgang Koeppen e del suo straordinario "La morte a Roma" e de "Il rogo nel porto" di Boris Pahor: romanzi e racconti in cui la Storia, quella meno conosciuta e colpevolmente sottaciuta al pubblico italiano, fa irruzione nella letteratura. Oppure la prossima pubblicazione di due grandi autori come Honoré de Balzac e G.W.J. Schelling, che ci dimostrano come fra pensiero e narrazione intercorrano rapporti più segreti e fecondi di quanto non si creda: il primo, nel suo romanzo "Seraphità", inquietante storia di perfetto androgino spirituale, ci offre un inedito aspetto “mistico” e swedenborghiano; il secondo, con il suo "Clara" presenta, nella forma di un dialogo con una marcata impostazione narrativa, una vertiginosa meditazione sulla morte e sulla sua connessione con il mondo degli spiriti. E poi la stretta relazione tra letteratura e musica nella raccolta di saggi di Giorgio Vigolo, "Diabolus in musica" oppure la riflessione sul rapporto tra vita e sopravvivenza ne "I latitanti", racconti autobiografici resistenziali di Gilberto Forti, indimenticato narratore della finis Austriae. Infine, tra le novità, un altro libro di contaminazioni di genere: "Berlino" del giovane scrittore, poeta ed editore sloveno Aleš Šteger, è un libro a metà tra il racconto di viaggio, il taccuino filosofico e l’abbozzo saggistico, che racconta di una Berlino segreta e al tempo stesso quotidiana. I “Piccoli Fuochi” riprendono la complessa declinazione del significato di “confine” sviluppata dalla collana maestra “I Fuochi” in cui la frontiera diventa spunto di temi di esplorazione letteraria. Attenzione dunque alla narrativa contemporanea proveniente dalla regione balcanica, in particolare dai Paesi della ex-Jugoslavia. A veri e propri decani della letteratura come Boris Pahor, e a scrittori che hanno raggiunto anche in Italia una certa notorietà come Miljenko Jergovic, si affiancano autori di fama internazionale come David Albahari, Dragan Velikic, Mirko Kovac, Filip David, ancora pressoché sconosciuti in Italia, e giovani talenti narrativi che Zandonai propone per la prima volta sulla scena letteraria europea, quali Ivica Djiki? e Marica Bodrožic. L’intento è quello di diventare in breve tempo un punto di riferimento per Paesi e letterature sempre trascurate o non adeguatamente valorizzate dal panorama editoriale nazionale.

Una delle affermazioni - tutte rigorosamente semplici e multiformi, chiare e dunque profonde - della madre di David Albahari è la seguente: ''Quando qualcuno scompare, non ci sono parole che possano farlo tornare'' (p.73)... poche, terrificanti parole scolpite nel marmo di questo ''L'esca'' ed aventi il potere di mettere in discussione l'esistenza stessa della parola; poiché, direi, le parole, se fossero realmente cosí ''facoltative'' per il mondo stesso, si dovrebbero arrendere alla compiutezza del creato - il quale ovviamente viveva prima dell'invenzione degli alfabeti e vivrà dopo la loro scomparsa. Vi è traccia di simile trattazione sulla natura e le finalità della ''parola'', negli altri volumi delle vostre collane ''confinarie''?

Non a caso il titolo originale del romanzo di Albahari, "Mamac", significa sia "Esca" sia "mamma" in tono vezzeggiativo. Automatica, sia nel titolo sia nel testo stesso, la relazione tra la madre e la lingua madre, come se la perdita di entrambe rappresenti per l’io narrante una sorta di disorientamento esistenziale, prima che culturale e geografico. Né dobbiamo dimenticarci che i romanzi migliori di Albahari sono stati scritti negli ultimi quindici anni, durante cioè il suo “esilio” in Canada, un periodo particolarmente fecondo per lo scrittore ebreo-serbo. E un po’ tutta la sua ultima produzione è incentrata sul significato della parola e della lingua come nucleo identitario, come criterio di orientamento nel mondo, nella storia, nel presente e nel passato. Questo è uno spunto che anima, tra l’altro, la nostra ricerca di autori e di testi. Una riflessione sulla lingua di origine come estremo criterio di appartenenza, come slancio e al tempo stesso freno per affrontare quei confini che la Storia impone, spesso tragicamente, all’esistenza individuale: la lingua come motore per superare barriere e frontiere e come ritorno costante e spesso sofferto a un’infanzia e magari a un Paese che non ci sono più. Alcuni tra i migliori scrittori della ex Jugoslavia hanno deciso di emigrare e di affrontare un percorso dentro la propria storia e identità che è prima di tutto linguistico, e da questo costante misurarsi sono venute fuori tra le pagine più belle della letteratura contemporanea. È il criterio con cui abbiamo scelto di tradurre e pubblicare, tra l’altro, la giovane scrittrice dalmata Marica Bodrožic, autrice scoperta dalla prestigiosa Suhrkamp, emigrata all’età di undici anni in Germania. Nella sua raccolta di racconti dal titolo "Tito è morto", suo esordio letterario, racconta brandelli della propria infanzia, della propria aspra terra di origine, dei propri affetti primari, ma lo fa nella lingua di adozione, cioè il tedesco, come a testimoniare di un sostrato emotivo e affettivo che riesce a venir fuori in una lingua in divenire, esattamente come è in divenire la propria vicenda personale. Qui la lingua originaria lascia spazio alla lingua acquisita proprio nel rievocare quello che Claudio Magris, presentando la Bodrožic ai lettori italiani, ha definito «fondo originario mai del tutto esplicitato nelle parole». Non solo dunque nascita e radicamento hanno due lingue diverse, ma la nuova lingua, il nuovo alfabeto, il nuovo orizzonte di simboli che ti hanno accolto fossero la cifra adeguata per esplicitare meglio la tua stessa nascita e le tue radici. Come si può vedere, nella scelta di questi due autori molto particolari, e apparentemente distanti tra loro nel rapporto con la "lingua madre", Albahari e Bodrožic, c’è una riflessione attenta sul ruolo della lingua e delle parole, che trova in un paese che non c’è più, in una nazione che appartiene soltanto al passato e ai libri di storia, in una comunità tragicamente dissolta, un suo particolarissimo, forse unico, sicuramente affascinante spazio di maturazione.

Il trasferimento-emigrazione di Albahari sembra essere quello da un Paese che ''non c'è'' ad un altro (il Canada, dove egli vive, e l'America del Nord in genere) altrettanto apparente. Veramente la civiltà slava meridionale è oggi, secondo Lei, in una crisi generalizzata di valori e senso di appartenenza? Qualche confronto con l'Italia sarebbe possibile?

Intanto mi chiedo se oggi è ancora possibile ritrovare brandelli di identità, culturale e linguistica, con cui definire gli “slavi del Sud”. E’ come chiedersi se esistono ancora frammenti di Jugoslavia nei Paesi nelle società sorte dopo i cataclismi degli anni novanta. Cinquant’anni di storia comune, una nazione costruita sulla pluralità di lingue, etnie, religioni, un ardito esperimento politico che metteva insieme socialismo e federalismo, i principi di unità e fratellanza, hanno lasciato traccia di sé oppure sono stati soltanto un sogno, una visione utopica, un’ombra riflessa in una sorta di caverna platonica dove si sono trovati segregati popoli diversi e profondamente divisi dalla Storia, un cauchemar seguíto da un risveglio traumatico? Se fosse davvero così, tutti coloro che hanno contribuito a costruire un tessuto sociale, politico, culturale, tutti quelli che hanno creduto di appartenere a una nazione, che hanno letto il proprio futuro entro confini geografici, mentali e linguistici indissolubili, sono stati individui reali oppure creature inesistenti, fittizie, partorite dalla mente di un artista o di uno scrittore? Nella ex Jugoslavia e in ciascuno dei “sette nani” (così Albahari definisce i nuovi stati sorti dalle macerie delle guerre civili) molti intellettuali, scrittori, artisti, accademici si sono affrettati a seguire, talvolta anticipare, istanze nazionalistiche che all’improvviso hanno mutato la struttura genetica delle singole comunità. Hanno come rimosso il proprio passato proprio perché elaborando motivi e fallimenti di un progetto comune, riflettendo sul proprio passato si sarebbero trovati costretti ad ammettere, secondo le linee guida dei nuovi establishment politici e culturali, di essere stati dei fantasmi, cittadini di uno Stato illusorio, di cartapesta, un qualcosa che non è mai esistito nella realtà, e venendo ad assumere caratteristiche e ad adottare stilemi che sovente rasentano il grottesco. Il nazionalismo tuttora imperante nei “sette nani” assume in molti degli intellettuali ex-jugoslavi dei tratti goffi, persino stravaganti (non a caso è materia narrativa di alcuni giovani talenti letterari come i croati Ivica Djiki? e Boris Dežulovic) e se non fosse in certi casi drammaticamente reale, quotidiano, fornirebbe una miniera d’ispirazione a soggettisti e sceneggiatori (come in parte già accade). Ripeto, insistere su una vita, su esperienze, opinioni, lotte appartenenti al passato li avrebbe trasformati in fantasmi di una storia che loro stessi non vogliono ammettere di aver vissuto. Chi invece non ha cambiato pelle, chi è voluto rimanere se stesso, chi ha sofferto davanti alla disgregazione del proprio Paese, chi si è sentito strappare violentemente parte della propria identità, ebbene costui è destinato a vivere in esilio. Alcuni di questi se ne sono andati, sono emigrati, dando così un’importante svolta alla propria produzione artistica e letteraria, gli altri sono rimasti, ma vivono da stranieri nel nuovo Paese a cui per necessità sono entrati a far parte. Si trovano in sostanza a condividere una sorte pressoché identica. Molti si sono trasferiti da una Paese che non c'è più, in “paese che non c’è mai stato”, o meglio, dove la Storia e il passato non hanno cittadinanza, soprattutto in America e in Canada (ricordiamo David Albahari e lo scrittore bosniaco Aleksandar Hemon) e hanno sperimentato sulla propria pelle l’intrusione della Storia nella propria vita e nella propria attività letteraria. E’ in un Paese senza storia che la tua Storia, il tuo passato fanno breccia insieme al ricordo di un Paese e di una grande comunità che acquisiscono dunque tratti reali e non immaginari. Paradossalmente il senso di appartenenza a una comunità, a dei valori per lunghi anni condivisi, sono vivi in coloro che se ne sono andati, che hanno abbandonato il mondo slavo del sud, ma la cui testimonianza è ancora un oggi un monito per chi sostiene che l’essere jugoslavi era un comune sentire che emergeva soltanto in occasione delle partite della Nazionale di calcio. Guarda caso quello che si dice di noi italiani, che ci sentiamo davvero parte di una comunità, che sentiamo vibrare dentro di noi un senso di appartenenza soltanto davanti alle gesta degli Azzurri. E quanto il calcio sia stato, al contrario, un fenomeno in cui ha fermentato per lunghi anni ed è giunto poi a piena maturazione l’odio etnico in Jugoslavia è testimoniato dall’interessantissimo pamphlet dell’antropologo Ivan ?olovi? (“Campo di calcio, campo di battaglia”), altro che Jugoslavia unita come fatto unicamente calcistico... L’Italia è un Paese che vive contraddizioni e fenomeni simili, un impasto di nazionalismo xenofobo e provincialismo culturale, e a differenza della Jugoslavia di allora non ha al suo interno voci autorevoli, figure intellettuali che possono rappresentare la coscienza di una comunità, quindi, paradossalmente una “ex-Italia” difficilmente produrrebbe una diaspora di scrittori, artisti, intellettuali in genere. Anche in Italia non manca chi oggi vive la condizione di esiliato in casa propria, una sensazione di quotidiano straniamento, una non-appartenenza che investe il proprio futuro. Si può dire comunque che la storia recente dell’Europa è passata proprio dalla ex Jugoslavia. Capire la Jugoslavia e la sua storia non è affatto semplice, dobbiamo immergerci nel vissuto drammatico di un Paese sfregiato, prima di altri, da violenze e odio etnico e che, con la sua tragedia, ha molto da insegnare a quei popoli, italiano compreso, che si accingono a misurarsi con sistemi culturali, di confessione e di visioni del mondo diversi e distanti. Se è vero, infatti, ciò che ebbe ad affermare Leonardo da Vinci, “da Oriente a Occidente tutto è divisione”, la linea di divisione passa proprio dall’ex Jugoslavia. Essa è stata efficacemente narrata dai suoi scrittori. Evitiamo, leggendoli, di dover ripetere un’esperienza che si tramuta in tragedia.

http://www.zandonaieditore.it per approfondire.

Sergio Sozi

ISBN/EAN: 
000

Commenti

Colloquio con Giuliano Geri (co-responsabile di collana della Zandonai Editore)

La casa editrice Zandonai, nata qualche anno fa a Rovereto (TN), presenta principalmente due collane, ??I fuochi'? ed ??I piccoli fuochi'?. '?I piccoli fuochi'? è una collana in buona parte dedicata agli autori dei Paesi dell?ex Iugoslavia (Albahari, Brina Svit, ma c?è anche il francese Laurent Mauvignier), mentre ne ??I fuochi'?, oltre a Boris Pahor, troviamo nomi italiani e tedeschi...

http://www.zandonaieditore.it/ per approfondire.

Questa dichiarazione di Geri è estremamente interessante:

"Trento e Trieste. Due città che rappresentano al tempo stesso due traiettorie e due portali sulla grande tradizione del mondo germanico e della cultura mitteleuropea, e sul grande fermento culturale ed editoriale attualmente in corso nei paesi della ex-Jugoslavia e nel complesso e affascinante mondo balcanico. Confini geografici, confini tra generi, confini simbolici: questa la linea guida in cui si sviluppano i criteri di selezione di autori e testi e di definizione delle collane. I libri che pubblichiamo vogliono funzionare come ponti, capaci di creare le occasioni di un incontro e di uno scambio (due finalità che i libri svolgono da sempre in maniera eccellente) tra persone, saperi, epoche".

A conferma di una linea editoriale decisamente seducente.

"Parliamo di autori del calibro di Miroslav Krleza, Vladan Desnica, Alexandar Tisma. Ecco dunque il perché della riscoperta di autori come Wolfgang Koeppen e del suo straordinario "La morte a Roma""

> Sergio! Ci aiuterai a scoprirli?
Ragazzi! Qualcuno tra voi ne sa qualcosa?
Ecco spunti tratti dal web:

http://www.girodivite.it/antenati/xx2sec/_krleza.htm KRLEZA

http://en.wikipedia.org/wiki/Vladan_Desnica DESNICA. Una rarità, per il primo Novecento. Zaratino ma non italiano: parte serbo parte croato. In una città allora eccezionalmente veneta era una combinazione abbastanza rara

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/1815/1/49/ TISMA

" Oppure la prossima

" Oppure la prossima pubblicazione di due grandi autori come Honoré de Balzac e G.W.J. Schelling, che ci dimostrano come fra pensiero e narrazione intercorrano rapporti più segreti e fecondi di quanto non si creda: il primo, nel suo romanzo "Seraphità", inquietante storia di perfetto androgino spirituale, ci offre un inedito aspetto 'mistico' e swedenborghiano; il secondo, con il suo "Clara" presenta, nella forma di un dialogo con una marcata impostazione narrativa, una vertiginosa meditazione sulla morte e sulla sua connessione con il mondo degli spiriti".

> Queste sì che sono anticipazioni. Ottimo lavoro, Sergio. Siamo tutti molto curiosi (e io gioisco per l'aggettivo "swedenborghiano", perché immagino dove si stia per andare a parare. Bene...)

""Berlino" del giovane scrittore, poeta ed editore sloveno Ale? ?teger, è un libro a metà tra il racconto di viaggio, il taccuino filosofico e l?abbozzo saggistico, che racconta di una Berlino segreta e al tempo stesso quotidiana."

> Questo forse interessa meno, considerando che di Berlino raccontavano Bowie, Iggy Pop e Lou Reed negli anni Settanta e che almeno gli appassionati di rock ne erano già intrisi - senza contare l'abnorme circuito turistico e l'aura di città miracolosa per la cultura e via dicendo che da qualche anno la circonda.
Mmm.

"Ivica Djikic e Marica

"Ivica Djikic e Marica Bodro?ic. L'intento è quello di diventare in breve tempo un punto di riferimento per Paesi e letterature sempre trascurate o non adeguatamente valorizzate dal panorama editoriale nazionale."

> I piccoli Adelphi dei Balcani, vedo. Sogno simile lo nutrivano - credo, e spero di non aver capito male - i ragazzi di Kappavu: http://www.kappavu.it/catalog/ purtroppo eccezionalmente ideologizzati, almeno nei saggi storici. Il più grottesco era questo: http://www.kappavu.it/catalog/product_info.php?products_id=236 "Venezia Giulia - La regione inventata". * Zandonai avrà sicuramente diversa sorte e altro stile.

GERI dice: "si sarebbero

GERI dice: "si sarebbero trovati costretti ad ammettere, secondo le linee guida dei nuovi establishment politici e culturali, di essere stati dei fantasmi, cittadini di uno Stato illusorio, di cartapesta, un qualcosa che non è mai esistito nella realtà, e venendo ad assumere caratteristiche e ad adottare stilemi che sovente rasentano il grottesco. "

> Vidal ha memoria della più grande "invenzione di Wilson": la Jugoslavia, ovviamente. Gore Vidal, "Palinsesto", Fazi, Roma 2000. Traduzione di Maurizio Bartocci. E noi con lui. Soprattutto i discendenti degli esuli.

Articolo molto coinvolgente. L'espressione: "Si può dire comunque che la storia recente dell?Europa è passata proprio dalla ex Jugoslavia", è verità sacra. Di lì è passata la tempesta che ha letteralmente scardinato un mondo. Il problema è quello di giungere a quel "federalismo" pacifico che è la MASSIMA ESPRESSIONE e direi persino IL COMPIMENTO della democrazia. A questo proposito, lessi molti anni fa un articolo profetico proprio sul concetto di federalismo. L'articolo fu redatto in tempi non sospetti e mi lasciò allora stupito e meravigliato delle idee che circolavano nelle teste degli autori di quell'antico saggio. Se lo ritrovo te ne propongo qualche brano. L'ho letto su "Cultura e Scuola".

(molto volentieri. E credo piacerà molto anche al nostro Sergio Sozi, che ha curato questa ricca e completa intervista. Sergio è un gran letterato, sicuramente hai già letto qualcosa di suo...)

Interessante, ora leggo. Ma chi li distribuisce? Sul sito non ho trovato riferimenti.

PROMOZIONE PEA
DISTRIBUZIONE PDE

Però, però.

Professionisti.

Intervista veramente ben fatta, segnalo a completamento dell'articolo un'altra casa editrice che certamente conoscerete che si occupa di letteratura "slava", anche se più orientata verso quella russa, Voland:
http://www.voland.it/index.php?option=com_content&task=view&id=12&Itemid=9

Daniela Di Sora è stata un'antesignana:).
http://www.oblique.it/docenti_disora.html

...Voland non era il personaggio ''diabolico'' del ''Maestro e Margherita'' di Bulgakov, o ricordo male?

Ciao, Francesco, grazie!

Sozi

La doppia ''v'', questa sconosciuta... eh eh eh...

;)

Antonio, questo è l'articolo

Antonio, questo è l'articolo che ti segnalavo nel forum. Buona lettura!

[geri, zandonai] La Zandonai

[geri, zandonai] La Zandonai interrompe la collaborazione col grande letterato Giuliano Geri: è un vero peccato, e un grosso sbaglio. Il lavoro di Geri è stato veramente originale: europeo, innovativo, coraggioso. Onore al merito.

http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/l-editor-giuliano-geri-lascia-zandonai140412.html